martedì, 27 gennaio 2009
E' un antidolorifico magnifico...
Oggi avevo mal di testa.
Una roba che parte dalla base del collo, come una manina fredda e lunga che arriva da dietro, dalla nuca alle tempie. Stomaco in subbuglio e pensieri tossici.
Chissà perchè.
Forse perchè domani cambio un'altra volta vita?

Il mio corpo sta diventando una cartina tornasole delle emozioni.
Sono molto di più che psicosomatica: ogni fremito, palpito, dubbio, ansia, si ripercuote in qualche modo sui miei, arti, muscoli, tessuti.
Ansia da tesi?Mi riempio di dermatiti.
Contentezza e gioia? Rossore perenne.
Grattacapi al lavoro? Dolore ai reni e tensioni al collo.
Il prossimo passo è diventare ospite fissa a "Elisir".
Oggi ho trovato un antidolorifico magnifico.
Ingredienti:

Un pezzetto di cera d'api d'opercolo grande come una noce;
Due cucchiai di olio extra vergine d'oliva;
Un cucchiaio di bicarbonato;
Mezzo cucchiaino di amido di mais;
7 gocce olio essenziale di lavanda;
7 gocce olio essenziale di tea tree;
7 gocce olio essenziale di limone.

Sciogliere la cerca a bagno maria; quando si sarà del tutto sciolta, aggiungere l'olio d'oliva e lasciare sul fuoco finchè il composto non torna liquido.
Togliere da fuoco, lasciar raffreddare qualche secondo e aggiungere amido, bicarbonato e olii.
Versare il composto in un vasetto molto piccolo e lasciar raffreddare in frigorifero. Si conserva per diversi mesi in un contenitore chiuso.

Eccolo: deodorante in stick alla cera d'api.
Spignattare cosmetici eco bio è la mia nuova cura contro i malanni emotivi!
postato da: potaci alle ore 20:33 | Permalink | commenti
categoria:bologna
giovedì, 22 gennaio 2009
Un anno fa scrivevo poesie in rima per bicilette e mi nascondevo pedalando.
Adesso scrivo "Da figli del vento a vicini di casa: proposte per l'integrazione sociale di persone rom".
Quando avrò finito di domare virgole, racconterò per bene le cose anche qui.
Per adesso, sorrido e faccio tornare i conti, partiti troppo tempo fa.
postato da: potaci alle ore 09:37 | Permalink | commenti
categoria:bologna
domenica, 11 gennaio 2009
Potaci: "E adesso dove state?"
Coda di Lupo: "Nel parcheggio qui vicino".
Un dialogo e una ricorrenza, due motivi buoni per postare questa


Khorakhané

Il cuore rallenta la testa cammina
in quel pozzo di piscio e cemento
a quel campo strappato dal vento
a forza di essere vento

porto il nome di tutti i battesimi
ogni nome il sigillo di un lasciapassare
per un guado una terra una nuvola un canto
un diamante nascosto nel pane

per un solo dolcissimo umore del sangue
per la stessa ragione del viaggio viaggiare
Il cuore rallenta e la testa cammina
in un buio di giostre in disuso

qualche rom si è fermato italiano
come un rame a imbrunire su un muro
saper leggere il libro del mondo
con parole cangianti e nessuna scrittura

nei sentieri costretti in un palmo di mano
i segreti che fanno paura
finché un uomo ti incontra e non si riconosce
e ogni terra si accende e si arrende la pace

i figli cadevano dal calendario
Yugoslavia Polonia Ungheria
i soldati prendevano tutti
e tutti buttavano via

e poi Mirka a San Giorgio di maggio
tra le fiamme dei fiori a ridere a bere
e un sollievo di lacrime a invadere gli occhi
e dagli occhi cadere

ora alzatevi spose bambine
che è venuto il tempo di andare
con le vene celesti dei polsi
anche oggi si va a caritare

e se questo vuol dire rubare
questo filo di pane tra miseria e sfortuna
allo specchio di questa kampina
ai miei occhi limpidi come un addio

lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca
il punto di vista di Dio

Cvava sero po tute
i kerava
jek sano ot mori
i taha jek jak kon kasta

Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna

vasu ti baro nebo
avi ker
kon ovla so mutavia
kon ovla

perché l'aria azzurra
diventi casa
chi sarà a raccontare
chi sarà

ovla kon ascovi
me gava palan ladi
me gava
palan bura ot croiuti

sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali
postato da: potaci alle ore 22:30 | Permalink | commenti (1)
categoria:bologna, campo nomadi, uno che la sapeva lunga
martedì, 06 gennaio 2009
I matti vanno contenti, tra il campo e la ferrovia.
A caccia di grilli e serpenti, a caccia di grilli e serpenti.
I matti vanno contenti a guinzaglio della pazzia,
a caccia di grilli e serpenti, tra il campo e la ferrovia.


La canzone inizia con due note e la voce: cantautore ormai di una certa età, con il tabacco a far fuori le note più alte. Comincia con una frase ripetuta, per chiarire di che si parla.
Si parla di matti, visti lungo le solite strade, un po' dondolanti. Difficile dar loro un'età, per noi abituati a trattarli da eterni bambini. Spesso non ci accorgiamo delle rughe che segnano le guance e del passo che va più lento.

I matti non hanno più niente, intorno a loro più nessuna città,
anche se strillano chi li sente, anche se strillano che fa.
I matti vanno contenti, sull'orlo della normalità,
come stelle cadenti, nel mare della Tranquillità.


La canzone continua a ribadire il concetto, si parla prorpio di quelli lì, quelli lasciati soli da una diagnosi che finisce in -oide, -ettico, -istico, -astico. Una scritta amara che segna il confine con la normalità e li condanna ad essere sempre in discesca, come stelle sì, ma cadenti, perchè non bastano le dita di due mani per contare i limiti della loro felicità, così come non bastano per mettere in fila il numero degli ostacoli.

Trasportando grosse buste di plastica del peso totale del cuore,
piene di spazzatura e di silenzio, piene di freddo e rumore
.

La canzone poi fa una breve pausa, seguita da questa frase che arriva come scheggia di vetro nel bicchiere. Fa male e te ne accorgi. perchè davvero, questi matti poi accumulano, mettono via, nascondono dentro le sporte cose che non riescono a possedere, il desiderio di un figlio, la voglia di dare un bacio, il fremito che viene dal guidare un'auto in velocità, la gioia del matrimonio, l'emozione di aprire per la prima volta la porta della propria casa, il sentirsi adeguato.  

I matti non hanno il cuore o se ce l'hanno è sprecato,
è una caverna tutta nera.
I matti ancora lì a pensare a un treno mai arrivato
e a una moglie portata via da chissà quale bufera.


La canzone raggiunge qui il suo punto centrale, l'autore sembra quasi che un po' s'incazzi. Perchè è chiaro il concetto che i matti ti si affezionano subito,non hè che proprio si innamorano. Quindi è facile che scatti lo sguardo tenere, di compassione. Come con un passero ferito, che non sai come guarire, suscitano tenerezza. I matti sembrano così, alla fine. Non sono mica persone, stanno ore a pensare a desideri passati, amori andati via, promesse non mantenute. Magari sono anche capaci di piangere, per un amore tradito. Loro, i matti.

Loro sono le nostre paure: improvvisamente li chiamiamo diversi per poterci definire uguali e normali.
Li consideriamo sempre piccoli, da coccolare, mai adulti da ripsettare e con cui fare dei passi avanti verso il desiderio personale e la crescita.

I matti senza la patente per camminare,
i matti tutta la vita, dentro la notte, chiusi a chiave.
I matti vanno contenti, fermano il traffico con la mano,
poi attraversano il mattino, con l'aiuto di un fiasco di vino.


La canzone poi si dilunga a ribadire il concetto, che loro non possono andar in giro da soli e quindi noi che siamo normali li dobbiamo aiutare. Loro tanto sono sempre contenti, ridono spesso se li porti fuori a cena e se li fai ballare. Gli basta questo per far finta di non essere soli. A loro, ai matti.

Si fermano lunghe ore, a riposare, le ossa e le ali,
le ossa e le ali, e dentro alle Chiese ci vanno a fumare,
centinaia di sigarette davanti all'altare.


La canzone finisce che l'autore un po' fa capire di non essere molto d'accordo con il resto del testo. Infatti ai matti improvvisamente spuntano le ali. E com'è che possono entrare in Chiesa? E com'è che ci possono fumare? Sembrano quasi quelli che stanno dalla parte di Dio.
Il problema è che strisciano, fanno sempre ridere, fanno spesso pena. Difficile trattarlo da adulto, un matto. Se è matto, non può essere anche adulto.

Invece, poi, proprio il matto finisce che se ne sta lì, in prima fila, a spartirsi il tabacco con Dio e a spiegare che l'amore è cieco, ma i matti ci vedono benissimo. E si sono leggermente stufati di esser trattati da bambini.



Sono tornata da una settimana di vacanza con le mie matterelle.
Spero di riuscire a scrivere dell'altro presto. Questo era un piccolo sfogo, ho dentro un grumo di emozione, vorrei  trovare presto di bandolo della matassa.
Grazie a Francesco de Gregori.
postato da: potaci alle ore 22:15 | Permalink | commenti
categoria:vacanze, veneto, mento a parte