mercoledì, 04 novembre 2009
Alda Merini ha popolato la mia adolescenza.
Con questo amore che graffia e sputa, con questa forza feroce.
Ho letto le sue poesie e ho imparato come si fa a splendere dopo chilometri di salita e sudore.
Ho avuto la fortuna di conoscere il suo editore preferito, artigiano che crea libri in trenta copie al quale lei telefonava dieci volte al giorno, solo per dire "come stai". Lui mi ha raccontato di questa signora immensa e fragile, geniale e volubile. Questo è il momento di fare un passo indietro e di salutarla,  lei e le sue unghie laccate di solitudine.
Ho scelto una poesia breve e toccante, la prima che io abbia imparato a memoria senza avere un insegnante a cui rendere conto.
Grazie Alda, da tutte noi salamandre

Sono nata il ventuno a primavera,
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.

Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.



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categoria:bologna, uno che la sapeva lunga
mercoledì, 28 ottobre 2009
Nera che porta via, che porta via la via

Nere le gonne delle donne di stasera. Nere che portano via la notte e la nascondono sotto strati di stoffa spessa, pesante, quasi a volersi trascinare dietro tutte le nuvole, la nebbia e il freddo di questi quieti giorni  d'autunno.Un'altra ronda, una scorribanda corsara nelle periferie di Bologna, quelle abitate da donne con lunghe vesti scure e uomini in giacca pesante. Passeggiate che di romantico hanno solo il nome, pochi passi in mezzo alla melma, lungo un sentiero di rifiuti, dove hanno fatto il loro nido generazioni di topi.
Anche loro, neri che portano via. Un pezzo alla volta, a morsi, a strattoni, a strappi, portano via la speranza di un riscatto: i topi vivono assieme a queste famiglie, rubano il cibo, smuovono le sterpaglie e ricordano anche a loro quanto sia facile strisciare, dopo aver iniziato la discesa. Sono andata a trovare delle persone che vivono in baracche e tende tirate su con materiali di fortuna, lungo una strada sterrata di perfieria: da un lato l'autostrada, dall'altro una clinica per ricconi.

Le baracche nella nebbia sono come animali nella savana, nascosti a riposare tra gli alberi. Sembrano grandi occhi neri della Madre Terra, aperti solo a metà sulla sua crosta piena di ferite. Sembrano squame di una terra stanca, che sta cambiando pelle cerca di scrollarsi di dosso gli ultimi, quelli che non ce la fanno a seguire i ritmi del cambiamento. 
Invece sono sacchi della spazzatura, teloni di camion e altri materiali rubacchiati da qualche cantiere o trovati vicino ai cassonetti, legati con fili di nylon e sputi, perchè resistano almeno alle prime piogge.
Arriviamo che fa buio, ma ci vedono subito.
Le donne hanno il fazzoletto in testa e la miseria negli occhi. Il sogno dell'Italia ricca che tende la mano è svanito, nessuno le guarda agli angoli delle strade, la Polizia le scaccia e a fine giornata tornano in questa terra di nessuno, a bastonare i topi che grattano sulle lamiere per entrare nelle capanne.
Gli uomini hanno il volto segnato dalla stanchezza, sono rimasti in pochi, non c'è niente da fare ora che i cantieri edili sono fermi e non possono più tirar su trenta euro lavorando a giornata.
Parole di rabbia ci accolgono subito, senza sconti: "Dove sono i miei bambini?"
E' passata l'assistente sociale e li ha presi durante uno sgombero: la disperazione più grande è quella di perdere i figli e a questo ragazzo venuto in Italia per guadagnare qualche soldo ne hanno tolti due. Bestemmia, si arrabbia e poi si sfoga: non sa come dimostrare, come convincere il giudice (e forse anche se stesso) che ha una casa in Romania per sistemare i bambini e sa che non li rivedrà tanto facilmente.
Il dolore lo artiglia alla sua baracca sudicia, non se ne potrà andare finchè non avrà riavuto i suoi figli.
Storia senza soluzione, ignobile e che fa venire il cuore duro: da qualsiasi parte si guardi, c'è della sofferenza, un distacco, un abbandono.
I topi non guardano. Frugano nella spazzatura abbandonata all'inizio dell'accampamento: quando sono arrivati non ce n'era, l'han messa lì gli uomini a poco a poco. Era una sistemazione provvisoria, perchè curarsene?
Invece è diventata una casa per mesi, i mucchi si sono alzati e i topi hanno capito che si avvicinava un periodo buono. Adesso, quando non parla il ragazzo, parlano loro. Spostano barattoli, si litigano avanzi, si rincorrono nella nebbia.
Con i loro squittii interrompono la conversazione: dicono che neanche loro, una volta, erano abituati a tutta quella sporcizia, all'odore tremendo, alla prossimità che viola ogni persona. Poi, pian piano, han cominciato a chiedere sempre di meno, a vedere che avanzi ce n'erano per tutti, che non serviva chiedere, se ci si accontentava delle croste. Bastava stringere un patto con l'uomo: tu mi tolleri e fai finta di non vedermi, io mi cibo di avanzi.
E così è andata anche in questo accampamento sperduto tra l'autostrada e le nebbie bolognesi.
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categoria:bologna, campo nomadi
lunedì, 19 ottobre 2009

E’ poi questa, la stagione buona per innamorarsi.

Questo ottobre generoso, con delle giornate limpide e fredde. Un vento sottile che punge la faccia quando vai in giro e ti vien voglia di trovare tasche in cui infilare le mani.

Molti ottobre fa, combattevo con l’adolescenza e cercavo tasche a più non posso. Così mi sono innamorata di una felpa. Nera, o forse bordeaux. Una di quelle col cappuccio, un po’ rapper americano. Stava addosso ad un ragazzo magro e ho pensato che non mi sarebbe poi stata tanto male.

Più di quella felpa, ricordo ora con dolcezza un maglione color nocciola con delle righe arancioni blu e tutte le volte che l'ho nascosto nell'armadio per non doverlo più vedere.

La vita poi pretende cambi di stagione, curve e battute d’arresto. Ci siamo persi di vista, dopo aver percorso strade di gioia ma anche di cattiveria e dolore. Quello vero, che non ne hai mai provati prima perché sei troppo giovane per ricordare.

Indossa ancora dei bellissimi maglioni ed è ancora molto magro, quel ragazzo. Viene sempre molto bene in foto e scrive sempre con passione.

Non mi parla, o una cosa del genere.

Comunque, la prossima volta non mi farò spaventare da nessun maglione o da nessuna giacca abbottonata.

E gli dirò che  ho ascoltato da vivo questa canzone.


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categoria:bologna, veneto, tagliare la pelle del cuore
venerdì, 18 settembre 2009


Alibrandi, il mio medico da piccola

Bandalarga, caffè aperto da poco

Canzoi, valle di campeggi

Dal Piaz, e molti altri rifugi

Eremo di San Michele, vicino di casa

Feltre, paese leghista

Giaroni, indimentica frazione

Hotel Miramonti, un po' Supramonte

Isola, piazza adolescente

Limana, posto di cioccolato

Mel, lavoro possibile

Norce, pizzeriamunito

Orto, il mio

Pedavena, con casa sui monti

Quattro sassi, postaccio

Rasai, paese di amori

San Vito, con lago

Tomo, amico nuovo

Umin, raggiungibile in bici

Villaga, paese drio le montagne

Zermen, centri estivi di.


No, NON ho ancora deciso

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categoria:bologna
giovedì, 17 settembre 2009
Aldrovandi, Piazza di bancarelle
Bolognetti, Vicolo estivo neofighetto
Casaralta, Scuola elementare di zingari
Dozza, Carcere e Parrocchia dove poi un mio amico si sposa
Estragon, Locale concertifero
Fossolo, Zona sconosciuta
Garisenda, Secondo nome di torre
Hotel Savoia, sempre dritto a 500 metri
Irnerio, Vicino all'ufficio
Luca, Santo sui colli
Minghetti, Mazzini, Massarenti
Nazario Sauro, Amico delle Matterelle
Orfeo, Centro per le famiglie
Portico dei Servi, per Natale
Quarto, Inferiore e Superiore
Rastignano, tra campi e realtà
Sala Borsa, biblioteca 10 prestiti
Tolè, paese sui colli
Ugo Bassi, statua
Vito, trattoria celebre
Zamboni, strada universitaria.

Domani alfabeto veneto, per par condicio.
No, non ho ancora deciso.
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categoria:bologna
mercoledì, 16 settembre 2009
Piego un lenzuolo.
Grande, sbiadito, arancione.
Come un pennarello a maggio, ancora nell'astuccio ma ormai da buttare.
Lavo i piatti.
Spaiati, sbeccati, colorati.
Come un rumore di fondo, che quasi quasi se ne va.
Appendo la giacca.
La tua è lì a fianco.

Insieme a te non ci sto più,
ma tutto il resto è ancora qui.
E cocci dappertutto, come lame.

Sarà anche il gioco della vita ma che dolore
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categoria:bologna
martedì, 08 settembre 2009
Ho visto un film in cui ad un ragazzino crescevano le branchie quando doveva tuffarsi sott'acqua.
Va be', ho visto un pezzo di Harry Potter e 'sto nano di mago ad un certo punto, per affrontare una prova sul fondo di un lago, si trasforma in una specie di anfibio verde striato.
E poi va.
Caccia la testa sul fondo, si dà la spinta e nuota sereno.
Nuota pochissimo in realtà, ma questo non conta visto che è l'eroe e quindi in otto secondi netti attraversa il lago (che sembra grande come l'Oceano) e trova ciò che sta cercando. E salva pure una che non c'entrava niente, mentre è lì negli abissi. Gli viene ovviamente facile, rinunciare all'ossigeno per slegare dalle alghe la prima biondina che passa.
Questo per dire che non è semplice trovare la poesia tutti i giorni. Non ce n'è in Harry Potter che trionfa a mani basse sul male, sull'egoismo, sulle ingiustizie. Manca solo che trovi pure il rimedio alle tarme o vinca a "Sarabanda".
Non sempre c'è poesia da queste parti.
E' arrivato il vento di settembre, purtroppo qui gli eroi scarseggiano (e di maghi neanche l'ombra) così mi tocca mettere il maglione coi bottoni e sperare di tenerlo slacciato ancora per un'altra settimana.
Il vento c'è, la poesia no.
Il vento porta aria di decisioni, di nostalgia, di funghi che crescono bassi, di portici che si riempioni di foglietti colorati. Ci sono strade che so a memoria in due regioni diverse. Di alcune so le curve, i muri a secco, i portoni con la vernice verde scrostata. So i rovi, i cani e il periometro degli orti.
Di altre so l'odore acre, le ombre e le luci, le merci impilate, la storia che ti sbiarcia da sotto il volto. So le scritte, le vetrine e le mani tese dei mendicanti.
Leggendo bene questi elenchi, mi sa che ho sbagliato.
Mi sa che ce n'è troppa di poesia, in questi giorni, attorno a me.
E io non so quale delle due mi piaccia di più.
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categoria:vacanze, bologna
lunedì, 24 agosto 2009
Ho bevuto il caffè un'ora fa e adesso ticchetto come neanche le bombe della Banda Bassotti per far esplodere il deposito di zio Paperone.
Ho scritto un articolo su un signore che un bel giorno ha detto "No, grazie", si è tolto camicia e cravatta e si è messo a fare meridiane.
Adesso ti accoglie nella sua casa zeppa di libri e di storie e ti spiega dei movimenti del cielo, che regolano quelli della terra, e sulla terra, le stagioni, le lune e i respiri dell'uomo.
Oggi, una delle mie adorate rom mi ha detto "Tra un mese sono fuori casa. E' ora di cercarne un'altra. Ho paura".
Ticchetto e trascrivo annunci di appartamenti, villette, bifamiliari, tricolocali.
Mi domando quand'è che ci siamo dimenticati del tempo dell'universo e lo abbiamo fatto a pezzi nei nostri orologi. Quando abbiamo smesso di guardare in alto per guardare le cose. Quando abbiamo iniziato a definirci per ciò che abbiamo e non per ciò che siamo. Con lo stesso stupore delle mia rom che tra un mese è fuori casa, guardo le stanze in cui vivo e capisco come non siano mie, come la casa sia una cosa che cerchiamo tutti, ma che il cielo non ha.
Così penso che lascerò da parte tutta quest'ansia da caffeina, tirerò giù la coperta dall'armadio e andrò fuori a far compagnia ai vecchietti, buttando un occhio in alto per vedere dov'è finito Giove e se magari lì di fianco ci sono anche la pazienza silenziosa degli astri e la purezza nitida delle costellazioni. Due cose che anche noi, da qualche parte, dobbiamo pur aver avuto, una volta.
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categoria:bologna, blu notte
domenica, 23 agosto 2009
Rieccomi.
Sono tornata a Bologna dopo una settimana nei Balcani e una nell'alto Veneto.
Cominiciamo dai buoni propositi: sono stati essi raggiunti?
-Chiedere molto meno scusa: non sapendo una parola nè di serbo nè di croato, non sono riuscita a prostrami ai piedi di camerieri/tabaccai/negozianti come faccio di solito. Promossa, promossa! E promossa pure durante la seconda settimana, cioè quella in vacanza con le Mattarelle, perchè la signorina Rottermeier che anima il mio spirito educativo non chiede mai scusa. Al massimo chiede una birra.

-Leggere Pavese. La luna e i falò si son fatte i Balcani in camper, han visto trombe, monti, mucche e mare a volontà, ma io non sono riuscita ad andare oltre il secondo capitolo. Perchè da quelle parti i cimiteri punteggiano le colline, i colpi di granata sfregiano ancora le strade e la guerra è una cicatrice sottopelle. Non ho trovato il coraggio di aggiungere a tutto questo anche Pavese. Un'emozione alla volta.

-Prendermi cura delle mie ginocchia. Qui direi d'aver raggiunto il massimo dei voti. Le ho portate a ballare i ritmi di Kusturica, le ho fatte sbatttere contro vecchi tavoli di legno, oppure di plexigrass, oppure di ferro sverniciato. Contro port sconosciute e su per i sentieri pieni di fango, per poi riposare su coperte da pic nic. Hanno avuto anche l'opportunità di diventare rifugio per una donna disabile che ci si è appoggiata e ci ha fatto un riposino, con il suo corpo ritorto e lo sguardo che fissa sempre l'altrove. Promossa.

Sono tornata da queste vancanze con molte foto e poche certezze.
Le foto dormicchiano ancora dentro la macchina fotografica, in attesa di essere riviste, selezionate, nominate e infilate nelle lenzuola pulite dei ricordi.
Le certezze non hanno mai avuto un posto fisso, da queste parti. Tutt'al più restavano il tempo di una notte, come nei bed and breakfast.
Me ne servirebbero un paio da tenere sottomano, come il cacciavite quando si rompe un rubinetto.
Ma ho imparato che quando pensi di aver costruito una casa, nei negozi, qualche strada solida, magari arriva la guerra, fa tremare i muri, crollare i negozi, riempire le strade di odio e di violenza. Per ricostruire ci vogliono anni, molta pazienza e pochissima voglia di trovare spiegazioni.
Così mi accontento.
Ho un lavoro da vendere e dei sorrisi da regalare.
Ho piantato dei semi in alcuni cuori e li vedo crescere con tenacia.
Ho un piccolo amore che sembra una biglia sul ponte di una nave.
Mi accontento di ricucire futuri, annaffiare piante, raccogliere biglie e guardo crescere determinata quella ragazza veneta con le mollette che canticchia sempre vecchie canzoni d'amore.
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giovedì, 06 agosto 2009
Pace amore e gioia infinita.

Domani parto per le vacanze e questo mi mette addosso una pace karmica. Ma anche, non può mancare,  un nervosismo da szdaura, come dicono qua.
Tutte le valigie da fare, mettere le pile di maglette nelle borse, che bastino per dopo ferragosto, per dopo il venti, per dopo la montagna con le mattarelle, e chissà che altro.
Tutte le mail mandate, tutte le mani strette, tutte le facce incontrate con distribuzione rituale di compiti per le vacanze.

Un disordine totale nella pancia e un mare di buon propositi.

La stanchezza di chi non si è risparmiato (citazione) mi accompagna, quindi so che quando tonerò ci sarà sempre il solito casino tremendo, ma avrò anche qualcuno che mi passa il filo giusto per cominciare a sbogliarlo, o se non altro si vedrà ancora l'ultimo pezzo di strada buono fatto assieme.

Piccole cose, piccole case nei progetti futuri personali e lavorativi.
Piccoli libri, piccole pozioni nel presente di quasi vacanza.
Piccoli propositivi, dicevamo: chiedere molto meno scusa, leggere Pavese, occuparmi delle mie ginocchia.
E ovviamente: pace,  amore e gioia infinita.
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categoria:vacanze, bologna