sabato, 19 dicembre 2009
OsteriaOsteria Grande, dicembre 2009
La neve, il nano e un cancello da aprire per i sogni che verranno
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categoria:bologna
giovedì, 10 dicembre 2009
Avevo in mente di scrivere due righe su una specie di gelosia solletico che mi prende in questi giorni.
Un amico nuovo, con cui però mi è capitato di condividere intimità improvvise e piccole confidenze sottopelle mi fa pensare. Si tratta, tra di noi, di qualche chiacchiera dopo il lavoro e una onestà disarmante, nell'esprimere le idee, i gusti musicali, le speranze e i racconti delle vacanze.
Negli ultimi giorni ha preso la rincorsa per sbattere contro ad una ragazza strana, che un po' mi fa arrugginire i gomiti negli abbracci. Così ho questa febbre di quasi gelosia per una persona nuova, che mi sta simpatica e vorrei avere un po' di tempo per spiegargli che, per farsi del male, van poi bene anche i cocci di bottiglia.
Una sensazione nuova, che c'entra con la voglia di tenere vicino a me i visi a cui tengo e forse anche con un po' di rassegnazione al vederlo di meno in questo periodo.
Volevo scrivere tutto questo, mettendo qualche svolazzo qua e là, due virgole in più.

Poi girovagando ho trovato Natan Zach.
E ho capito che alcune volte bisogna dirsi le cose tutte in fila.
Glielo devo dire, che gli voglio bene.
E che tutto sommato, mi piace c'entrare un po' con la sua vita, con tutte le testate che ci staranno dentro!


Natan Zach-Sento Cadere Qualcosa

Sento cadere qualcosa, disse il vento.
Nulla, soltanto il vento, calmò la madre.

Sei colpevole quanto lui, sentenziò il giudice all'accusato.
Un uomo non è che un uomo,
spiegò il medico ai famigliari sgomenti.

Ma perché, perché, il ragazzo s'è domandato,
non credendo ai suoi occhi.

Chi non vive a valle sta in montagna,
stabilì l'insegnante di geografia
senza alcuno sforzo apparente.

Ma solo il vento che portò via
la mela tenne a mente ciò che la madre nascose al figlio:

che mai, mai, mai si sarebbe consolato.

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categoria:bologna, blu notte
martedì, 01 dicembre 2009
Adesso, pedalo.
Ho traslocato e combatto la guerra degli scatoloni a colpi di detersivi chimici e guanti rossi.
Lavoro e scrivo, compilo elenchi, schede di progetti.
Giro mail, proitetto sguardi oltre la cortina bassa della povertà e cerco di capire quale concretezza potrebbero avere alcune idee che ultimamente girano nell'aria.

Ho voglia di ninnoli e mele candite. E di persone che pedalino con me, con la spontaneità e la serietà necessarie per iniziare nuovi percorsi che finiscano dentro quel termine abusato che è "inclusione".

Per fare un albero ci vuole il legno e per far sì che una persona si senta un po' meno straniera, cosa ci vorrà? Forse un pesce pescato dal collega muratore e cucinato sulla stufa del vicino. Forse un grembiule nuovo per iniziare la scuola materna assieme ad altri bambini che vengono da tutto il mondo. Forse una maestra che pronuncia il tuo nome con l'accento giusto. Forse un'educatriche che ha tempo anche per parlare di zuppe e cavoli, oltre che di bollette. Forse una vicina imbranata a cui cambiare una gomma, senza volere nulla in cambio. Forse una squadra di operai che ti sistema la casa a puntino, con i volti neri macchiati dall'intonaco bianco. 
E poi nuove parole. Progetti da iniziare, sempre più condivisi, stuadiati assieme, sempre meno ricette già pronte e sempre più passi minuscoli, in una direzione decisa in due.

Qualche volta è poi difficile pensare che una parte della crescita dell'insieme si giochi anche su  un piccolissimo due. Sull'essere "altro" per qualcuno e avere ogno giorno mille occasioni per confrontarsi con chi si ha di fronte, mille momenti in cui può valere maggiormente la pena mettersi a fare due chiacchere, invece che stilare classifiche. Un compito minimo, ma richiesto a tutti. Parlare a chi si ha di fronte semplicemente come ad un altro che potrebbe anche starmi sui maroni, ma a cui voglio dare una possibilità.
E poi vedere che succede.
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categoria:bologna, campo nomadi
mercoledì, 04 novembre 2009
Alda Merini ha popolato la mia adolescenza.
Con questo amore che graffia e sputa, con questa forza feroce.
Ho letto le sue poesie e ho imparato come si fa a splendere dopo chilometri di salita e sudore.
Ho avuto la fortuna di conoscere il suo editore preferito, artigiano che crea libri in trenta copie al quale lei telefonava dieci volte al giorno, solo per dire "come stai". Lui mi ha raccontato di questa signora immensa e fragile, geniale e volubile. Questo è il momento di fare un passo indietro e di salutarla,  lei e le sue unghie laccate di solitudine.
Ho scelto una poesia breve e toccante, la prima che io abbia imparato a memoria senza avere un insegnante a cui rendere conto.
Grazie Alda, da tutte noi salamandre

Sono nata il ventuno a primavera,
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.

Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.



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categoria:bologna, uno che la sapeva lunga
mercoledì, 28 ottobre 2009
Nera che porta via, che porta via la via

Nere le gonne delle donne di stasera. Nere che portano via la notte e la nascondono sotto strati di stoffa spessa, pesante, quasi a volersi trascinare dietro tutte le nuvole, la nebbia e il freddo di questi quieti giorni  d'autunno.Un'altra ronda, una scorribanda corsara nelle periferie di Bologna, quelle abitate da donne con lunghe vesti scure e uomini in giacca pesante. Passeggiate che di romantico hanno solo il nome, pochi passi in mezzo alla melma, lungo un sentiero di rifiuti, dove hanno fatto il loro nido generazioni di topi.
Anche loro, neri che portano via. Un pezzo alla volta, a morsi, a strattoni, a strappi, portano via la speranza di un riscatto: i topi vivono assieme a queste famiglie, rubano il cibo, smuovono le sterpaglie e ricordano anche a loro quanto sia facile strisciare, dopo aver iniziato la discesa. Sono andata a trovare delle persone che vivono in baracche e tende tirate su con materiali di fortuna, lungo una strada sterrata di perfieria: da un lato l'autostrada, dall'altro una clinica per ricconi.

Le baracche nella nebbia sono come animali nella savana, nascosti a riposare tra gli alberi. Sembrano grandi occhi neri della Madre Terra, aperti solo a metà sulla sua crosta piena di ferite. Sembrano squame di una terra stanca, che sta cambiando pelle cerca di scrollarsi di dosso gli ultimi, quelli che non ce la fanno a seguire i ritmi del cambiamento. 
Invece sono sacchi della spazzatura, teloni di camion e altri materiali rubacchiati da qualche cantiere o trovati vicino ai cassonetti, legati con fili di nylon e sputi, perchè resistano almeno alle prime piogge.
Arriviamo che fa buio, ma ci vedono subito.
Le donne hanno il fazzoletto in testa e la miseria negli occhi. Il sogno dell'Italia ricca che tende la mano è svanito, nessuno le guarda agli angoli delle strade, la Polizia le scaccia e a fine giornata tornano in questa terra di nessuno, a bastonare i topi che grattano sulle lamiere per entrare nelle capanne.
Gli uomini hanno il volto segnato dalla stanchezza, sono rimasti in pochi, non c'è niente da fare ora che i cantieri edili sono fermi e non possono più tirar su trenta euro lavorando a giornata.
Parole di rabbia ci accolgono subito, senza sconti: "Dove sono i miei bambini?"
E' passata l'assistente sociale e li ha presi durante uno sgombero: la disperazione più grande è quella di perdere i figli e a questo ragazzo venuto in Italia per guadagnare qualche soldo ne hanno tolti due. Bestemmia, si arrabbia e poi si sfoga: non sa come dimostrare, come convincere il giudice (e forse anche se stesso) che ha una casa in Romania per sistemare i bambini e sa che non li rivedrà tanto facilmente.
Il dolore lo artiglia alla sua baracca sudicia, non se ne potrà andare finchè non avrà riavuto i suoi figli.
Storia senza soluzione, ignobile e che fa venire il cuore duro: da qualsiasi parte si guardi, c'è della sofferenza, un distacco, un abbandono.
I topi non guardano. Frugano nella spazzatura abbandonata all'inizio dell'accampamento: quando sono arrivati non ce n'era, l'han messa lì gli uomini a poco a poco. Era una sistemazione provvisoria, perchè curarsene?
Invece è diventata una casa per mesi, i mucchi si sono alzati e i topi hanno capito che si avvicinava un periodo buono. Adesso, quando non parla il ragazzo, parlano loro. Spostano barattoli, si litigano avanzi, si rincorrono nella nebbia.
Con i loro squittii interrompono la conversazione: dicono che neanche loro, una volta, erano abituati a tutta quella sporcizia, all'odore tremendo, alla prossimità che viola ogni persona. Poi, pian piano, han cominciato a chiedere sempre di meno, a vedere che avanzi ce n'erano per tutti, che non serviva chiedere, se ci si accontentava delle croste. Bastava stringere un patto con l'uomo: tu mi tolleri e fai finta di non vedermi, io mi cibo di avanzi.
E così è andata anche in questo accampamento sperduto tra l'autostrada e le nebbie bolognesi.
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categoria:bologna, campo nomadi
lunedì, 19 ottobre 2009

E’ poi questa, la stagione buona per innamorarsi.

Questo ottobre generoso, con delle giornate limpide e fredde. Un vento sottile che punge la faccia quando vai in giro e ti vien voglia di trovare tasche in cui infilare le mani.

Molti ottobre fa, combattevo con l’adolescenza e cercavo tasche a più non posso. Così mi sono innamorata di una felpa. Nera, o forse bordeaux. Una di quelle col cappuccio, un po’ rapper americano. Stava addosso ad un ragazzo magro e ho pensato che non mi sarebbe poi stata tanto male.

Più di quella felpa, ricordo ora con dolcezza un maglione color nocciola con delle righe arancioni blu e tutte le volte che l'ho nascosto nell'armadio per non doverlo più vedere.

La vita poi pretende cambi di stagione, curve e battute d’arresto. Ci siamo persi di vista, dopo aver percorso strade di gioia ma anche di cattiveria e dolore. Quello vero, che non ne hai mai provati prima perché sei troppo giovane per ricordare.

Indossa ancora dei bellissimi maglioni ed è ancora molto magro, quel ragazzo. Viene sempre molto bene in foto e scrive sempre con passione.

Non mi parla, o una cosa del genere.

Comunque, la prossima volta non mi farò spaventare da nessun maglione o da nessuna giacca abbottonata.

E gli dirò che  ho ascoltato da vivo questa canzone.


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categoria:bologna, veneto, tagliare la pelle del cuore
venerdì, 18 settembre 2009


Alibrandi, il mio medico da piccola

Bandalarga, caffè aperto da poco

Canzoi, valle di campeggi

Dal Piaz, e molti altri rifugi

Eremo di San Michele, vicino di casa

Feltre, paese leghista

Giaroni, indimentica frazione

Hotel Miramonti, un po' Supramonte

Isola, piazza adolescente

Limana, posto di cioccolato

Mel, lavoro possibile

Norce, pizzeriamunito

Orto, il mio

Pedavena, con casa sui monti

Quattro sassi, postaccio

Rasai, paese di amori

San Vito, con lago

Tomo, amico nuovo

Umin, raggiungibile in bici

Villaga, paese drio le montagne

Zermen, centri estivi di.


No, NON ho ancora deciso

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categoria:bologna
giovedì, 17 settembre 2009
Aldrovandi, Piazza di bancarelle
Bolognetti, Vicolo estivo neofighetto
Casaralta, Scuola elementare di zingari
Dozza, Carcere e Parrocchia dove poi un mio amico si sposa
Estragon, Locale concertifero
Fossolo, Zona sconosciuta
Garisenda, Secondo nome di torre
Hotel Savoia, sempre dritto a 500 metri
Irnerio, Vicino all'ufficio
Luca, Santo sui colli
Minghetti, Mazzini, Massarenti
Nazario Sauro, Amico delle Matterelle
Orfeo, Centro per le famiglie
Portico dei Servi, per Natale
Quarto, Inferiore e Superiore
Rastignano, tra campi e realtà
Sala Borsa, biblioteca 10 prestiti
Tolè, paese sui colli
Ugo Bassi, statua
Vito, trattoria celebre
Zamboni, strada universitaria.

Domani alfabeto veneto, per par condicio.
No, non ho ancora deciso.
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categoria:bologna
mercoledì, 16 settembre 2009
Piego un lenzuolo.
Grande, sbiadito, arancione.
Come un pennarello a maggio, ancora nell'astuccio ma ormai da buttare.
Lavo i piatti.
Spaiati, sbeccati, colorati.
Come un rumore di fondo, che quasi quasi se ne va.
Appendo la giacca.
La tua è lì a fianco.

Insieme a te non ci sto più,
ma tutto il resto è ancora qui.
E cocci dappertutto, come lame.

Sarà anche il gioco della vita ma che dolore
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categoria:bologna
martedì, 08 settembre 2009
Ho visto un film in cui ad un ragazzino crescevano le branchie quando doveva tuffarsi sott'acqua.
Va be', ho visto un pezzo di Harry Potter e 'sto nano di mago ad un certo punto, per affrontare una prova sul fondo di un lago, si trasforma in una specie di anfibio verde striato.
E poi va.
Caccia la testa sul fondo, si dà la spinta e nuota sereno.
Nuota pochissimo in realtà, ma questo non conta visto che è l'eroe e quindi in otto secondi netti attraversa il lago (che sembra grande come l'Oceano) e trova ciò che sta cercando. E salva pure una che non c'entrava niente, mentre è lì negli abissi. Gli viene ovviamente facile, rinunciare all'ossigeno per slegare dalle alghe la prima biondina che passa.
Questo per dire che non è semplice trovare la poesia tutti i giorni. Non ce n'è in Harry Potter che trionfa a mani basse sul male, sull'egoismo, sulle ingiustizie. Manca solo che trovi pure il rimedio alle tarme o vinca a "Sarabanda".
Non sempre c'è poesia da queste parti.
E' arrivato il vento di settembre, purtroppo qui gli eroi scarseggiano (e di maghi neanche l'ombra) così mi tocca mettere il maglione coi bottoni e sperare di tenerlo slacciato ancora per un'altra settimana.
Il vento c'è, la poesia no.
Il vento porta aria di decisioni, di nostalgia, di funghi che crescono bassi, di portici che si riempioni di foglietti colorati. Ci sono strade che so a memoria in due regioni diverse. Di alcune so le curve, i muri a secco, i portoni con la vernice verde scrostata. So i rovi, i cani e il periometro degli orti.
Di altre so l'odore acre, le ombre e le luci, le merci impilate, la storia che ti sbiarcia da sotto il volto. So le scritte, le vetrine e le mani tese dei mendicanti.
Leggendo bene questi elenchi, mi sa che ho sbagliato.
Mi sa che ce n'è troppa di poesia, in questi giorni, attorno a me.
E io non so quale delle due mi piaccia di più.
postato da: potaci alle ore 23:21 | Permalink | commenti
categoria:vacanze, bologna