mercoledì, 28 novembre 2007

Perchè in biblioteca è sempre meglio non disturbare.

Oggi sono andata a studiare in biblioteca. Non c'era molto spazio, ma ho trovato comunque un posto su un tavolo affollato per appoggiare i libri e discutere un po' con la mia buona volonta. Faccio appena in tempo a sedermi che il signore al mio fianco, sui trentacinque, fisico da don abbondio e occhi pure, mi fa: "Scusa, posso chiederti un favore? Se tra un po' mi addormento, mi puoi svegliare? Perchè russo, e non vorrei dare fastidio".

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lunedì, 26 novembre 2007

Quanto può essere sottile un vetro.

Oggi ho scoperto quanto può essere sottile un vetro. Sono stata in una scuola materna, anzi, in un asilo. Perchè, per me, la scuola materna o dell'infanzia, si chiamerà per sempre asilo. Per sempre, o almeno finchè riuscirò a ricordarmi il nome della mia maestra (Ivana) e il sapore del riso al pomodoro che preparava la cuoca (Luigina). O di quando ho portato la mia bambola (Simona) a pranzo con me, ed era alta esattamente come noi bambini. O di quando giocavamo con degli omini di pastica attorno ad un tavolo con le chiazze di pongo e io volevo avere il puffo pasticcere, ma era capitato ad un mio amico (Diego) che non aveva nessuna intenzione di cedermelo. Insomma, finchè riuscirò a tenere in mente tutti questi ricordi, e tutti questi nomi, dirò che sono andata all'asilo. Poi, più avanti con gli anni, comincerò a parlare di PEI e di POF,di alunni e moduli, e magari anche a fare la permanente e a dire scuola dell'infanzia.

Ma non divaghiamo.

Per tutta la settimana sarò in questo edificio basso e colorato, con i muri pieni di disegni ed un inconfondibile odore di purè nei corridoi. Oggi, primo giorno. Dopo pranzo, il mio bambino speciale si è messo a giocare vicino ad una portafinestra. E allora ho capito quanto può essere sottile un vetro. Ero lì che cercavo di immaginare che cosa avesse di tanto affascinante questo angolo di stanza, con una porta a vetri che lascia intravedere il retro della scuola. Ero lì che borbottavo con il bimbo e che ne seguivo i gesti. E oltre il suo dito tozzo e macchiato di pennarelli, appare una delle ragazze che servono alla mensa della scuola. In pausasigaretta, o qualcosa del genere. Il dito prosegue, il mio sguardo si ferma. Perchè io quella lì, la conosco. Infatti, si gira e mi saluta. E' una ragazza che ho già incontrato, e di cui forse parlo anche da queste parti. E' anche lei una cenerentola interinale, mandata a scodellare pasti in un asilo sperduto nella periferia bolognese. Lei, oltre il vetro, dopo il saluto, finisce la pausa e torna alle cucine. Io, oltre il vetro, dopo il saluto, finisco a guardare il viso del bimbo, che ha visto la scena e mi osserva da sotto in su. Socchiude gli occhi, sorride, e andiamo a leggere un libro.

Ecco, oggi ho imparato quanto può essere sottile un vetro. E ho imparato che certi vetri sono fatti per essere rotti. E ho imparato che altri vetri servono per separare, dividere, spezzare e infine tenere fuori il freddo dal cuore e metterci due occhi socchiusi che vogliono leggere un libro.

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giovedì, 22 novembre 2007

"Ma te, te sei la nuova supplente?" mi fa un ragazzino di seconda media, oggi a mensa.

"Sì, sto qui per un po'"

"Vedi un po' di venire in classe nostra, che ti facciamo piangere. Ne abbiamo già fatte piangere due, di supplenti, possiamo farcela anche con te" e si gira a dare una gomitata al suo compagno, e riprende ad ignorarmi.

Per la serie: per fortuna che ho letto tanti libri sull'empatia e certe situazioni le so gestire, io!

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mercoledì, 21 novembre 2007

Giorni di quasi inverno a Bologna.

Giorni che lavoro, saltellando qua e là come una pulce, tra portici e scuole che sulla cartina sembrano vicinissime, e invece sono sparse come briciole in tutta la città.

Giorni che ascolto due cd di Vecchioni: ah, signoramia, quanto sono anziana! Roberto Vecchioni: già il nome non porta al pogo e all'urlare a squarciagola, si figuri i testi. Ma a me mi piace, e parecchio. Alcune canzoni, come lame, mi feriscono e fanno pensare al dolore. Ma altre, come zucchero a velo, si appiccicano dappertutto e sembra proprio che siano fatte apposta.

Insomma, consigli per gli acquisti: siccome mi fido, so che "Milady" ce l'avete già (mentre a me l'ha appena regalato un certo abitatore di cuore), procuratevi "Di rabbia e di Stelle", l'ultimo lavoro di questo professore qua. Nel libretto, pessime foto di lui finto giovane appeso ad un ramo, terribili primi piani con sorriso da falso seduttore. Ma nei testi e nella musica, poesia e durezza, rame e turchese, ottime per riempire inverni.

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lunedì, 19 novembre 2007

Dopo qualche giorno in giro per le mie solite due regioni dove ci ho due case, eccomi tornata a Bologna. Con una cartellina gialla e un lavoro, tutti e due nuovi. E lo scrivo con un moto d'orgoglio, all'inizio del post, perchè per questo impigo nuovo di zecca sembra proprio che mi serva, 'sta benedetta laurea.

Ma la laurea non mi serve, invece, per leggere per bene cosa c'è scritto negli angoli delle mie tasche. E' del tutto inutile per chiarire dove si annidi la polvere nel mio cervello e perfettamente inutilizzabile per trovare il buco da cui stanno scappando tutti i colori.

Però, un modo si deve trovare. Il modo di questi giorni, si chiama fiducia. E non la fiducia totale che adoro vedere negli occhi dei bimbi. Quella, chissà dove l'ho lasciata, forse su qualche sedile di seconda classe durante uno dei soliti viaggi in treno. No, fiducia piccola ma tenace, come le piante di erica che sopravvivono al freddo di novembre. Fiducia verso qualche amica seria che mi mette su il caffè, o che mi chiama per sapere dove mi sono persa. Fiducia verso quel pezzo di cuore che mi abita vicino e che profuma, nonostante l'odore dei camini. Fiducia anche in alcuni brandelli della sgangherata famiglia che mi ritrovo, scampoli di nervi e ossa che ce la mettono davvero tutta per farmi capire bene dov'è la mia casa. Inizio settimana mediamente disastroso, però l'inizio di una che si fida.

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martedì, 13 novembre 2007

Il rumore di un ricordo

Oggi ho messo i piedi nel rumore di un ricordo. Era sera, anzi, inizio della notte e aspettavo un amico in un parco. C'era un cumulo di foglie secche. Ma proprio tante, milioni di foglie ammassate in un angolo da uno spazzino di buona volontà, tra bestemmie per il freddo e dita che si screpolano. Ci ho infilato le mie vecchie scarpe da ginnastica rosse. Poi le caviglie e i polpacci. E mi sono messa a camminare, fare dei passetti, saltellare un po'. Scricchiolii, fruscii, gambe che sollevano aria e polvere. Come passeggiare nei corn flakes, o quasi. E poi, sembrava proprio che quelle foglie fossero state messe lì per tuffarci dentro i piedi, per fare una passeggiata lunga solo dieci metri, ma nel centro esatto dell'autunno. E mi sono venute in mente altre foglie, messe lì per camminarci. Un ricordo sepolto sotto cumuli di litigi, di musi e di domeniche passate a guardarsi in cagnesco. Un'immagine frusciante e lontana, ormai sostituita da nature morte festive tra sguardi bassi e solo il rumore dei cucchiai nei piatti come colonna sonora.

Mi è venuto in mente un palazzo nel centro storico della mia città natale. Uno di quegli edifici imponenti, austeri, con piani di scale solide e corrimano in ferro battuto. Proprio lì il mio papà, e qualcuno dei suoi amici, avevano deciso di allestire una mostra. Per promuovere un libro per bambini, il suo. E per rendere l'atmosfera più fiabesca, per stimolare l'immaginazione o forse solo per garantirsi un allestimento di sicuro effetto con due lire hanno svuotato sacchi di foglie secche lungo le scale che portavano alla sala principale. Una stupidaggine, si dirà. Però mi è rimasta incastrata in un angolo della memoria. Erano degli adulti, proprio persone grandi. E se ne stavano lì, tutti intenti a sparpagliare foglie, a tirar fuori pezzi di stagione da sacchi di juta e posarli sul pavimento. Anche un po' emozionati, che era la loro prima mostra, o qualcosa del genere. Chissà perchè hanno scelto le foglie secche. Non ricordo se si erano messi d'accordo,  se le ha portate uno solo per tutti, se son dovuti correre a recuperarle nei boschi per un'illuminazione improvvisa. Mi piace pensare che ognuno abbia portato le sue, per dare il proprio contributo all'opera, per rendersi utile all'umanità, che per l'occasione si era concentrata in quella sala. Mi piace pensare che anche i terribili grandi, qualche volta, abbiano ancora il coraggio di scendere in cortile e frugare con le mani tra le foglie, per metterle in mostra. Per sentirne l'odore, sceglierle e farle vedere a tutti, quasi fossero rose fuori tempo massimo. Perchè la poesia va coltivata e bisogna prendersene cura, così come hanno fatto quattro adulti con un cumulo di foglie secche, poco prima di una mostra, poco prima che crescessi.

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lunedì, 12 novembre 2007

"Mostra-Mercato del cd usato".

Già il nome, in rima, non è che riporti alla mente immagini di allegre famiglie o gruppi di ragazzi che spulciano tra i dischi alla mostramercato eh. Mostra-mercato, scritto proprio così, fa venire in mente piuttosto la fiera del bestiame, dove i rudi esperti del mestiere contrattano, palpano quarti di bue, saggiano denti, scrutano zoccoli e poi si arrabbiano, sbattendo il pugno sul tavolo e colpendo con gli speroni paglia, merda e altre amenità.

Però, una i  regali di natale se li deve pure guadagnare, quindi bella baldanzosa ho sfidato gli sbadigli della domenica mattina e ci sono andata, a 'sta Mostra-Mercato.

E qui ho fatto conoscenza con una categoria umana fino ad allora a me sconosciuta: l'Integralista Musicale. Di solito maschio, di solito con una giacca di pelle, di solito vestito in modo sobrio, per non farsi emarginare. Cosa che gli riesce malissimo, tra l'altro. L'Integralista Musicale, infatti, non ti guarda negli occhi: guarda direttamente, con occhio famelico, nella tua borsa per capire che cos'hai comprato e sei degna della sua attenzione. L'Integralista Musicale, inoltre, si stima moltissimo. Ogni volta che trova un cd interessante, si complimenta con se stesso e si domanda COME MAI, ad esempio, nessuno abbia notato quel fantastico quinto disco dei Ridillo in edizione bulgara fino ad allora. Io la risposta ce l'avrei, ma l'Integralista Musicale ascolta solo canzoni, brani e intro, quindi niente. Il bello è che, pur di assicurarsi l'edizione originale del quarto singolo e mezzo di Puff Daddy, l'Integralista Musicale non tratta sul prezzo. Accetta qualsiasi cifra. Questo spiega perchè nessun cd sia prezzato: sta all'abilità del venditore tradurre in contante la cupidigia che infiamma lo sguardo dell'IM. Subito dopo aver speso trenta euro per un singolo dei  Neri per Caso pubblicato in sole dieci copie perchè faceva davvero cagare, l'Integralista riprende a frugare tra le bancarelle, urtando di con aria di superiorità i mentecatti che non sanno apprezzare questo tipo di musica di classe.

Per fortuna di noi comuni mortali che di tanto in tanto cambiamo genere, o perdiamo i dischi, o peggio ancora li prestiamo senza chiedere duecento euro di cauzione, l'Integralista Musicale vive praticamente isolato. Sia mai che un suo amico gli freghi qualche rarità mentre cerca tra la seconda scelta di Nannucci. Nonostante questo, non è eccessivamente molesto: sempre impegnato a scoprire nuove isole musicali nascoste, frequenta le Mostre-Mercato nelle prime ore del mattimo, così da assicurarsi che nessuno possa acquistare qualche capolavoro di Milva prima di lui. L'ultimo segno di riconoscimento dell'IM è, infatti, lo zaino, che porta sulle spalle mentre vaga tra i vinili: non serve per metterci i cd (per quelli ha delle apposite bustine trasparenti con chip che cataloga e aggiorna il suo catalogo digitale). No, nello zaino l'IM ci mette la tenda, in cui ha trascorso la notte, dormendo in un sacco a pelo all'ingresso della Mostra-Mercato, in modo da essere tra i primi ad entrare.

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categoria:bologna
giovedì, 08 novembre 2007

Altro giro, altra corsa, altro lavoro. Tre giorni, questa volta. In pieno centro. Che ci viene a mangiare la gente che conta, con cravatte intonate alla camicia. Cravatte viola, per lo più. Gente strana, che invece di salutarsi si manda gli sms o si becca su messenger.

Ma non è di questo, che vorrei parlare.

Oggi parlo del Signore più Solo del Mondo. Il Signore più Solo del Mondo è arrivato che il ristorante aveva appena aperto. Solo, ovviamente. Ha preso un vassoio  e si è seduto a uno dei molti tavoli liberi, guardando il muro, in un angolo. E lì è rimasto finchè non sono spuntate le scope e gli stracci e la mia capa PocoClemente ha spento le prime luci. Vestito di scuro, abiti non troppo sporchi ma con addosso l'odore stantio della solitudine. L'odore di chi ha smesso di lavarsi perchè non c'è più nessuno che ci fa caso, al fatto che sia sporco o pulito. Mani ossute che si posano tranquille prima su un piatto, poi su un altro. Lattina di birra, unica cosa colorata nell'arco di chilometri della sua strada. E ci ha messo due ore, a pranzare. Da solo. Intorno la gente vociava, seguiva la musica pessima della radio in sottofondo, sputazzava pezzi d'insalata ridendo, telefonava, faceva la scarpetta, lasciava briciole in giro e tracce di sugo sul fondo del piatto. Lui no. Sempre zitto, con una lentezza esasperante, gesti misurati, mangiava piano carne e pane, frutta e riso. Senza fare i gesti del matto, del disadattato, senza parlare da solo o un'altra di queste azioni plateali che ti condannano ai margini. Se n'è rimasto lì, zitto, a fissare la parete. Accanto a lui, solo l'odore della solitudine. Perchè, Signore più Solo del Mondo, hai smesso di lavarti? Forse è mancato il sapone, forse qualcuno che ti faceva trovare l'asciugamano fuori dal bagno. Forse il freddo era troppo, e  neanche la doccia serviva più per riscaldarsi. "E milioni di rose, non profumano mica, se non sono i tuoi fiori a fiorire" diceva il solito cantautore. Ecco, Signore più Solo del Mondo, ti sono mancate le rose, secondo me. Il pane no, che anche oggi hai mangiato, più o meno. Ma le rose. Quelle rose che ti fanno pensare a pettinarti i capelli per strappare un sorriso alla vicina del piano di sotto. Quelle rose che ti chiamano due giorni di fila senza incazzarsi se non rispondi. Quelle rose che si ricordano quando è il tuo compleanno. Non proprio quelle del Piccolo Principe, che non hai più l'età per queste favole adolescenziali. Forse, non hai neanche più l'età per rimetterti a fare il giardiniere e allora temo che ti rivredò ancora, al tavolo nell'angolo, con attorno l'odore stantio della solitudine.

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categoria:bologna, cenerentola interinale
lunedì, 05 novembre 2007

Era il classico lavoro “che gli italiani non vogliono fare più”. Grazioso eufemismo. Come se altri popoli non vedessero l'ora. Traduzione: solito lavoro di merda. Di quelli che gli italiani possono permettersi ancora di rifiutare. Tu no. Specie quando ne hai appena perduto uno, e tempo sei mesi devi trovartene un altro, altrimenti aria,  perché di lavori che gli italiani non vogliono fare più ce ne sono a strafottere, e se resti disoccupato è perché non ti vuoi applicare. Puoi stare in Italia, ma senza tirartela da italiano. Punto.

Dal racconto "La ballata del Corazza"-Wu Ming

Un incipit degno di questo nome per raccontare la giornata di oggi. Ho passato quattro ore a sguazzare con l'acqua ai gomiti. No, non alla gola, ai gomiti. Perchè è lì che ti arriva, se fai la lavapiatti. Insomma, quattro ore a flirtare con le pentole, a discutere con i cucchiai, a corteggiare le scodelle, a elogiare le padelle, a sminuire le forchette, ad accogliere i mestoli, a filosofeggiare con i coperchi.

Ma non è di questo che mi lamento. Per dire, è una storia piccola, di ieri, che domani è già finita, come si conviene alla vita interinale.

Mi lamento, invece, eccome, di un signore distinto e ben rasato che mi ha accolto nel mio nuovo e già vecchio posto di lavoro. Insomma, il signor Mezzemaniche, dopo i convenevoli, mi ha fatto capire che, se come Capo delle Forze Armate non ho futuro, se mi scartano per il posto di Direttore del MIT, se mi va male il concorso da Presidente del Mondo, ecco, potrei andare a lavorare lì. Posto fisso, eh. 365 giorni l'anno, all'ora di pranzo e cena. Grandi possibilità di carriera e posto macchina. Insomma, mi propone questo lavoro e fa "Vorrei assumere un'italiana, perchè le straniere me le sconsigliano".

Signore, si spieghi: CHI gliele sconsiglia? Il congresso segreto delle Mezzemaniche? L'unione idraulici di Pistoia? Il sindacato delle pentole sporche?

Sgnor Mezzemaniche, è il lavoro che lei propone che va sconsigliato, compri una lavastoviglie nuova, e si risparmi la fatica di dover scandire bene le parole perchè gli stranieri non capiscono come mai una persona sana di mente dovrebbe lavare a mano 300 piatti due volte al giorno ed essere pure soddisfatta.

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categoria:cenerentola interinale
domenica, 04 novembre 2007

Mi sa che il post precedente era un po’ poco chiaro, signoramia. “Tornare su” per me significa tornare tra le pieghe del divano di casa dei miei genitori e lasciare per qualche giorno Bologna e la linea dei binari che si intravede dalla finestra del mio appartamento. Dunque, eccomi tornata qui tra i monti, dove l’autunno ce la mette tutta per rendere gli alberi piccoli incendi lungo i bordi delle strade. E devo dire che si sta proprio impegnando, qui, il Signor Autunno. Non ha badato a spese, e ha fatto indossare gli abiti migliori a questo paesaggio aspro, con i contorni segnati a carboncino delle pareti rocciose. Un paesaggio che ti porta a fare discorsi grandi o passeggiate brevi.

Io, ovviamente, ho scelto la seconda opzione.

La mia ora di libertà oggi l’ho trascorsa con lo StupidoCane di casa in giro per l’autunno bellunese.

Ce ne siamo andati in giro un pochino io e lo StupidoCane, tutti e due neri e con la lingua a penzoloni, a calpestare la tanto sospirata terra natia.

E mi è venuto in mente che potevo portarmi a casa una foglia. Non un’idea geniale, si dirà. Però ho pensato che poteva essere un buon modo per ricordarmi del valzer dei colori che c’avevo intorno, portarmi a casa una foglia. Insomma, mi sentivo un po’ in gita, e quando sei in gita cheffai? prendi un souvenir. Non c’erano né maschere in fintacartapesta made in China, né piccoli pezzi di Colosseo sottovuoto da portare a casa, così ho deciso che volevo prendere una foglia. Da mettere in uno dei libri che sto leggendo.

E ce n’erano un sacco, di foglie, lungo la strada. Nobili, popolari, impettite, fragili, spezzate, sospese, allegre, spensierate, oppure umili, oppure stacanoviste, oppure fuori posto, come quelle di una povera palma piantata in mezzo ad un cortile da un giardiniere buontempone.

Ne ho scelta una piccola, che ci stava in una mano. Era ancora attaccata alla pianta, nonostante fosse già gialla e un po’ svogliata, come rassegnata alla sua sorte. Stava attaccata alla pianta, dicevo, e aveva un bel colore giallo uniforme su cui si era posato un po’ di rosso irriverente e qualche puntino nero pensieroso. Non so se è la mia foglia, ecco. Forse è vero che se fai passeggiate così ti vengono per forza, i discorsi grandi. Però so che non è per niente male, per essere una foglia. Si difende, fa il suo dovere, porta avanti quel gran can can di colori che è l’autunno. Dà il suo contributo, una virgola di colore nel mucchio. Ma non è poco, per una cosa che ci sta in una mano.

 

 

 

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