lunedì, 28 aprile 2008
Nomadi e caramelle in astucci colorati

"Ma dove devi andare?"
"In ospedale, perchè c'è mio marito che deve fare la tic tac al ginocchio"

...adoro questo lavoro!
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categoria:bologna, campo nomadi
domenica, 27 aprile 2008
E tu mi chiedi "come va"?
E va bene!
La vita al circo delle pantega-ne, la vita al circo delle pantega-ne

Caparezza dixit.
E stasera sottoscrivo, sorrisi e topi per tutti.
Che tra le Mickey Mouse e le pantegane, ho sempre scelto le seconde!

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categoria:bologna, campo nomadi, tagliare la pelle del cuore
martedì, 22 aprile 2008
Niente cronaca del ritorno, è passato troppo tempo ed è già ora di fare il biglietto per tornare a salutare le prealpi.
Cronaca dell'oggi: oggi è un passaggio aperto verso il dialogo familiare. Forse. Se così non sarà, se davvero ci si chiuderà come tanti piccoli ricci di mare al sapore di Montedison, porterò con me i segnali che sono giunti in questi giorni, i messaggi sgrammaticati di mio fratello, gli HappyHippo che mia madre mi spedisce dal Veneto.
Sarà che lavoro con una famiglia cosiddetta "difficile", ma mi viene da coglierle, le ancore di normalità che queste persone col mio stesso cognome mandano. Mi viene da tirar su tutto, anche se non avrò mai il profumo di Nastrine a colazione e gli abbracci sotto l'albero di Natale. Non miro a niente di tutto questo, specie ora che vivo da un'altra parte. Ma un minino di guard-rail, questo sì, lo voglio conquistare. Il guard-rail, quella barriera in ferro lungo le strade. Non tanto trendy, non tanto in primo piano. Non c'è mai un guard-rail come Dio comanda, nelle pubblicità dei fuoristrada. Però serve, 'sto poveraccio. Serve per non far andare troppo fuori dalla corsia. Per dare un paio di indicazioni, che poi sei sempre libero di scavalcare dopo la curva. Ma se non c'è il guard rail, allora c'è il fosso. Oppure quel dislivello subdolo che ti fa impantanare di botto.
Senza questo segmento di metallo orlato di arancione, mancano certezze stupide ma basilari. Manca una direzione da cambiare e una strada da sentire propria senza un motivo, solo perchè l'hai percorsa infinite volte.
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categoria:veneto, tagliare la pelle del cuore
giovedì, 17 aprile 2008
Si diceva, sono tornata in terra natia questo fine settimana.
La cronaca prosegue.
Ho passato due giorni chiusa in un'aula di scuola elementare a fare la scrutatrice. Con me il Presidente neopapà preciso e socievole, l'esperto in marketing forzista, la quasimamma, la quasiadulta e la quasisposa. Tutti a decidere cosa essere e nel frattempo a condividere percentuali, nomi e cognomi, schede e a destreggiarsi in mezzo ad una selva di buste che neanche Magalli col gioco a premi su Raidue.
Ah, e i Carabinieri, come dimenticarli!
Due personicini in divisa, a piantonare che nessun vandalo cercasse di sabotare l'ascesa di Berlusconi gettando bombe, scarpe o wafer ammuffiti contro le finestre del nostro preziosissimo seggio, 700 votanti. Sì, in tutto.
E poi la giraffa di pezza.
Che quando la tristezza si mette d'impegno, e risale fino alla bocca dello stomaco, ci sono solo due cose da fare: la prima è parlare di quanto sono sporchi gli immigrati con i tuoi colleghi (ah, no!questo l'avevan già fatto domenica mattina!). La seconda, invece, è andare al luna park e farti vincere una giraffa culona di pezza! Alle giostre, sono andata, alle giostre!
E il solito Cirillo ha pescato i miei sorrisi con un'asta in metallo, e li ha tirati su uno alla volta, con il gancio arrugginito. Non so come si chiami questa attrazione innovativa in cui tu devi pescare degli animaletti che galleggiano in una vasca rotante (è dificile, è rotante!) e ogni animale un punto, e ogni punto un premio.
Noi abbiamo adottato seduta stante la giraffa di pezza, guadagnata a forza di tirar su pesci dallo stagno semovente.
Sul cognome non c'è ancora chiarezza, ma il nome è nato spontaneo: la giraffa è diventata da subito "Storta", come la giornata, come i sorrisi forzati, come il razzismo quando si piega per infilarsi nel quotidiano e spegnere gli entusiasmi.
Così, dopo la passeggiata tra luci, zucchero filato, autoscontri e calcinculo, son tornata al seggio. Ma non sola. C'era Storta, con me. Così abbiam deciso che "d'altra parte è assai meglio, dentro a questa tragedia, ridersi addosso, non piangere, e voltarla in commedia". Quella civettuola di Storta si è innamorata da subito del Carabinierebergamo e quindi è venuto fuori che se si prova a stare assieme con un po' di semplicità, a volte spontaneità, le ore vanno via più lisce, si scopre di avere passi in comune, tutto sommato. Anche se il ritmo è diverso ed alcuni vorrebbero scegliersi sempre con chi ballare.
Io e Storta abbiamo passato il resto del tempo così, un po' a fare le signorine felicite e un po' a sorridere alle vecchie. Un po' a bere il caffè della vicina di casa, provvidenziale dopo la batosta-senato e un po' a cantare la canzone della cacca, infallibile in caso di trionfo leghista.
Il seggio si è ufficialmente sciolto in pizzeria, in cui per la prima volta il nostro Carabinierebergamo si è mostrato in abiti civili, ha dato consigli di bellezza alla Potaci in persona, ha detto "Pensa, se non c'era 'sto seggio, col cavolo che ci parlavo con una che lavora coi rom".
E la mia poca modestia ha aggiunto dentro di sè: "Pensa, se non c'era Storta, col cavolo che rinunciavi a catalogarmi come una no-global".
E fin qui, si arriva a domenica sera.
Ma c'è un buco temporale, in questa cronaca.
Manca giusto quell'oretta in cui ho preso il decespugliatore e strappato silenzi ed erbacce, uscendone ferita e con gli occhi gonfi.
Quando un silenzio dura anni, una sola potatura non basta, a far fiorire il dialogo. Io poi, ho scelto di usare la mannaia, l'attacco diretto, la parola sputata. Il rischio di far seccare tutto è stato alto. Ma con tutte le lacrime versate, un po' di acqua c'è stata, e chissà che non serva a far germogliare di nuovo.
Eppoi, con tut el me piander, avevo due occhi da rana..e i miei compari di seggio si son portati a casa l'intima convinzione che mi sia fatta tre canne prima di raggiungerli in pizzeria con un clamoroso ritardo.
E va bene così.

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categoria:veneto, tagliare la pelle del cuore
martedì, 15 aprile 2008
Riassunto un poco corto, un poco lungo.
Riassunto in cui si parla di valigie, di fiori, di schede, di seggi, di Carabinieri, di Carmen Consoli, di Giovanni Rana, della Vivian Manarin, dei leghisti, di uomini con la barba, di donne pelose, di questioni annose e di rime noiose.
Con la partecipazione di Strana, giraffa di pezza.
Ogni perditempo è ben accetto.

Sono tornata in Veneto questo fine settimana, cuore sul bancone del macellaio.
Ad aspettarmi venerdì sera delle conversazioni sul vino locale, un viaggio in treno piacevole. Ho ritrovato per caso alcuni compagni del liceo. E' buffo e interessante ascoltarli parlare, discutere di studi e di futuro, vedere come le nostre convinzioni acerbe siano maturate, o magari siano state messe da parte a favore di altre. Sedili sporchi e voci pulite, ecco com'è stato il viaggio in treno.
I brufoli che ci nascondevano (grazie a Dio!) se ne sono andati, e hanno lasciato spazio a qualche idea matura, non più urlata tra bestemmie, ma messa in circolo e discussa.
Venerdì sera, invece, valigie sul palco. No, niente aste di beneficienza, ma uno spettacolo vero, con il Cirillo a calcare le scene, assieme a Tabata, per un incontro teatral-poetico sul viaggio. E' bello avere un palco da cui condividere pezzi di storie. Si è sentito Saramago, Baricco, Dickinson, Volo...insomma, una sorta di top ten di brani sul viaggio, letti con convizione e semplicità.
Graziosi e un po' improvvisati, i due attori se la sono cavata niente male, con le mani a disegnare rotte immaginarie. Tabata che a metà spettacolo scaglia una mela con la forza di chi parte, poi, è stata un meraviglia.
Potaci orgogliosa come non mai perchè Cirillo c'ha su la maglia che gli regalato io, no, dico, ma hai visto?
E' un problema, lo so, cercare sempre pezzi di me, anche su un palco in cui non c'entravo niente. E' stata un'emozione vera questa, frugare negli sguardi degli attori per capire cosa provavano a leggere quelle robe lì, sul viaggio, e capire se davvero sarebbero stati pronti a prender su e andare.
Special guest: Bacillo che infila pezzi di legno nelle valigie-sgabelli, onde evitare rovinose cadute in scena.
Special guesta: Cannuccialafonica che per ricordarsi che luci deve accendere si fa i bigliettini come alle medie durante il compito di francese.
Sullo sfondo: l'asfalto bagnato che non sembra aprile, nuovi amici proprio giovani e una birra Pedavena.
Il giorno dopo che era sabato: vecchi amori e girasoli a Bassano.
Ho bevuto un meritato caffè con una persona a me cara. E siamo andati un po' in giro tra i banchi del mercato cittadino. Mi affascinano sempre, questi ammassi di colori e forme sul selciato delle chiese e poco lontano dalle case. No, non è la solita mania "Ho bisogno di una borsa, ora!". E' piuttosto che mi piace parecchio questa danza di maglie, scarpe, tessuti. La mescolanza strana dei colori e degli odori. Il trash dell'omino che vende tritatutto, la fretta della massaia, la confidenza tra vicini di banco. No, non quelli di scuola.
Mi piacciono poi le bancarelle di fiori, quelle con tutte le orchidee schierate come soldatini, e i mazzi di margherite umili, che si accontentano di un vaso da condividere tutte assieme. Oppure la spavalderie delle ortensie, che sbordano dai vasi e ti chiamano col loro profumo deciso. O ancora la rigidità degli iris, che non si scompongono neanche se gli passa a fianco una mandria di bimbi diretti al banco dei giocattoli.
Ho trascorso la mattinata tra tutta questa bellezza stesa in mostra, mentre le chiacchere sul mondo fluivano liquide e mai scontate.
Special guest: umarells operai che attaccavano bandiere tricolori ai lampioni per l'imminente adunata nazionale degli alpini.
Special guesta: "se c'è un altro che le sta accanto, certamente non sarò io, a mettermi tra di loro, ci scommetto che non sarò io" (f.d.g. as usual).

Il resto alla prossima puntata.

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categoria:veneto, tagliare la pelle del cuore, nasi rossi
mercoledì, 09 aprile 2008
Domani ho una riunione importante, che mi terrorizza.
Venerdì ho una riunione importante, che mi terrorizza.
Ora, che fare?
Una tazza di the, una marmellata al mandarino.
Una relazione scritta bene, una maglia adatta.
Le carte sul tavolo, il mazzo già mescolato.
E la sua faccia, per ricordarmi che..ce la posso fare!!!
jesus
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categoria:bologna, tagliare la pelle del cuore
lunedì, 07 aprile 2008
Oggi ho portato un bambino-scimmia sulle ginocchia fino a fami venire il mal di schiena.
Pazienza se, lo stesso piccolo mostro, sabato mi ha fatto versare una caraffa di lacrime di frustrazione. Il pomeriggio mi è servito per rimettere i conti in pari con i bisogni dei  bimbi di cui mi occupo. Mi è servito a darmi delle pacche sulle spalle, anche se per meritarmelo ho giocato per quasi due ore a nascondino e "la bella lavanderina".
Non è facile avere sempre una proposta nuova, un motivo per sfuggire alle inferriate che delimitano il campo in cui i bimbi vivono. Una rete è pur sempre una rete, anche se ci infili sopra ricami d'edera.
Però oggi ce l'ho fatta.
Quindi va bene anche così, va bene che a un nano di sette anni sfuggano bestemmi d'ira, ad una bimba di otto scendano le lacrime per un pugno cacciato nello stomaco perchè non ha rispettato la conta. Perchè ce l'abbiamo fatta, e sappiamo giocare tutti assieme. Sappiamo che per parlare bisogna che gli altri stiano zitti e che di ascoltare non si finisce mai. Sappiamo i giocattoli vanno bene, ma meglio è uno sguardo d'attenzione per una macchinina montata da soli, o un disegno appeso, che tutti vedano il nostro talento.
Ho visto, tra l'altro, la mostra di Mirò a Ferrara: uno che per tutta la vita ha avuto la grande opportunità di fare quello che più gli piaceva, e farlo in maniera grandiosa.
Questo, più o meno, è quello che vorrei ottenere anche per i bimbi con cui passo i pomeriggi. Vorrei che fossero davvero loro a scegliere cosa fare. A sceglierlo con l'immediatezza degli otto anni, senza sentire il peso di un contesto "a rischio" che li fa puzzare di diverso dalla mattina alla sera. Vorrei che fossero loro a decidere il quadro, visto che la cornice ce l'hanno già bella appiccicata in faccia, con l'etichetta "rom" tutta scritta in stampatello.
Vorrei che prendessero solo i colori più vivaci, o quelli scuri, per dire quello che tengono dentro lo stomaco e sotto le unghie, da dove la terra proprio non se ne vuole andare. Che dipingessero quello che vedono quando la maestra dà loro un programma speciale. O quello che immaginano quando si svegliano in mezzo ai fratelli, dentro ad una casascatola con solo gatti a tener loro compagnia, una volta di troppo.
Vorrei che tutto questo venisse fuori, ma quando poi esplode, in modo violento e pieno di urli a volte, ecco che non sempre i potaci mi vengono come si deve. Ma quando ci riesco, a rincorrere, a decodificare, ad accogliere, allora sì, che è magia.
E adesso, spazio e budino, che il resto verà.
E che un po' di budino può far bene anche al cuore, no?
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categoria:bologna, campo nomadi, tagliare la pelle del cuore
domenica, 06 aprile 2008
Scrivo con davanti una bottiglia di vino australiano, tenuta via perchè c'ha su il canguro.
Scrivo con la luce rivolta al muro, per non svegliare il coinquilino e i pensieri agri.
Definisco i miei confini grazie agli oggetti sparsi sulla scrivania: tazza, orologio, libri. Ma anche scatola di lecca-lecca e cartoline. Agenda, appunti, occhiali.
Cose da fare, distribuire, costruire.
Domani è lunedì, e sono qua.
Non so ancora quali di queste cose mi serviranno, se sarà un giorno da anfibi o gonna al ginocchio. So che ci sono, con pancia e progetti.
E poi, tra le pagine e gli sguardi, a qualche tasto di distanza da me c'è uno con il cappello buffo e la macchina ammaccata. Con gli occhiali da bambino e qualche indecisione uguale.
Che aspetta e sospetta. E' buffo quando cerca di cucinare, trattasi di esemplare di maschio convinto che gli spinaci maturino naturalmente in cubetti perfetti da scongelare.
Trattasi di essenzialità e fragilità nell'affrontare il futuro come pochi.
Armato di scarpe da corsa, cerca risposte e trova disegni infantili a pennarello e nasi di moccolo che lo chiamano "maestro". Qualche volta fa fatica a crederci, che è davvero lui la persona in questione e gli occhi vagano per la stanza cercando qualcuno con una camicia adatta a quella professione di responsiabilità. Ma è davvero lui che stanno cercando,  allora sta al gioco e se la cava pure bene, ad annaffiare infanzie.
"A te che mi hai truccato il mazzo delle carte
perchè vincessi ancora, da qualche parte".
E per chi non l'avesse ancora capito, questo post è dedicato al Dottor Cirillo.
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giovedì, 03 aprile 2008
Chi ha paura dell'Uomo Nero?

Allora, come tutti noi sappiamo, questa dell'uomo nero è una grossa fregatura. Perchè non è mica che arriva un tizio, vestito di scuro, con la forfora e l'alitosi e ti dice: "Buonasera, sarei l'Uomo Nero, posso mica spaventarla un paio di minuti? Poi vado via che c'ho il corso di urlologia".
No, il Sindacato Uomini Neri ha vietato tempo queste manifestazioni di clemenza, e così la paura si è organizzata. A volte non c'ha neanche una faccia, è solo un numero.
Un numero magari corto corto, con due decimali o neanche uno. Segnato da una lancetta rossa e stronza, o illuminato da millimetri digitali. Che lo vedi che sei scalza, e ti fai subito male, cocci sotto i piedi, spuntoni da tutte le parti.
E questo, per me, è ancora un Uomo Nero bello grosso, con tutte le sue righine ordinate e i consigli per gli acquisti.
Per uno che rimane, ce ne sono almeno altri due che se ne vanno, scaduto il contratto a progetto, finita la collaborazione saltuaria, vai pure a farti assumere dall'interinale "Obiettivo Uomo Nero", va!
Il primo è una di quelle persone che c'ha gli anni di esperienza. Le pesano, sulle spalle, come portare le porte. Come trascinare tragedie. Come lavorar per anni con l'Abc delle sfighe senza mai andare oltre la D di diritti o la I di inclusione. Una così, mi faceva una paura blu. No, anzi, nera.
Invece la chiamo e guarda un po'...
Com'è che sembra mia zia fuori dal mercato delle erbe?
Com'è che, se con le persone ci parli, scopri delle marmellate di vita gustosissime?
Com'è che serve più dire che rigirare i pensieri?
Il secondo è uno di quelli che non c'ha solo la scrivania. Lui c'ha la Cattedra. Tutta bella in ordine, con i suoi studenti, i blocchi, i post-it e la cancelleria al completo. Così, quando ti siedi davanti a lui, 'sto ammasso di roba ti rimpicciolisce un pochino, dai! Specie se sei lì con la tua padellina, pronta a rigirar aria fritta mentre questo risponde alle mail.
Invece com'è che ad andare avanti non si gira più in tondo?
Com'è che il progetto di cui parlo gli interessa, e mi consiglia?
Com'è che serve più fare che rigirare i pensieri?
E adesso si cambia gioco, perchè mi sembra proprio che sia ora di provare col Rialzo.
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categoria:bologna, tagliare la pelle del cuore
martedì, 01 aprile 2008
Spesso, i portici bastano.
Per spolverare un'amicizia consolidata, e darle un colore nuovo.
Non più universitarie, o quasi, ci si ritrova a parlare di cose come famiglia. Quella che verrà.
E a non essere spaventate dal cielo che si tinge di rosso, perchè c'è qualcuno a casa che aspetta per cena, ma senza prediche per il ritardo.
Oggi, in un bar troppo piccolo per contenere i sorrisi, tra bustine di zucchero e approcci mal riusciti, una mia amica mi ha detto che sì, alla fine, pian piano e con tutte le sfumature del caso...
C'è una piccola famiglia, nel suo cuore, che cresce e ora è due ma presto potrebbe essere tre.
La zia Potaci si preprara.
E ora scusate, vado a riprendere con punto croce.

Un bel bavaglino ricamato non passa mai di moda.
Poi con ago e filo, a forza di rammendare pancia e cuore, sono diventata proprio bravina. Che quasi quello strappo nel cielo non si vede più, e notizie come questa iniziano un arcobaleno.
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categoria:bologna, tagliare la pelle del cuore