venerdì, 23 maggio 2008
Tre cerini accesi nell'oscurita' della notte:
uno per illuminare i tuoi occhi;
uno per illuminare la tua bocca;
uno per illuminare il tuo viso;
e poi l'oscutità per ricordare tutto questo stringendoti a me.
(J. Prevert)

Pochi versi con alcune immagini, come fotogrammi, che rimangono sulle dita.
Questa sera coniugno al presente il verbo mancare.

 
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categoria:bologna, tagliare la pelle del cuore, uno che la sapeva lunga
giovedì, 22 maggio 2008
Signori, si chiude!
A fine giugno, le porte del campo metteranno su due bei lucchetti per una delle due famiglie di cui mi occupo. Tanti saluti, e grazie. No, non so dove andranno. No, non ce l'hanno un posto dove andare. No, i bambini no.
Il lavoro di bisturi continua.
Dice Ascanio Celestini: "L'amore no, non è possibile, nel mondo fragile dei liquidi. Per stare un poco assieme, per fare una famiglia, ci vuole la bottiglia".
I nonni di questi bimbi forse, i loro bisnonni, senza dubbio, lo sono stati davvero, liquidi. Abituati in una terra conosciuta a muoversi, a spostarsi, ad occuparsi di lavori sempre meno utili in un mondo sempre più globale, come raccogliere il ferro, smaltire i rifiuti delle industrie, e magari tirar su due soldi con l'elemosina. I loro nonni, si spostavano tutti assieme, famiglie allargate che creavano un tessuto vivo e crescevano numerose. Poi sono scappati da un paese più povero che mai, lacerato dai conflitti interni, del quale conservano la lingua e le tradizioni, brandelli di religione e qualche usanza.
Sono questi resti di terra e famiglia con i quali si definiscono: noi siamo quelli che parlano il romanè, che si spostano tutti assieme, abituati a vivere vicini e a cavarsela. A sposarsi presto e possibilmente uno dei nostri, che ci conosce e non giudica i vestiti troppo sporchi.
Che poi, non è mica vero che sono nomadi. Si spostano a seconda delle contingenze, è il nostro occidente che li scaccia e li costringe a muoversi da una periferia all'altra, magari trovando spazio in uno dei nostri spettacolari campi nomadi. E quando creano una rete attorno a sè, è senza dubbio composta di rom come loro, perchè ognuno di noi ha maggiore facilità di dialogo con una persona di cui conosce già la lingua e le abitudini. Ma questo viene definito come "organizzazione a delinquere".
Mi rendo conto di essere troppo critica, forse troppo coinvolta, ma fare di tutta l'erba un fascio sembra diventato sport nazionale, quindi mi viene da riprendere il bisturi e sezionare, dividere, capire come sono fatte tutte queste parti che costitutiscono un popolo.
Quelli che conosco io, di rom, hanno addosso una cultura che ha perso il proprio splendore ed è diventata capro espiatorio: con questi confini liquidi, questa lingua diversa, queste difficoltà ad accettare forme di stabilizzazione imposte da altri, diventano bersaglio ideale su cui deviare l'attenzione dell'opinione pubblica.
E la soluzione è per tutti la stessa: "Mandateli a casa loro!". Il problema che questi qui, padri giovanissimi, bambini, cugini e zie, sono nati e cresciuti in Italia, conoscono le città e le province. Come uno dei pensionati del mio quartiere, sanno benissimo dove sono i servizi, come fare per le emergenze, dove andare a fare la spesa. Ma piuttosto di occuparsi davvero di ciò che vogliono, gli si affibbia una patria inesistente a cui delegare il problema.
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martedì, 20 maggio 2008

Perchè piove ancora?
E' fine maggio, dovrebbe essere vietato dalla Costituzione!

Invece piove, sulle tamerici salmastre ed arse, e anche sugli alberi stanchi del mio quartiere. Piove sulla mia bici nera, solitaria legata ad un palo, aspetta il sole per tornare a sfrecciare. Piove, ma io non ho più voglia di essere triste. Signoramia, queste mezze stagioni. E il lavoro, signoramia è il lavoro, che mi fa passare i pomeriggi a succhiare le cime delle matite sperando di trovare soluzioni magiche. Il mio lavoro prevede che mi armi di bisturi e sezioni una famiglia rom. I bimbi li conosco bene, conosco i loro sorrisi e le spinte, conosco i morsi e le cartelle sanitarie. Conosco le date di nascita e i voti a scuola. Mi si chiede, ora di conoscere il loro futuro prima che lo sappiano i genitori. E di mantenere il segreto. C'è un racconto di Rodari che ne parla, "Giacomo di cristallo". Il Giacomo narrato è un bimbo trasparente, incapace di dire bugie o di compiere azioni ingiuste. Perché tutte i fatti negativi gli si rivoltano dentro, gli si forma una palla che va su e giù per lo stomaco. Ma è di cristallo, e allora 'sta pallozza la vedono tutti e a lui gli tocca di mettersi in ginocchio sui ceci ed essere sempre onesto. Trasparente, limpido, con sè e con gli altri. Grazie anche a questa sincerità si è creato il rapporto con la famiglia rom di cui mi occupo: basato sull'attenzione sincera, sulla preoccupazione mai scontata, su consigli mai gratuiti. Con questi punti saldi si è cresciuti assieme, loro dal campo e io da fuori, poi tutti e due vicini, poi uno in mezzo ai medici e uno a fianco. Poi uno tra gli assistenti sociali e l'altro bene in mente, con mille raccomandazioni. Ora che il nostro percorso si sta per chiudere, così come chiuderanno i battenti dell'area di sosta in cui vivono, l'ordine tassativo è fingere. Fingere di non avere queste informazioni, mostrare incertezza là dove c'è in realtà già un progetto ben definito. Questo mi fa sentire un grumo di pietre dentro che cresce, senza rotolare verso il basso come una valanga, ma cresce. Diventa palla che spinge alle pareti dello stomaco e mi riempie i polmoni. Perchè se davvero si vuol portare un miglioramento a lungo termine, bisogna battere la strada del dialogo. Se non può essere un discorso alla pari, almeno che i poteri si palesino fin da subito,e non si chiudano dietro targhette inutili e compiti istituzionali.

E poi, ha messo brutto tempo fino alla fine della settimana.
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categoria:bologna, campo nomadi, tagliare la pelle del cuore
sabato, 17 maggio 2008
Oggi viene a trovarmi lui (con meno capelli e più matite) e allora poteva mancare una faccina?
Pioggia e manga per tutti, buon fine settimana con canzoni da ballare e pranzi da slacciarsi la cintura. cirillo
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venerdì, 16 maggio 2008
Oggi Bologna ha messo su un cielo di cemento armato. Forse stanca di vivere un'estate anticipata, la città ha fatto dietro front e si è ridipinta di grigio.
Oggi è il giorno giusto per essere tristi.
Ieri no, ieri c'era una luce calda dappertutto, ogni riunione è stata fatta senza accendere le lampade, i bambini hanno dimenticato le felpe in classe e le signore nel mio quartiere si sono attardate più del solito a parlare in giardino.
Oggi invece va bene essere un po' tristi. Con queste due del pomeriggio che colano lente lungo le chiacchere del pranzo, con questi libri accatastati, con questo futuro sempre più mobile che proprio non va d'accordo con la calma delle nuvole fuori dalla finestra.
Insomma, la botta doveva arrivare, ed eccola qua.

La storia inizia d'inverno, maglione a righe con il collo alto. Il freddo che si arrampica sotto le maniche e una proposta di lavoro ardita: vai a vedere come stanno questi zingari.

Solo due famiglie, bosniache, nate in Italia e da qualche anno in città, con i loro ritmi dentro una casamobile, i loro sogni nella borsa tenuta sotto la gonna, e il loro domani tra le ruote dei furgoni.
La storia finisce di primavera, maglietta con le stampe colorate. Le prime gocce di sudore segnano la fronte, le corse del nascondino rese più lente dalle folate di vento caldo.
Ancora due famgilie, sempre più nomi e sempre meno "gli altri". Adesso ci conosciamo bene, per mesi ci siamo frequentati, scambiati prospettive, numeri di telefono, insulti.
Per questo sono triste.
Perchè tra poco dovrò chiudere questo pezzo di strada fatto assieme, e chiuderlo in una maniera tremenda e dolorosa. Inoltre, non ci sarà nessun CoinquilinoBasetto al mio fianco. In questi mesi ha svolto il ruolo di quello-che-manteneva-i-piedi-per-terra per tutti e due. A suon di rutti, ma l'ha fatto. Le partenze portano sempre con sè una dose abbondante di malinconia e speranza infranta e poesie lette troppo poco.
Per me sono due le partenze da affrontare in questo giugno: da un lato un amico che va a crescere altrove, dall'altro un percorso lavorativo che si chiude senza troppe stelline di merito sul quaderno.
Vorrei raccontare di più e meglio perchè questo lavoro finisce e spero di riuscire a farlo da questo spazio qui, nei prossimi giorni.
Per il momento chiudo, con un'occhiata a questo cielo cupo che sembra capirmi fin nelle scarpe.
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categoria:bologna, campo nomadi, tagliare la pelle del cuore
martedì, 13 maggio 2008
La stagione dell'amore, viene e va, diceva una canzone melodica anni novanta.
E anche quella dell'amicizia, dico io.
Un amico che tira su il telefono e con la voce metallica da segnale poco raggiungibile ti spara: "Dal primo giungo vado in Sicilia". Prende su e va a costruire futuro, per sè e per gli altri.
In un giorno di maggio, capire che le persone che sono al nostro fianco sono mattoni di sorrisi e cervello, e sapere con certezza di aver imparato qualcosa, in tutti questi mesi passati a condividere il vino.
Insomma, il CoinquilinoBasetto se ne va. Per quasi un anno, con la speranza e il tremore negli occhi. "Che poi c'ho venticinque anni" buttato sul divano con i capelli bagnati.
Ora in casa c'è la polvere sollevata da mesi di pulizie malfatte, borse che scendono da sopra gli armadi per riempirsi di felpe, i maglioni magari li riporto da mio padre che non serviranno e magari ci metto anche un libro di Calvino, nel mezzo, che porta fortuna.
Le città invisibili, ovviamente. Con tutti questi quadri che ti vien voglia di passarci almeno una volta accanto, ai paesaggi descritti. E con un commento lapidario alla fine di ogni racconto, per capire che c'è sempre un mondo magnifico, al di là della finestra. Lui se n'è scelto uno, ha spedito curriculum, fatto, brigato, finchè non gli han dato una pedata nel culo e un biglietto per Agrigento.
Diventerà ancora più terone?
Si farà un altro di quei suoi orribili tatuaggi?
La smetterà una buona volta di ruttare in pubblico?
La casa sarà finalmente un po' più pulita?
Ti dedico una faccina per stasera coinquilino, che per i saluti strappalacrime ci sarà tempo.
Talomo
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categoria:bologna, tagliare la pelle del cuore
lunedì, 12 maggio 2008
Ho scritto un post serio serio ieri, quindi oggi per tenere alto l'onore di questo posto mi sento in dovere di continuare con i messaggi di un certo livello.
E quindi....
potaciecco una fantastica faccia da potaci per essere sempre aggiornati sulle ultime novità del ueb.
www.faceyourmanga.com, vieni a perdere del gran tempo anche tu!!
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categoria:bologna
domenica, 11 maggio 2008
Righe con la bic nera per descrivere questi ultimi giorni.
Ho fatto diverse cose, tra cui passare del tempo con le amiche bolognesi.
Tra cui telefonate spezzettate alle amiche bellunesi.
Tra cui inizare un nuovo lavoro.
Dal curriculum al colloquio, quattro mesi.
Dal colloquio all'assunzione, praticamente tre settimane.
Però si tratta di uno di quei lavori che volevo fare da piccola, quindi è con una certa soddisfazione che spero di non dover più usare "educatrice pallina" come tag. Basta, grazie, essere svegliata alle sette meno dieci e spedita in una scuola qualunque con un ragazzo fragile da non rivedere il giorno successivo. E' stata comunque un'esperienza ricca, quella delle sostituzioni di educatori a scuola.
Mi ha permesso di ficcare le mani in moltissime esperienze educative diverse: percorsi che vanno dalla ricostruzione di vissuti frantumati allo sviluppo di capacità residue. Interessante perchè ancora una volta mi ha fatto capire quanto sia centrale, per un lavoro ben fatto, scommettere molto sulla relazione che si instaura con chi ci sta di fronte. Senza sbrodolare nella compassione, ma cercando gli strumenti per essere esempio, compagno, aiuto e chissà cos'altro.
Quando inizi a conoscere un utente, perchè è giusto anche usare questo termine qui qualche volta, ti rendi conto che non sarà mai un rapporto alla pari, ma che il resto è tutto da scrivere. Si devono stabilire i confini della fiducia, dell'entusiasmo, della libera iniziativa. Ho visto, ad esempio, un ragazzino di terza media arrampicarsi sul muro di cinta della scuola per recuperare un pallone sotto gli occhi accondiscendenti dell'educatore di turno. Tutto parte dalla relazione che lega le due figure, che detta i tempi e i modi per la crescita. Ogni possibilità di miglioramento è vincolata anche al fatto che l'altro si fidi di te pur riconoscendoti sempre come persona responsabile, adulto a cui fare riferimento senza essere immobilizzato dai pudori della paura.
Una piccola riflessione serale, questa, dovuta anche al fatto che con il lavoro nuovo di relazioni significative dovrò crearne sei. Non è facile entrare nel cuore e nella casa di sei persone diverse.
Come chiavi per riuscirci mi porto l'entusiasmo di aver raggiunto questo piccolo obiettivo, i colori dei clown che ho imparato ad usare al momento giusto e qualche strumento maturato pian piano.
Mi porto l'idea di crescere assieme, del rispetto dell'altro anche quando sembra fuori dal comune e chiacchera molto volentieri con un tappo del detersivo.
Mi porto il fatto che in questi mesi sono stata con la testa via, ma ho avuto al mio fianco persone che non hanno mai smesso di credere in me e di riconoscermi tutta intera, anche se alcune delle mie capacità se ne andavano gorgogliando giù per lo scarico del cesso. Gente che mi chiamava per nome quando allo specchio io non vedevo altro che un'ombra. Sono queste persone che mi hanno insegnato che la diversità sta negli occhi di chi guarda, e che non serve guardare altrove per trovare degli esseri umani perfetti.
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categoria:bologna, blu notte, tagliare la pelle del cuore, mento a parte
martedì, 06 maggio 2008
Più corrida per tutti, parte seconda.
Alla fine ha vinto la coppia del blues, poi le ragazze danzerine, poi i clown con Aretha Franklin.
E allora, un po' di listaimmagini per custodire ricordi ben riusciti. Se di tutto questo si capisce ben poco, alzo le spalle e metto su il sorriso di una che ha capito come è bello tornare, dopotutto.

A Saponetta, ci capiamo con gli sguardi, ci prendiamo per i capelli e ci abbracciamo sempre, alla fine.
Al boa di bicchieri dopo tre giorni di bevute.
A Cirillo che ha infilato dischi e sorrisi anche sotto una pioggia battente.
Ad un fratellotestimone, che si impegna perchè vuol cambiare il mondo.
Alla volontariabandanarancione, per gli ordini e la presenza.
Alla mia mamma, che pesca fiori e saggezza. 
Al Tanghero, che non riavrà mai più la sua mucca di plastica, il suo soprannome e le sue penne.
Al valletto spagnolo, perchè crescere non vuol poi dire perdersi.
Alle donne clown, perchè mi hanno dato entusiasmo e modestia.
Al capocontrada, sereno come un buddha, dietro la cassa per tutti e tre i giorni.
A Farina, perchè da buon fungo è sbucato con la pioggia.
Alle amichespagnole, che sono un po' le mie eredi, e ne sono fiera.
A mio fratello, per avermi spiegato cos'è il post hard core (sì, stavo meglio prima).
Al presidente microfonomunito, perchè quando ci vuole ci vuole.
Al semaforo fuori tempo.
Agli amici di sempre, tra noci e matrimoni.
Al presidente mestolomunito, perchè "i nostri lupi bevono latte", ora.
Grazie.
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categoria:veneto, tagliare la pelle del cuore
lunedì, 05 maggio 2008

Ascolto quel corvo di Vinicio Capossela leggere "Il canto di Natale" di Dickens. Sono decisamente fuori stagione, ma mi lascio trasportare dalle parole e l'attenzione si ferma nel momento in cui appare il primo fantasma, vecchio ammuffito che trascina catene. La sagoma spiega così la sua sorte e il suo doversi tirare dietro pesi per l'eternità:

 “Deve ogni uomo - rispose lo Spettro - con l'anima che ha dentro girare in mezzo ai suoi simili, viaggiare il più che può; se non lo fa in vita, è condannato a farlo in morte. È dannato ad errare pel mondo, oh me infelice! A vedere il bene senza poterlo godere, quel bene che avrebbe potuto dividere con gli altri sulla terra e che avrebbe fatto la sua felicità!” 

Qui lo Spettro mise un altro strido, squassò la catena, si torse le mani diafane.

“Siete incatenato” osservò Scrooge, tremando “Perché?”

“Porto la catena che mi son fabbricato in vita - rispose lo Spettro. - L'ho fatta io stesso anello per anello, pezzo a pezzo; io stesso me la cinsi per volontà mia, e di volontà mia la portai”.

Lo Spettro dice, parafrasi by Potaci, che ognuno decide se incatenare la propria anima, se farla diventare secca come le castagne e le mele in autunno, o se farla fiorire e risplendere, liberandola in giro per il mondo.

In questi giorni, come si evince anche dal post precedente, sono stata un po' fabbro e ce l'ho messa tutta, per forgiarmi, con le fiamme della tristezza, un bel paio di catene da trascinare per l'eternità. Ma il calore di quel subdolo fuoco non veniva percepito dagli altri, che da fuori mi vedevano ferma a prendere polvere e raffreddare, come un pezzo di pane buono ormai solo per i conigli.
E così queste persone attorno a me hanno soffiato sulla cenere un bel po', finché non ho indossato i miei pantaloni rosa e le scarpe da corsa. Mollette nei capelli e voglia di fare, ecco che mi sono dedicata ad una cosa che mi fa stare sempre bene. I miei amici, e il mio paese.
Piccola città bastardo posto, dice Guccini, e delle volte non ha neanche torto. Ma alla fine, un paese è composto di persone come io, che cambiano, crescono e magari hanno voglia di tirarsi su le maniche e fabbricare comunità.

E così è stato, porca paletta, una sagra coi fiocchi!

Una festa per quelli del posto e per chi era di passaggio, un momento di ritrovo per gli amici di una vita e per le famiglie in giro per il ponte. Tre giorni di festa paesana in un centro che non conta più di ottocento abitanti non cambiano il mondo. Ma forse lo colorano un po', e quindi mi sono impegnata per dare anche io la mia mano di pittura, ovviamente rosa, a questa sagra paesana.

Ho fatto quello che mi andava di fare, e niente di più. Per questo non finirò mai di ringraziare tutti i volontari che hanno collaborato alla riuscita di questa manifestazione. Perché è bello potersi occupare esattamente di ciò che ci sta più a cuore, invece di dover pensare ai fusti di birra o ai conti che non tornano. Così mi hanno lasciato fare una festa per i bambini, con la mia socia storica, amicaquasisorella, e le compari fidate. Un pomeriggio di giochi all'aperto e pizza finale sotto il tendone, con queste persone a tenere ben a bada il mio malumore e a prendermi per le orecchie quando stava per scapparmi la pazienza. 

E poi...La Corrida! Dilettanti allo sbaraglio su un palco grande come la mia scrivania, a far vedere i loro talenti!Una domenica sera come tante resa un po' più allegra dall'intraprendenza di dieci concorrenti, che si sono messi in gioco e sfidati per il pubblico. Io ho fatto la valletta. Ciao mamma, televotami anche tu!!Sì va be’, sempre con i pantaloni rosa e le scarpe da corsa. Un abbigliamento poco consono alla serata, ma forse quanto mai adeguato al colore del mio cuore in quel momento. Una cosa da niente, una piccola gara di paese, ma bella.

E il vecchio amico elettricista che costruisce un semaforo per le votazioni.

Ho scelto i giurati, che compito di responsabilità!Ci ho messo dentro due occhi che non si dimenticano e la mia maestra delle elementari, una neomamma e una signora affascinante, quelli del laboratorio biopolitico e quelli della gara di biciclette, due ragazze coi codini e poi basta che valutare non è un compito che possono svolgere tutti.

Le prime ad esibirsi, quattro bambine della Endemol Generation, dieci anni e cappello coi lustrini. Hanno ballato una canzone glamour con i loro pantaloni fashion, sembravava che rincorressero un'età e un'immagine legata ai bagliori della tv. Ma in fondo erano emozionate come tutte le loro coetanee quando c'è il papà a guardarti tra il pubblico, e questo mette i conti in pari.

Poi due balli country, seri seri. Gli uomini con il cappello, le donne con gli stivaloni, sembravano gli spazzacamini di Mary Poppins "Senza parole, viene come vien, gambe all'aria tutti insiem!". Spettacolo davvero affascinante, come facciano dieci persone a ballare gomito a gomito senza provocare una catena di contusioni e fratture multiple rimane per me un mistero.

Poi il poeta. Cappello azzurro, dimestichezza col pubblico. Un personaggio locale che a settant'anni suonati mette in fila rime in dialetto per descrivere il suo paese, galline e case incluse. Leggero, rumoroso, vivo. Pioggia di applausi e un pensiero della mia polacca preferita: "Preferisco il ridicolo di scrivere poesie al ridicolo di non scriverle".

Poi tre clown. Camuffati, ma sempre clown. Due blues brothers e una Aretha Franklin in salsa bellunese ad insistere sulle note di "Think". Ovazione per le mossette della cantante, che saltella come un grillo sovrappeso con la faccia dipinta di nero. Tre ragazzi che si son mangiati il palco e anche buona parte del pubblico, dimostrando che basta crederci, poi si riesce anche a sculettare come la regina del blues.

Poi un altro clown. Giocoliere, 'stavolta. Un virtuoso del diablo, gravemente penalizzato dall'incapacità alcolica dell'addetto al semaforo, che fa scattare l'applauso il nostro eroe juggler aveva finito il suo numero da un pezzo e se ne stava già nel parcheggio cercando le chiavi della macchina. Invidia, perché io non sono capace neanche di far funzionare uno yo-yo, figuriamoci due diablo sullo stesso filo.

Poi uno dei musicisti storici del paese, che canta a squarciagola un pezzo sul vino. O almeno credo. Mentre si esibiva, ero troppo occupata a contare quanti miei ex abitatori di cuore fossero racchiusi in uno spazio di settanta metri quadri. Due. Su tre. No comment.

Poi un altro cantante, che alla fine si è parecchio arrabbiato perché non ha vinto. Non riesco a capire perché, è un mondo difficile questo. Vengono premiati quelli che hanno fatto le prove prima di venire sul palco, ma guarda un po'. Durante la sua esibizione si è pure messo a piovere. Secondo me si è trattato di un chiaro esempio di sabotaggio comunista.

Poi "Madonnina dai Riccioli d'oro", grande classico della sagra di paese. Cantata a squarciagola da un personaggio uscito fuori da una canzone della Bandabardò, quella che fa "senza freddo e senza fame, ubriaco canta amore alle persiane". Cantata così, con la sfrontatezza e delicatezza di uno che vuole esserci, perché è qui che è cresciuto.

Infine, un duo blues. Lei sottile e appassionata, canta con dedizione e grinta. Lui fascino e chitarra, la accompagna senza coprirla, e viene fuori una ballata che ti fa venire voglia di avere qualcuno a fianco, per potergli stringere la mano finché durano le note.

Si vota, si vince, si premia.

No, non lo dico chi ha vinto, sennò che cosa scrivo domani?
postato da: potaci alle ore 22:39 | Permalink | commenti (1)
categoria:bologna, veneto, uno che la sapeva lunga