lunedì, 27 marzo 2006

E’ che la Lamarque mi fa ridere e piangere insieme. Poco importa se c’ha una faccia da casalinga di Voghera. Poco importa se sembra una zitella odiosa e collabora pure con “TV, sorrisi e canzoni”. A me mi piace. E quindi la leggo, tanto che il bruttissimo tascabile con le sue poesie è ormai logoro, macchie di pioggia, pieghe dispettose, rilegatura che se ne va per i fatti suoi. Quel che non sbiadisce è l’arancione pacchiano con cui hanno riempito il retro, ma sono fiduciosa. Il sole veneto ha infine potenzialità.

Ancora un po’ di Lamarque, dunque. Ovviamente scordatevi le rime allegre sulla figlia, giù per la tazza del cesso le poetiche descrizioni di campi in fiore, neanche un minuto per le ninnananne. Qui si vuole la tristezza. Che scoppia, striscia, si insinua, si incunea. Tristezza degli altri per far passare la propria, per impastarla con i dolori che passano di qua, per uscire indenni dai girotondi del cuore. Indenni e terribilmente disincantati, per quel che mi riguarda. Come se avessi già visto tutto e tutto assaggiato. Come se il mio quadro preferito l’avessero dipinto coi numerini, o distribuito in fascicoli mensili in edicola.

La tristezza viene dalle parole. Una parola sola, in realtà, che se ne sta lì alla fine del verso, che rotola attorno ai ricordi passati e rimane lì, in bilico.

SAI LA PAROLA MAI?

Quel dato gesto

Quell’abitudine

Di stare uno più avanti sulla sedia

E uno un po’ più indietro

O un’altra

Di mangiare ma non quella verdura

Quel rito a quell’ora

O poco dopo

Quel libro chiuso per sonno

A spegnere la luce

Quella frase ripetuta per vizio

Sai il male continuo di non vederli mai?

(sai la parola mai? Fino in fondo?)

postato da: potaci alle ore 10:54 | Permalink | commenti
categoria:tagliare la pelle del cuore, uno che la sapeva lunga
sabato, 18 marzo 2006

Bisogna spiegarla, questa cosa del tagliare la pelle del cuore. Che poi multano, mi rincorrono, mi mettono nelle pubblicità al cinema. Non è mica mia, quella frase lì. Lo ammetto, vostro onore, ho copiato. Ma non dal vicino di banco e neanche dalla mia compagna con le trecce. Ho copiato da Vivian Lamarque. Di lavoro, poetessa. Una con quattro cognomi, che scrive poesie in punta di dita, ma lasciando solchi profondi. O almeno, questo è l’effetto che fa a me. Riesce a non perdere la leggerezza, anche quando parla di solitudini, di abbandoni, perfino di morte. Conserva la lievità, camuffa il dolore in filastrocche per farlo esplodere tra le righe. Scrivo qui la poesia, tutta, quella che ho copiato. E vado a mettermi in ginocchio dietro la lavagna.

RIDIMENSIONARE

Quest’operazione

Che ci costringete sempre a fare

“ridimensionare”

non è come stringere un vestito 

non è indolore  

si taglia la pelle del cuore.

postato da: potaci alle ore 13:16 | Permalink | commenti
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giovedì, 16 marzo 2006

Lo si dice spesso, tra amici, no? Fatti vivo, quando puoi.

Fatti vivo, dopo il lavoro. Fattivi vivo, se passi dalle mie parti.

 

Già, fatti vivo. Ma con chi? Io vorrei farmi viva col mondo, anche se sembra una cosa retorica e gigante. Mi pare che non mi sto impegnando a sufficienza. Ho un problema complicato e che sono un po' stanca per spiegare per benino. Così lo scrivo qua, chissà che non si risolva, si sciolga e scivoli via.

C'entra un campo nomadi, delle famiglie allargate, dei ragazzi rom senza permesso di camminare in italia, senza progetti per il futuro, senza fiducia e senza voglia di mettere fuori la testa. E c'entro io e qualche amica, volontarie, che si passa lì il pomeriggio. A parlare di romania, di musica, di difficoltà che in qualche ora non si possono risolvere. E manca un progetto pure a noi, volontari. Pure a noi, che ci impegniamo ma non veniamo presi sul serio: che senso ha pensare a una scolarizzazione, anche di base, se tra tre mesi vengono sbattutti fuori dai container e si ricomincia a mendicare una casa?

Io vado lì, spettezzo i miei potaci e li spargo in giro. Ne metto un po' tra le braccia dei bimbi, che hanno voglia di giocare, di essere coccolati, di vedere riconosciuta la propria infanzia. Che si sputano in faccia l'un l'altro, per attirare la tua attenzione, per dire "guarda me, non lei, che è una perdente". Che sono sempre tra le case che sembrano scatole, senza avere niente da fare. Tranne chiedere l'elemosina sui sagrati delle chiese. Senza amici, se non i coetanei del campo. Rubano i giocattoli, piccoli pezzi di plastica sporchi e recuperati chissà dove da altri volontari. Rubano, strappano, portano via, come se dovessero giocarci solo loro, come se fossero già disinteressati al gioco in sè, e contasse l'avere.

 

David, tre anni, scarsi. Dita sporche di terra, pantaloni pieni di patacche. Guance macchiate di sugo. Arriva, fiero, non si siede, non si ferma, si mette in un angolo e va via. Come se avesse preso qualcosa. Ma ha tre anni e ancora non ce la fa, a far finta di niente. Cos'hai preso, piccolo arlecchino della miseria? cosa? una di quelle letterine colorate con la calamita. Un divertimento da nulla, plastica e ferro. Lo porta via, di nascosto. Ma ha tre anni e ancora non ce la fa, a far finta di niente. Perchè l'unico posto in cui gli è venuto in mente di nasconderlo, l'unica soluzione per portarselo via è stata quella di ficcarselo in bocca. E adesso se ne va, masticando l'ultimo brandello di infanzia assieme a una briciola di plastica verde.

 

Come posso fare, io, a farmi viva? se non stando lì, con loro, cercando la comunicazione, cercando l'ascolto, cercando angoli di serenità.Solo che con gli adolescenti non funziona, e mi viene da urlare. non mi ascoltano, non mi prendono sul serio. non gli interessa imparare, stare a sentire, costruire.

 

Se stasera sono stanca, è per questo.

 

Mi pesa. Mi pesa la mia casa, mi pesano le discussioni con una volontaria. Che dice, dice e ha ragione, che non si può andar lì e non far niente che non sappiamo chi sono, che ci prendono sotto gamba. Ha ragione. Ma non basta. E' vero, manca un programma di interventi mirato. Ne sento la mancanza anche io. E una coordinazione tra volontari. Ma basta questo per arrendersi? per dire che è tutto inutile?

 

Secondo me no. Secondo me serve la prossimità, il parlare, il condividere. Non cambierà la vita di nessuno, son d'accordo. Ma almeno lanci delle esce, dei messaggi. Qualcosa non cadrà nel vuoto.

E quindi, ci torno. Mi stanco, mi arrabbio e mi faccio viva.

postato da: potaci alle ore 15:34 | Permalink | commenti
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