Eravamo in quattro l'altra sera, borse di stoffa e scarpe sformate.
Loro erano qualcuno in più. Rumeni, rom, zingari o forse più semplicemente migranti, con questo modo confuso e al tempo stesso familiare di emigrare che hanno le persone rom. Si spostano portando con sè quello che hanno di più caro: la famiglia, in un tentativo folle e disperato di portar via da una terra impoverita almeno ciò che ancora significa qualcosa per loro. Un modo difficile da capire, perchè costringe bimbi, mamme, anziani a viaggi estenuanti e ad avere come vicini topi e piccoli roditori del genere.
Abbiamo seguito qualche indicazione per capire dove abitavano, queste famiglie, così ci siamo trovati verso ora di cena davanti a due case occupate.
Due famiglie condividevano il primo piano. "Faccio il muratore, non m'è costato niente prendere su un piccone dal cantiere e sfondare la finestra murata". Scosta un telo e tira fuori da sotto il tavolo gli attrezzi, le sue chiavi di casa.
Una storia semplice, con un finale sporco: "Eravamo poveri, siam partiti dalla Romania e abbiamo girato molto, tanto che una delle mie bimbe è nata a Foggia, l'altra qua. Ho costruito a LaSpezia, a Firenze e in altri posti in Italia. A Bologna ho continuato ad andare in cantiere finchè il lavoro non è calato e di conseguenza anche i soldi per l'affitto. Non bastavano più, siam venuti qua".
Un mattone con una resistenza di qualche lavatrice, e in casa c'è il fornello.
Un collegamento ben fatto, e in casa c'è la luce.
Un passo indietro nella corsa dell'economia, e ti ritrovi per strada.
Occhi chiari, Florin, occhi che guardano la moglie e le due bimbe, una di due anni, l'altra di appena pochi mesi.
Occhi che non chiedono, parole precise: "Finchè c'è un tetto, ci basta recuperare i mobili dalla spazzatura, il cibo dalle parrocchie. E restare".
Ciò che non vuole è tornare là, con il fardello della sconfitta, senza un soldo da parte. Rinunciare a questo sogno non si può così e così ogni mattina si infila le Nike ai piedi per calpestare cumuli i spazzatura in giardino e andare in città a cercare fortuna.
Scendiamo al piano di sotto. Tre bimbe, una vestita da sposa, Shakira. Il padre è giovanissimo, ma gli manca già un incisivo. La madre è giovanissima e no, non parla italiano.
Il dolore della caduta pesa sui loro volti. Ci accolgono senza accendere la luce, per non farci troppo vedere la sporcizia a terra, il vuoto ai muri, i cocci di una vita sul paviento. Senza risorse, nessun parente, stanchi.
Chi lo sa.
Difficile salutarli senza un commento, senza il rischio di "affilare la mia pietà". Dipingergli un passato drammatico per giustificare un presente di muffe e scale appoggiate alle finestre.
Grazie, alla prossima.
Altra casa.
Questa ha il colore rosso di tanti stabili di campagna emiliani e un cartello "Pericolo di crollo" che lascia poco spazio all'interpretazione.
Una famiglia, una coppia, un'altra coppia e un uomo, da solo, che ci accoglie con il volto insaponato e un catino tra le mani: "Mi faccio la barba, si può?"
Siamo noi a chiedere se si può, se ci lasciano ficcare il naso nelle loro case.
Loro acconsentono, uno racconta, poi due, poi intervengono pure le donne, e alla fine mettono su il caffè.
Storia già sentita: "Stavo in casa, poi non ce lo'ho fatta più, così eccomi qua.
La polizia viene, di giorno, mette il luccchetto.
Io torno, di sera, tolgo il lucchetto.
Sono gentili, non ci portano via la roba".
Una consapevolezza lucida della propria situazione e del fatto che è inutile mettersi a chiedere aiuto a quattro ragazzi con le borse a tracolla.
Allora, si chiacchiera: ci fanno sedere sul loro divano e ci spiegano che una cosa, un cosa in particolare dell'Italia proprio non l'hanno capita.
"Ma perchè vi sposate così tardi?"
Intorno, le modelle dei cartelloni pubblicitari attaccati a mo' di poster ci guardano e fanno finta di niete.
Altri saluti e poi si va verso casa. Porto via da lì il timore amaro che, finchè saranno dei muratori rumeni a inciampare nella crisi e occupare le case, non sarà poi un problema di cui parlare.
Mentre cerco la strada verso casa e le parole per descrivere questa "Passeggiata ROMantica" arriva de Andrè, a risolvere le due questioni.
Abbiamo seguito qualche indicazione per capire dove abitavano, queste famiglie, così ci siamo trovati verso ora di cena davanti a due case occupate.
Due famiglie condividevano il primo piano. "Faccio il muratore, non m'è costato niente prendere su un piccone dal cantiere e sfondare la finestra murata". Scosta un telo e tira fuori da sotto il tavolo gli attrezzi, le sue chiavi di casa.
Una storia semplice, con un finale sporco: "Eravamo poveri, siam partiti dalla Romania e abbiamo girato molto, tanto che una delle mie bimbe è nata a Foggia, l'altra qua. Ho costruito a LaSpezia, a Firenze e in altri posti in Italia. A Bologna ho continuato ad andare in cantiere finchè il lavoro non è calato e di conseguenza anche i soldi per l'affitto. Non bastavano più, siam venuti qua".
Un mattone con una resistenza di qualche lavatrice, e in casa c'è il fornello.
Un collegamento ben fatto, e in casa c'è la luce.
Un passo indietro nella corsa dell'economia, e ti ritrovi per strada.
Occhi chiari, Florin, occhi che guardano la moglie e le due bimbe, una di due anni, l'altra di appena pochi mesi.
Occhi che non chiedono, parole precise: "Finchè c'è un tetto, ci basta recuperare i mobili dalla spazzatura, il cibo dalle parrocchie. E restare".
Ciò che non vuole è tornare là, con il fardello della sconfitta, senza un soldo da parte. Rinunciare a questo sogno non si può così e così ogni mattina si infila le Nike ai piedi per calpestare cumuli i spazzatura in giardino e andare in città a cercare fortuna.
Scendiamo al piano di sotto. Tre bimbe, una vestita da sposa, Shakira. Il padre è giovanissimo, ma gli manca già un incisivo. La madre è giovanissima e no, non parla italiano.
Il dolore della caduta pesa sui loro volti. Ci accolgono senza accendere la luce, per non farci troppo vedere la sporcizia a terra, il vuoto ai muri, i cocci di una vita sul paviento. Senza risorse, nessun parente, stanchi.
Chi lo sa.
Difficile salutarli senza un commento, senza il rischio di "affilare la mia pietà". Dipingergli un passato drammatico per giustificare un presente di muffe e scale appoggiate alle finestre.
Grazie, alla prossima.
Altra casa.
Questa ha il colore rosso di tanti stabili di campagna emiliani e un cartello "Pericolo di crollo" che lascia poco spazio all'interpretazione.
Una famiglia, una coppia, un'altra coppia e un uomo, da solo, che ci accoglie con il volto insaponato e un catino tra le mani: "Mi faccio la barba, si può?"
Siamo noi a chiedere se si può, se ci lasciano ficcare il naso nelle loro case.
Loro acconsentono, uno racconta, poi due, poi intervengono pure le donne, e alla fine mettono su il caffè.
Storia già sentita: "Stavo in casa, poi non ce lo'ho fatta più, così eccomi qua.
La polizia viene, di giorno, mette il luccchetto.
Io torno, di sera, tolgo il lucchetto.
Sono gentili, non ci portano via la roba".
Una consapevolezza lucida della propria situazione e del fatto che è inutile mettersi a chiedere aiuto a quattro ragazzi con le borse a tracolla.
Allora, si chiacchiera: ci fanno sedere sul loro divano e ci spiegano che una cosa, un cosa in particolare dell'Italia proprio non l'hanno capita.
"Ma perchè vi sposate così tardi?"
Intorno, le modelle dei cartelloni pubblicitari attaccati a mo' di poster ci guardano e fanno finta di niete.
Altri saluti e poi si va verso casa. Porto via da lì il timore amaro che, finchè saranno dei muratori rumeni a inciampare nella crisi e occupare le case, non sarà poi un problema di cui parlare.
Mentre cerco la strada verso casa e le parole per descrivere questa "Passeggiata ROMantica" arriva de Andrè, a risolvere le due questioni.
La tua lettera l'ho avuta proprio ieri
ma racconti tutto quel che fai
ma non essere ridicola
non chiedermi "Come stai",
questa gente di cui mi vai parlando
è gente come tutti noi
non mi sembra che siano mostri
non mi sembra che siano eroi
e non mandarmi ancora tue notizie
nessuno ti risponderà
se insisti a spedirmi le tue lettere
da via della Povertà
ma racconti tutto quel che fai
ma non essere ridicola
non chiedermi "Come stai",
questa gente di cui mi vai parlando
è gente come tutti noi
non mi sembra che siano mostri
non mi sembra che siano eroi
e non mandarmi ancora tue notizie
nessuno ti risponderà
se insisti a spedirmi le tue lettere
da via della Povertà
postato da: potaci alle ore 23:00 | Permalink | commenti (2)
categoria:bologna, uno che la sapeva lunga
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