mercoledì, 27 agosto 2008
Apritevi tutte finestre del cuore
Fuori da me scarabeo malumore
Bocca risata spalanca la porta
Drizzati luna storta


B. Tognolini

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categoria:bologna, uno che la sapeva lunga
martedì, 26 agosto 2008
Non voglio salire sui vostri ginocchi
non voglio carezze nè baci sugli occhi
Niente solletico nè pizzicotto
E io non mi chiamo leprotto.

Formula magica di Bruno Tognolini "Contro i grandi appiccicosi" da "Mal di pancia calabrone"

....e che dovevo prendere un libro per la tesi, sennò chissà quale altra meraviglia sputava fuori la mia bibliotechina di quartiere!
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categoria:bologna, uno che la sapeva lunga
sabato, 23 agosto 2008
Una borsa di volantini, un plico di libri, tre cartelline di documenti.
Quadernoni, appunti, foglietti volanti.
Un paio di asciugamani, quattro flaconi di shampo.
Un libretto universitario, un mazzo di fototessere.
Una pianta di menta. (ormai ex pianta di menta)
Un casco, un paio di guanti.
Un giubbotto nero, un materasso.
Un cuscino.
Quattro litri di pozione magica per fare le bolle giganti.

Ecco l'elenco di quello che il Basetto si è dimenticato a Bologna quand'è partito per le terre del Sud.
Ma, a mesi di distanza, che cosa gli viene in mente?
Un'infomazione fondamentale che ha nascosto tra i libri?
Le tracce di un tradimento seminate negli appunti?
No, ovviamente aggiunge una cosa alla lista, stupendomi.
"E mi raccomando, tienimi da parte il mio grembiule blu, quello per la cucina, che l'ho dimenticato!".
Stiamo parlando di un grambiule blu con disegno giallo dell'Ombralonga. E' famoso in casa poichè idrorepellente, le macchie infatti hanno formato un bello strato omogeneo sul cotone impedendo a qualsiasi sostanza di lasciare traccia sulla sua superfice.
Esperti del RIS sono pronti a dimostrare come il grembiule blu possa grazie, a questa sua proprietà, essere usato tranquillamente come giubbotto antiproiettile. Basta solo trovare il modo di infilarlo, vista l'inconsueta rigidità che il capo ha assunto a forza si stare appeso di un gancio.
Questo, questo gli serve, e lo dobbiamo tenere al riparo da inconvenienti, follie, catastrofi naturali e pacchetti sicurezza.

Le priorità del mondo maschile ancora una volta mi lasciano senza parole.
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categoria:bologna
mercoledì, 20 agosto 2008
Tricarico c'ha la faccia da studente fuorisede, fuoricorso, fuoritempo, a cui inoltre hanno appena rubato la bicicletta (fuori dal cinema). Un bel viso aperto alla meraviglia, che ho visto oggi per la prima volta (o quasi) cercando il testo di una sua canzone.
Spettacolare, ad essere sinceri.
Poetica e incalzante.
Diretta, profonda, senza però sembrare un libro che ti cade in testa dal settimo piano.

L'ho ascoltata per la prima volta andando verso casa in macchina. Stavo rientrando in Veneto per le ferie, ed ecco che salta fuori questo folletto a grattare sulla chitarra e appiccicare le parole sulle note, stringendo qua e là per farle stare meglio. Ho letto da qualche parte che questo è il suo nuovo singolo, vabbè, mi resta comunque l'orgoglio di averla "scoperta" prima, anche se il merito va alla funzione "random" del mio lettore mp3.
E la canzone è "Ghiaccio".
Continuo a pensare che non sia un caso se l'ho sentita per la prima volta tornando a casa mia. Non può essere un caso che mentre facevo castelli su come non deludere attese, obblighi e altri fardelli esistenziali che a volte mi sento caricati sulle spalle, mentre ero lì a riflettere su come essere ancora una volta "all'altezza", 'sto tizio suggerisce:

e allora sarò nudo e a volare imparerò

Quando tutte le cose vanno fuori posto, quando la strada ha troppe buche, Tricarico suggerisce di spiegare le ali, invece di scivolare nella prima pozza di fango.
Quando la solitudine abita il tuo tavolo più delle briciole, allora sarò nudo e a volare imparerò.
Poi suggerisce di fare piano.
Mi sembra voglia dire a tutti di essere leggeri, con il vicino di casa, con il fidanzato. Fare piano, con tutte queste mani che si incontrano. Dar loro attenzione e onestà, con il respiro che segue il gesto, come l'orecchio che si avvicina al petto per sentire il cuore.
Piano con la tua cattiveria.
Ogni volta che la sento, anche adesso che ormai la so quasi a memoria, mi fa aprire le braccia e cercare qualcuno con cui condividerla. Ma piano.

Ghiaccio

Se l'acqua che io bevo
non mi disseta più
se il cibo che io mangio
non mi sazia più
allora berrò il pane
e l'acqua mangerò.

Piano.
Piano con la mano.
Piano con la lingua.
Piano con la tua
cattiveria;

Piano
con la sicurezza
con tutta questa fretta
con un'incertezza
quando troverà
la ragazza.

Se l'abito che indosso
non mi copre più
la strada che percorro
non mi sostiene più
allora sarò nudo
e a cadere imparerò
allora sarò nudo
e a volare imparerò.

Piano.
Piano con la mano.
Piano con la lingua.
Piano con la tua
cattiveria;

Piano
con la sicurezza
con tutta questa fretta
con un'incertezza
quando troverà
la ragazza.

Piano.
Piano con la mano.
Piano con la lingua.
Piano con la tua
cattiveria;

Piano
con la sicurezza
con tutta questa fretta
con un'incertezza
tutta la tua fretta
quando troverà
la ragazza.
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categoria:bologna, veneto, uno che la sapeva lunga
lunedì, 18 agosto 2008
Sono tornata a Bologna dopo le vacanze estive.

La Sardegna mi ha lasciato un colore ambrato sulla pelle e paesaggi splendidi nel cuore.
Ho visto spiagge bianche e nuraghe, ma anche sorrisi nuovi e sentito nasi rossi sardi vicini, seppur solo telefonicamente. Vacanza promossa a pieni voti, insomma, se non altro quella fuori dalle mura domestiche.
Ho trascorso la seconda settimana di ferie nel mio caro vecchio Veneto, che non si muove di un passo, e questa è la sua forza, ma anche la mia disperazione. No, magari non proprio disperazione, ma insomma, fatica del crescere, soprattutto in famiglia.
Fortunatamente, non si muovono (pur maturando), anche i miei vecchi amici, con i quali sono cresciuta e ho condiviso un vagone di esperienze in adolescenza, prima di prendere il treno per Bologna e spostare i miei rami, se non proprio le mie radici.
Con loro ho passato delle serate tremendamente alcoliche e piovose, tra concerti e feste in montagna.
Poi pizza. Mai mangiato così tanta pizza in una settimana.
La più importate con il Carrozziere, amico quasi nuovo. Un ragazzo che è nato a cinquecento metri da casa mia, ma che ho conosciuto davvero solo negli ultimi due anni. Persona speciale, occhi azzurri e voglia di cambiare la sua vita. Credo ce la farà, e spero di essergli vicino nel nuovo cammino che ha deciso di intraprendere.
Lo aspetta una decisione che potrebbe portarlo ad un nuovo lavoro, paese e famiglia.
Ancora una volta, la sua storia mi fa capire che ognuno di noi deve scegliere per sè, con competenza e maturità e poi spendersi per non perdere i pezzi per strada, impegnarsi per mantenere la propria unicità pur cambiando nel tempo.
Adesso, tornata a Bologna, guardo i libri che ingombrano la scrivania e le lenzuola stese al sole.
Mi viene chiesto di scegliere continuamente e sto cercando di farlo al meglio, senza dimenticare dove sono arrivata fino ad oggi.
Si sta per concludere un progetto lavorativo importante, quello con i rom, e un altro si aprirà fra poco.
Riuscirò davvero a mantenere gli impegni presi, soprattutto con me stessa?
O questa mole di roba da fare mi spaventerà troppo, e ripiomberò nel circolo vizioso che mi ha tenuta incatenata a terra lo scorso inverno?
Nel frattempo ho imparato a riconoscere i problemi reali da quelli che la mia testolina fa fiorire da sola come la muffa sul formaggio. Questo dovrebbe bastare per tenere sott'occhio la realtà, invece di perdermi nei boschi delle paranoie.
Vorrei che il nuovo lavoro fosse davvero occasione di crescita, e non impegnare il tempo per evitare di farmi del male.
Ho le braccia per farlo.
La testa è al suo posto, anche se qualche volta va sgridata
perchè lancia gli aereoplani di carta invece di concentrarsi sulla realtà.
Il cuore riempito e svuotato,
vuole appassionarsi a sguardi nuovi e far tornare i conti con quelli vecchi.
Le gambe aspettano ritmi nuovi.
La pancia vorrebbe essere invitata a cena fuori.
E mi sembra abbastanza, per ora.
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categoria:bologna, veneto, campo nomadi, buco nella tasca
giovedì, 14 agosto 2008
"Il meglio che possa capitare ad una brioche" è di stare lontana dai  libri di Tusset. E non solo a lei.
Va be', comunque ho finto questo romanzo qui e non mi è piaciuto per niente. Scrittua lineare, senza svolazzi e senza chicche, senza brio e senza lanci. Trama passabile, ma con continue anticipazioni che ti fanno venir voglia di prendere l'autore  per il colletto della camicia e dirgli: "HO CAPITO che tu sai già come va a finire, ma se non me lo vuoi dire, mollami!".
L'unica consolazione che mi rimane è che l'ho preso in biblioteca, e che quindi non ho sponsorizzato l'autore e il suo pseudo-talento creativo.
Ma come al solito, non posso rinuniciare a scrivere una citazione. La frase non c'entra niente con la trama, ma è una delle poche pagine passabili del libro, in cui l'arroganza superficiale e costruita del narratore sembra quasi sopportabile.

"Parli così perchè non sei innamorato."
"Può darsi. Ma mi è costato talmente tanto innamorarmi di me stesso che non ho più voglia di fare uno sforzo del genere per qualcun altro".

P. Tusset "Il meglio che possa capitare ad una brioche"
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categoria:vacanze, uno che la sapeva lunga
martedì, 12 agosto 2008
Cortesia, colazione, casa

Lunedì ho inaugurato la mia seconda settimana di ferie facendo colazione  appoaggiata ad un tavolo di legno chiaro, ben diverso dal noce affidabile della mia cucina, in una casa lontanissima, tra gatti sconosciuti che mi guardavano curiosi. Fuori dalla finestra c'era il Mar Tirreno, e non le vecchie care Prealpi o i vecchi cari e basta del parco con cui confino a Bologna. Un mare in grande stile, apparecchiato anche lui per dirmi che potevo spassarmela ancora un po', giusto il tempo di addentare una brioche di sfoglia.
Sarebbe una meraviglia avere una casa così, sul mare, anche soio per bere il primo caffè del mattino davanti alle onde che macinano grani e pensieri.
Poi c'era una tovaglia di cotone, un po' consunta negli angoli, con dei disegni floreali, qualche accenno di rosso e marrone, due righe gialle a far capolino, frammenti di bianco per ridare spazio al disegno. Era un pezzo di stoffa comune, con la faccia di chi sa fare il proprio lavoro. Sembrava un barista di mezza età, di quelli con la pancetta e il codino brizzolato: tu entri, lui ti sorride e vuole farti senite a tuo agio, magari ti mette pure un po' di zucchero in più, giusto per farti capire che sei in buone mani.
Una tovaglia così.
Un vassoio sbagliato. Capita, a volte, di comprare delle cose solo perchè ci sembrano simpatiche, magari anche utili, quando le vediamo sullo scaffale del reparto casalinghi. Capita anche di arrivare a casa e di scoprire che sono pesanti, poco funzionali e in definitiva fuori da ogni graziadiddio. E questa è la storia made in ikea del vassoio che ho usato lunedì mattina: una lastra in pura plastica decorata con delle fragole presuntuose e scritte da overdose di allucinogeni.
Due tazze, sul vassoio. La mia era gentile, un po' sgargiante, contenta di mettersi in mostra con la sua fila di ananas gialli disegnata tutt'intorno al bordo superiore e. già che c'era, anche sul piattino.
Quella del Brontosauro era più umile e portava bene l'abitudine al soffio leggero per raffreddare il the, che le scompigliava le margherite sul bordo. Alta, semplice e con un tono dimesso, sembrava quasi volersi scusare del fatto che superava di due centimetri buoni quella giovinetta impettita della tazza con gli ananas.
No, niente zucchero.
Tovaglioli di stoffa, spaiati ma divertiti, entusiasti di farsi un giro mattutino sul tavolo, tanto allegri da dover essere imbrigliati con due semicerchi di paglia per restare un po' fermi.
Cucchiani di rappresentanza, che se ne stanno lì un po' offesi perchè nessuno li avrebbe usati.
Non so perchè mi viene da descrivere tutto questo: non è altro che un tavolo apparecchiato.
La colazione non è stata particolarmente ricca, nè pregna di rivleazioni scottanti, senza nessuna confessione  drammatica o incontro folgorante.
O forse lo so.
Scrivo tutto questo per ricordarmi che la cortesia può essere anche gratis, come la colazione  tra le mura di ogni giorno. Non c'è per forza qualcuno che ti presenta lo scontrino, dopo un gesto d'affetto o di cura particolare. Sembra banale, ma dopo solo un giorno  at homesweethome mi pare d'averlo quasi dimenticato. Qui non passa mai nessuno per il caffè, vietato far salire gli amci, parlare troppo forte al telefono, lasciare la porta aperta a lungo. 
Non ricordo l'ultima volta che qualcuno ha varcato la soglia di questa casa solo per una tazza di the, o per assaggiare una torta fatta in casa. Non so esattamente dove sia la zuccheriera per gli ospiti. Il nostro servizio buono ha abdicato secoli fa. 
Ecco, descrivo per ricordarmi che questa non è la normalità, che senza scadere nella gentilezza innata tipica dei nasetti sardi, si può essere ospitali, aperti, lasciare che qualcuno entri in casa tua senza sentirla come un'invasione, o una fuga della tranquillità.
Scrivo per ricordarmi di comprare delle tazze con su l'ananas, in modo da poter restituire questa cortesia, e poi un'altra volta, e poi un'altra volta ancora.
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categoria:vacanze, veneto, tagliare la pelle del cuore
martedì, 05 agosto 2008
La Sardegna intorno.

Inizio agosto in vacanza, Il telefono di lavoro lasciato in Veneto, i problemi universitari abbandonati su una scrivania a Bologna, le incomprensioni familiari appoggiate su un comodino dell'alto bellunese, gli sbalzi del cuore appianati da un'ora d'aereo.
Prima di partire, riflettevo su dove voglio abitare in futuro.
Ho accettato un lavoro che mi terrà in Emilia per il prossimo anno e mezzo, e non è poco. Si tratta di fare quello che volevo da piccola, in una città che non mi sarei mai immaginata. Ne parlavo con un'amica di sempre, che racconta di stazioni e passaggi.
Sarà banale, ma la conclusione è stata questa: in fin dei conti, non c'entra più di tanto il posto in cui abiti. L'importante è che tu riesca a tenere sotto controllo i piedi, a dir loro dove andare. Dove fermarsi per incontrare delle persone, dove correre per scaricare la tensione. Serve avere la serenità tra il cuore e il cervello, senza dare per scontati i problemi. Riuscire ad affrontare le difficoltà inserendole in un percorso di crescita personale, più che smaddonare e desiderare d'essere altrove.
Esserci, insomma, con tutte le dita e le cartilagini in aggiunta.
Far pace con le domande inutili che mi sono posta in questi mesi, per permettere allo specchio di restituirmi un'immagine completa, non solo frammenti.
Poi, per il luogo c'è sempre tempo.
Oh, poi non so micca come andrà a finire, non son qui a tenre l'editoriale di "Donna Moderna" nè a dispensare perle di saggezza, solo scrivo per fare chiarezza, per riassumere un po' i passi fatti riguardo alle domande che mi saltano in testa in questi giorni.

Per il resto, sono in Sardegna.
Scrivo dal pc di un amico conosciuto a Bologna che ospita me e il Brontosauro toscano (qui appaiono problemi di definizione non risolti. Appena capirò come vanno le cose, gli dedicherò un avatar e una riga più decente) per questi giorni di vacanza. Una Sardegna di paese, poco lontano da Oristano. Ho fatto un vagone di chilometri per trovarmi in un borgo in collina che sembra il mio villaggetto veneto. E capire che davvero, c'è un sacco di mondo da scegliere, ma prima di tutto bisogna scegliere di essere tutti interi e rispettarsi sul serio.

Spero in questi giorni di reincontrare qualche pagliaccio sassarese, amici conosciuti qualche tempo fa...ci scapperà l'incontro a metà strada?O dovrò tornare ad Alghero, in una certa focacceria che ci sfamò per alcuni giorni nel settembre 2007?
Per il momento passeggio tra nuraghe e parlo di cose bizzarre, tipo il formaggio di capra dentro i dolci.Oggi sono stata un po' a prendere il sole sulla spiaggia di S'Arceddu, ciottoli e sabbia. Barchette di pescatori, roccia calcarea bianca.
Poi scarpinata a vedere Nuraghe Losa, spettacolo dell'edilizia e delle pietre che stan su da sole.
Poi sono in vacanza, e scriverò presto.
postato da: potaci alle ore 22:42 | Permalink | commenti (2)
categoria:vacanze, tagliare la pelle del cuore