Gianni Rodari, uno che la sapeva lunga
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Gianni Rodari, uno che la sapeva lunga
Nel duemila, noi non mangeremo più nè polpette, nè spaghetti col ragù...
Una canzone tutto sommato stupida che mi si rigira in testa. Una cosa che avevo da parte in qualche sacchetto, ad occupare abusivamente lo spazio che potrebbe essere di qualche teoria socio-pedagogica di fondamentale importanza. Insomma, nel duemila ci sono ancora le tristissime polpette e il ragù tirato per ore dalla grassocce massaie emiliane. E ci sono ancora le lettere d’amore, spedite di nascosto. Senza poetici spruzzi di profumo a segnale le pagine, senza bruciature di candela negli angoli. Adesso si chiamano e-mail, e arrivano con un rumore sgraziato. Si depositano lì e poi stanno ferme e zitte finché non ti accorgi di loro. Zitte zitte, senza il clamore del postino che suona tutti i campanelli, che strombazza e sembra quasi portare missive importantissime, invece che le solite bollette.
Ho ricevuto una e-mail, oggi. Non so, magari non è proprio d’amore, forse è un po’ timida, non si sbilancia. Ma a me piace tenerla lì, non spostarla nel cestino, o cliccarla, catalogarla, chissà. La tengo lì, la leggo, la studio, magari la spolvero. Tutto sommato, non è poi così diversa da queste pagine ingiallite che tanto hanno fatto sospirare le nonne.
Un amore a intermittenza. Ecco, cosa mi è capitato. Come quei vecchi fili che stanno nelle soffitte, rosicchiate dai topi. Un amore che si accende, poi la luce comincia a tremare, poi riprende, poi si spegne, poi si riprende e ti sembra che la lampadina possa ancora resistere. Poi salta fuori che ci sono fili che fanno contatto, e si spegne. Poi luce, poi buio. Un’intermittenza che non c’entra con quella delle frecce in auto, che non ha niente a che fare con la simmetria pulita delle lucine natalizie. Un tremolio che sembra piuttosto quella creata da muffa, polvere, stanchezza, tempo, che si accumulano sui cavi sottili e li fanno stancare.
E’ che sono davvero negata. Non posso proprio mettermi a fare l’elettricista.
Potaci. Potaci è una parola veneta, dialetto secco, con poche vocali, che si confonde tra comizi leghisti e poeti ormai troppo anziani per far sentire la loro voce con la forza che si respira nei loro versi. E’ una parola veneta, che sta a metà tra errore e confusione, accanto a scarabocchio, poco lontano da disegno di prova, sotto sotto a schizzo, c’entra qualcosa con i tentativi e qualcos’altro con le partenze, le rincorse e le cadute rumorose.
E a questo dovrebbe servire questo blog. A raccontare tutti i potaci che si fanno per cresce, ancora, per costruire, per scrivere, per diventare adulti, o più adulti.
Ad ospitare le riflessioni, le matite succhiate fino a consumarsi, le scarpe scollate, i biglietti timbrati, le carte di caramella che scricchiolano nelle tasche, le stupidaggini, le risate, le strizzate d'occhio.
In attesa, in viaggio, e mai in posa.
Benvenuta, benvenuto, benvenuti.