venerdì, 28 marzo 2008
Perchè io, anche, sarei una che legge parecchio.
Lo so che da come scrivo non si direbbe, ma siate clementi, cari i miei venticinque lettori!
Mi piacciono le poetesse, preferibilmente con un carico di sfighe formato dirigibile.
Emily Dickinson (schizofrenica, depressa, vissuta per tutto il tempo nella sua stanzetta in mezzo alla campagna).
Vivian Lamarque (adottata, sposata e risposata, in analisi per un decennio).
Alda Merini (gigantessa, unghie rosse, che si è vista il manicomio, ma da dentro).
E poi mi piacciono i poeti, non solo i veneti attaccati alla metrica, mi piace anche quello scoppiato di Boris Vian, o il Cummings romantico che non si può non sbrodolare, il Gozzano fuorimoda, Montale enorme. E tanti altri piccoli amici, ma mi fermo qui per oggi, che la cultura fa sempre calare l'audience.
Insomma, se non passassi tutto il tempo a pensare a me pensante o a rubar biscotti, o a elemosinare approvazione, o a raschiare il fondo delle scuse, sarei anche una lettrice.
Allora per ricordarmelo, stasera scrivo una poesia.
E lo faccio anche un po' per scacciare dalla mente l'immagine di quel cattivone di Gigi Vianello, sbucato fuori dalle pagine di "Mi fido di te". Grazie, signor Carlotto Massimo e signor Abate Francesco, per gli incubi che mi regalerete pensando al caviale fatto col riso bollito o al pollo adulterato servito nelle mense scolastiche.
Ah sì, scrivo una poesia. Ma bella sfigata, eh, che non vorrei uscire troppo dalla riga di grigio che mi sto tracciando intorno.
Poesia, dicevo. Perchè mi sono stufata della nebbia e di tutto il resto. Mi sono stufata della consapevolezza sorda che mi fa sentire lucciola nel bicchiere rovesciato. Pallini di presa di coscienza mi escono dalle orecchie, dalla tasche spuntano certezze a gruppi di cinque, dalla borsa tracimano le convinzioni a mazzi. Perchè non basta chiarire dentro, bisogna agire fuori. Con tutte e due le mani o in punta di piedi, ma agire.
L'azione per oggi la affido a Boris Vian, perchè le parole mi servono pesanti.
Perchè ho conti in rosso ovunque, e ogni giorno corro per mettermi in pari.
Ma non lo dirò mai.

Ho male alla draghinassa

Ho male alla draghinassa
Ma non lo dirò mai
Ho male alla pancia
Ma non lo dirò mai
Ho male ai cardani
Ho male ai lubrificatori
Ho male al gingillo
Ho male alla borsa
Ma non lo dirò mai, ecco
Ma non lo dirò mai.
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categoria:bologna, uno che la sapeva lunga
giovedì, 27 marzo 2008
Non lo reggo.
Quando mi chiede di passargli il posacenere, che ce l'ha lì ad un metro.
Oppure quando beve dalla caraffa.
O i primi venti minuti del mattino, quando non gli si può parlare.
Quando non mi racconta mai un cazzo.
Però è la mia caffettiera, ormai.
Cioè una cosa quotidiana, essenziale. Che se al mattino non c'è, te ne accorgi, e ti manca.
Ti tocca pure smadonnare e trovare gli spiccioli per bere un caffè indecente al bar.
E' una caffettiera che fa il suo dovere, a volte gorgoglia un po'  troppo. A volte s'inceppa, si stanca, si svacca sul letto che sembra svenuta. E' una caffettiera avuta a caro prezzo, con una bella marca impressa sul lato ma coperta dalle incrostazioni, di nebbia e tristezze che tolgono smalto.
Però sono incrostazioni passeggere, basta una passata e vengon via.
Caffettiera in marchigiano si dice "cuccuma" e mi piace questo termine, perchè dà spazio alla povera "U" che non trova mai posto nelle parole importanti. E anche lui, nel suo modo folk e maraglio, col suo lavoro dà spazio a quelli che non se li caga nessuno, quelli che prima documenti poi lavoro, quelli che se non ci sei te c'è anche meno puzza.
Insomma, come la caffettiera, è importante ma sottovalutato. Disprezzato ma sempre in primo piano. Mai pulito con la dovuta attenzione. E proprio come una caffettiera, se lo dimentichi per un po' si intristisce, si guasta, non funziona più come prima e deve essere rimesso a nuovo.
Infatti, è tornato dalla pausa pasquale che rutta come solo un idraulico tedesco durante l'October Fest sa fare.
Infatti, ha perso diverse lezioni del corso su come si pulisce il bagno.
La strada è lunga, ma ad una caffettiera non si rinuncia.
E per chi non l'avesse ancora capito, questo post è dedicato al coinquilinobasetto.
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categoria:bologna, tagliare la pelle del cuore
martedì, 25 marzo 2008
Pasqua serenavariabile e Pasquetta alcolica.
Sono tornata oggi a Bologna, a respirare primavera e nuvole.
Grazie a chi c'è sempre e a chi si fa sentire ogni tanto.
Grazie agli auguri inattesi e a quelli essenziali.
Per quanto io provi a portarmi avanti con i conti, c'è sempre qualcuno a cui devo un bicchere. O un caffè. Mi costa fatica ammettere che stiamo crescendo, che non ci sono più i pomeriggi pigri da the e chiacchere, ci si accontenta di una tazza in fretta, appoggiati al bancone di un bar. E' stata una Pasqua così, a misurare il tempo che scorre, e gli affetti che si rinsaldano.
E i caffè condivisi sono un modo meraviglioso per tener su i conti, in questo periodo.
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categoria:bologna, tagliare la pelle del cuore
giovedì, 20 marzo 2008
E invece no!
Facciamo un potacio per bene, dai!
Facciamo che apro la mano, basta dita chiuse a pugno e basta cercare confini.
Facciamo che metto i pantaloni rosa e il sorriso migliore.
Perchè mi fa sempre sorridere, essere da queste parti.
Perchè la canzone qui sopra fa anche

20marzo2008 042
Sono pazzo del mondo
e sono pazzo di te"
Mi va di aggiungere una foto, un abbraccio, una speranza.
Perchè la normalità è un concetto abusato e senza troppo senso. Perchè la normalità si costruisce ogni giorno nel confronto e nel vivere l'emozione e il gesto.

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categoria:bologna, campo nomadi, tagliare la pelle del cuore
giovedì, 20 marzo 2008
Non vergognarsi della propria malinconia
è un compito penoso,
anzi uno strazio.

(Ivano Fossati "L'amore trasparente")
Per oggi basta così
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categoria:bologna, tagliare la pelle del cuore
giovedì, 13 marzo 2008
Ho un buco nella tasca.
E uno nel calzino destro.
Un buco nella borsa con l'ippopotamo.
E uno nelle mutandine a righe.
A me, i buchi, me li ha sempre rammendati la mia mamma.
Mia mamma, quella con un solo ciuffo di capelli bianchi e cinquanta candeline già spente.
E' un ciuffo-ricordo, che le è spuntato quando a sedici anni è rimasta orfana.
Si è pettinata il capello-spaghetto ed è andata a lavorare in fabbrica.
Con il primo stipendio, una bicicletta rossa. Ben salda sui pedali, a lavorare in fabbrica c'è rimasta per quasi trent'anni. E non ha mai smesso di rammendarmi i calzini. Era un po' lenta con le consegne, questo lo devo dire. Gli scaffali della camera diventavano campi-sosta per biancheria da sistemare. Nel tempo si sono aggiunte le magliette di mio fratello, con le cuciture ferite a morte dopo le partite a rugby.
Adesso ho cambiato casa, e chiedere al coinquilino  basetto di mettersi lì con ago e filo, no, non mi sembra il caso. Scartata pure l'ipotesti di assoldare qualcuno dei vecchietti del quartiere, folkloristici ma troppo occhialuti. Con le diottrie cala anche la qualità, è un dato di fatto.
Allora si apre l'interrogativo: chi mi aggiusta? Basta un po' di filo colorato, ovviamente sui toni del rosa e qualche pomeriggio di pazienza. Chi me lo sistema, quello strappo sul bordo?
Mi sa che mi tocca pensarci da sola. Nessun clown è mai stato forte col ricamo. Nemmeno la dottofessa Cannuccia se la cava col punto croce. Il dottor Cirillo che si punge quindici volte con l'ago, potrebbe essere la meno catastrofica delle ipotesi. Non che non lo sappiano fare, eh. Ma tocca a me, perchè questa è la mia roba, e solo io so da che parte iniziare.
Loro magari mi pagheranno il conto dei cerotti, o le lezioni gratuite di uncinetto.
So che che lo faranno, e verranno pure a vedermi smadonnare mentre sbaglio ad attaccare il primo bottone della mia giacca da laureata.
Li aspetto, con le mie cuciture ormai quasi nascoste dai sorrisi, che imparare qualcosa di nuovo fa sempre sorridere, anche se si tratta solo di mettere un ditale per la prima volta.
L'importante, come dice Rodari, è avere il coraggio di provare, a rammendare. Perchè se si sta sempre lì a pensare come dovrebbero andare le cose, ecco che si finisce a raccontare sempre le stesse storie, a non tollerare più di sette nani, a non sopportare una Cenerentola bruttina, a cancellare il quarto porcellino, a pensare che proprio non c'è più posto, soprattutto per l'amico rom di Hansel e Gretel.
Ma sto andando un po' fuori tema, e allora lascio il finale al maestro Rodari:
Le storie nuove (1960)

Ho conosciuto un tale 
Di San Donà di Piave
Che voleva raccontare 
La storia di… Biancanave.

Cacciato con vergogna
Scappò fino a Terontola
E cominciò a narrare
La storia di ….Cenerontola.

Di là fuggì in Sardegna,
si fermò a Bortigali
e cominciò la storia
del ….Matto con gli stivali.

Girò tutta l'Italia,
la Francia e l'Ungheria
sempre a sbagliare storie
e a farsi cacciare via.

E ancora gira e spera
Ancora di trovare
Qualcuno che abbia voglia
Di starlo ad ascoltare,

Qualcuno che capisca
Che sbagliando, per prova,
con una storia vecchia
si può fare una storia nuova
.






domenica, 09 marzo 2008
Come Godzilla che fa acquagym.
Fare cose inutili, ma con costanza.
Pedalare nell'acqua, senza neanche spostarsi.
Come Godzilla che fa acquagym, con la testa sotto.
Che almeno se piange, non si vede.
postato da: potaci alle ore 11:12 | Permalink | commenti
categoria:bologna, buco nella tasca
giovedì, 06 marzo 2008
Questa sera stavo ascoltando Paolo Rossi e Vincio Capossela che stonavano impavidi "Tornar".
Una canzonaccia con tutte le parole tronche, le rime tronche, per vecchi tronchi che ballano il lento, quelli col dopobarba della Standa e il gilè. Quattro versi in tutto, felici di esser lì a farti ondeggiare, venuti col Piaggio che non partiva, venuti per suonar due pezzi di Modugno e finiti ad improvvisare sotto una pergola di uva rossa. Ma dicevo. La canzone fa:
...e tornar tornar tornar
fra le mie braccia vuol tornar
tornerà qui dove sto,
so aspettar, so aspettar
se lei vuol solo tornar
Poi mi è venuto in mente di postare questa foto qui sotto, e ho unito i puntini per trovare la soluzione
Tornare è sapersi perdonare. Scoprirsi fallibili e sorridenti.
Tornare è mandare messaggi (quasi in bottiglia) della buonanotte.
Tornare è telefonare senza pudore, solo per dire ciao.
Tornare è fare anche un uso improprio del telefono, tipo boomerang. Perchè io ho pazienza,  ma non è nelle mie priorità imparare a memoria  la musica che l'USL di Bologna mette durante i minuti di attesa.
Tornare è difficile. Ma se ce la fa la primavera, ogni anno,
non vedo perchè non potrei farcela io.
ravenna
Ho deciso, comqunue, di inserire questa foto come un ricordopromemoria.
Perchè sono tornata a Ravenna domenica scorsa. Ma no, ma no, nonna, non c'ero mai stata a Ravenna, prima, era una metafora, capisi, dai, leggi anche il pezzo di sopra.
E' stata una vera e propria gita: abbiamo preparato i panini, incartati come due vere giovani marmotte con i tovaglioli rosa di carta.
C'era anche il succo in brick, rigorosamente tiepido. La coca cola nelle bottiglie piccole, le mele di due colori. Siamo andati in gita, perchè c'era il sole e già ci sembrava un motivo valido. Siamo andati al mare, perchè noi gente di montagna ci sembra che il mare d'inverno scompaia, e ritorni fuori in agosto. Una gita giusto così, per controllare, ecco, che il mare fosse sempre al suo posto e che la brutta stagione non se lo fosse mangiato per sbaglio.
Tutto a posto: le onde sono ancora lì, anche le conchiglie e i cani ciccioni che corrono sul bagnasciuga.
Nel pomeriggio, poi, la gita è continuata con una piccola visita alla città di Ravenna, piena di chiese marroni, mausolei marroni, strade marroni, un po' due marroni, ecco, a dirla tutta.
Graziosa, dai, ma non c'è stata la dimostrazione delle pentole sull'autobus, che mi motiva sempre, non c'è stato neanche l'autobus, e sono arrivata già poco propensa a mangiare pane e mosaici.
Così ci siamo limitati ad un giretto, facendo finta di avere la faccia a tasselli, per non dare nell'occhio. Abbiamo fatto i turisti inconsapevoli, quelli che guardano tutto e non capiscono niente.
Tanto adesso che l'abbiamo trovata, ci si può sempre fare un altro giretto.
Quindi, ancora una volta, tornar.
 ...non gli han dato mai ragione
ma è l'amore mio e non muore
vive solo per tornar
e tornar tornar tornar...


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categoria:bologna, tagliare la pelle del cuore, uno che la sapeva lunga
lunedì, 03 marzo 2008
Il vento e il ritorno
Sabato a Bologna c'era il vento.
Quasi primaverile, che soffia, scompiglia, scompagina, rasserena, raffredda.
E c'ero anche io, in mezzo al vento. Con la solita bici nera e i capelli raccolti stretti. La coda d'ordinanza aveva lasciato il posto ad una matassa di capelli imbrigliata da un labirito di mollette. Se in casa ci fossero state anche quelle di palstica per stendere, credo proprio che le avrei usate.
Pedalavo nel bel mezzo del Pilastro, quartiere di palazzoni e lingue mescolate, quartiere che resiste e cresce. Un bell'ammasso di edifici fatti su seguendo le istruzioni dei Lego e dipinti con quello che era rimasto in terra dopo l'ultima alluvione.
Ma dicevo.
Pedalavo al Pilastro e, d'improvviso, La vedo.
Questo vento incredibile aveva dato nuove energie anche a Lei.
Era quasi bella, coraggiosa, con la forza dei sopravvissuti.
Una FIAT Duna.
Al volante, un cammelliere umarell con tanto di cappello.
Mi passa davanti, con colpo di acceleratore sfiora i cinquanta kilometri orari.
E tutto si riempie di meraviglia. Sto ancora respirando il suo gas di scarico.
Una Duna è per sempre.
Dedico il ricordo di questa eroina solitaria a Saponetta, che nei sedili posteriori di un'impavida Duna ha trascorso la sua infanzia, attaccando moccolo ai finestrini e litigando con i fratelli per il posto dietro alla mamma, l'unico che assicurava l'impunità totale.
postato da: potaci alle ore 20:51 | Permalink | commenti
categoria:bologna, bicicletta