giovedì, 18 giugno 2009
Eravamo in quattro l'altra sera, borse di stoffa e scarpe sformate.
Loro erano qualcuno in più. Rumeni, rom, zingari o forse più semplicemente migranti, con questo modo confuso e al tempo stesso familiare di emigrare che hanno le persone rom. Si spostano portando con sè quello che hanno di più caro: la famiglia, in un tentativo folle e disperato di portar via da una terra impoverita almeno ciò che ancora significa qualcosa per loro. Un modo difficile da capire, perchè costringe bimbi, mamme, anziani a viaggi estenuanti e ad avere come vicini topi e piccoli roditori del genere.

Abbiamo seguito qualche indicazione per capire dove abitavano, queste famiglie, così ci siamo trovati verso ora di cena davanti a due case occupate.

Due famiglie condividevano il primo piano. "Faccio il muratore, non m'è costato niente prendere su un piccone dal cantiere e sfondare la finestra murata". Scosta un telo e tira fuori da sotto il tavolo gli attrezzi, le sue chiavi di casa.
Una storia semplice, con un finale sporco: "Eravamo poveri, siam partiti dalla Romania e abbiamo girato molto, tanto che una delle mie bimbe è nata a Foggia, l'altra qua. Ho costruito a LaSpezia, a Firenze e in altri posti in Italia. A Bologna ho continuato ad andare in cantiere finchè il lavoro non è calato e di conseguenza anche i soldi per l'affitto. Non bastavano più, siam venuti qua".
 
Un mattone con una resistenza di qualche lavatrice, e in casa c'è il fornello.
Un collegamento ben fatto, e in casa c'è la luce.
Un passo indietro nella corsa dell'economia, e ti ritrovi per strada.

Occhi chiari, Florin, occhi che guardano la moglie e le due bimbe, una di due anni, l'altra di appena pochi mesi.
Occhi che non chiedono, parole precise: "Finchè c'è un tetto, ci basta recuperare i mobili dalla spazzatura, il cibo dalle parrocchie. E restare".
Ciò che non vuole è tornare là, con il fardello della sconfitta, senza un soldo da parte. Rinunciare a questo sogno non si può così e così ogni mattina si infila le Nike ai piedi per calpestare cumuli i spazzatura in giardino e andare in città a cercare fortuna.

Scendiamo al piano di sotto. Tre bimbe, una vestita da sposa, Shakira. Il padre è giovanissimo, ma gli manca già un incisivo. La madre è giovanissima e no, non parla italiano.
Il dolore della caduta pesa sui loro volti. Ci accolgono senza accendere la luce, per non farci troppo vedere la sporcizia a terra, il vuoto ai muri, i cocci di una vita sul paviento. Senza risorse, nessun parente, stanchi.
Chi lo sa.
Difficile salutarli senza un commento, senza il rischio di "affilare la mia pietà". Dipingergli un passato drammatico per giustificare un presente di muffe e scale appoggiate alle finestre.

Grazie, alla prossima.

Altra casa.
Questa ha il colore rosso di tanti stabili di campagna emiliani e un cartello "Pericolo di crollo" che lascia poco spazio all'interpretazione.
Una famiglia, una coppia, un'altra coppia e un uomo, da solo, che ci accoglie con il volto insaponato e un catino tra le mani: "Mi faccio la barba, si può?"
Siamo noi a chiedere se si può, se ci lasciano ficcare il naso nelle loro case.
Loro acconsentono, uno racconta, poi due, poi intervengono pure le donne, e alla fine mettono su il caffè.
Storia già sentita: "Stavo in casa, poi non ce lo'ho fatta più, così eccomi qua.
La polizia viene, di giorno, mette il luccchetto.
Io torno, di sera, tolgo il lucchetto.
Sono gentili, non ci portano via la roba".

Una consapevolezza lucida della propria situazione e del fatto che è inutile mettersi a chiedere aiuto a quattro ragazzi con le borse a tracolla.
Allora, si chiacchiera: ci fanno sedere sul loro divano e ci spiegano che una cosa, un cosa in particolare dell'Italia proprio non l'hanno capita.
"Ma perchè vi sposate così tardi?"

Intorno, le modelle dei cartelloni pubblicitari attaccati a mo' di poster ci guardano e fanno finta di niete.

Altri saluti e poi si va verso casa. Porto via da lì il timore amaro che, finchè saranno dei muratori rumeni a inciampare nella crisi e occupare le case, non sarà poi un problema di cui parlare.

Mentre cerco la strada verso casa e le parole per descrivere questa "Passeggiata ROMantica" arriva de Andrè, a risolvere le due questioni.


La tua lettera l'ho avuta proprio ieri
ma racconti tutto quel che fai
ma non essere ridicola
non chiedermi "Come stai",
questa gente di cui mi vai parlando
è gente come tutti noi
non mi sembra che siano mostri
non mi sembra che siano eroi
e non mandarmi ancora tue notizie
nessuno ti risponderà
se insisti a spedirmi le tue lettere
da via della Povertà


postato da: potaci alle ore 23:00 | Permalink | commenti (2)
categoria:bologna, uno che la sapeva lunga
venerdì, 12 giugno 2009
Ottto donne dentro ad una stanza, a fare teatro.
A confrontarsi con un testo di quarant'anni fa, "Nascita e Morte della Massaia". La storia di una grande donna che diventa piccola. La Massaia scava dentro di sè, poi esce fuori e viene pettinata, rimessa in ordine secondo canoni che non le appartengono, perchè non sono quelli che ha maturato nel suo percorso personale, ma quelli ordinari della "brava signora".
Dopo aver tanto pensato, si scontra con "ciò che è giusto fare" e deve riaggiustare i pezzi e le idee andate in frantumi.

Questo percorso mi ha portato a tirare fuori il mio tragitto, a vedere che cosa poteva essere condiviso, affrontato e poi lasciato indietro, perchè il ritorno è poi un andare avanti con nuove consapevolezze.
Ognuna di noi ha portato un brano, qualcosa che fosse suo da mescolare, per descrivere con parole altrui la propria strada. Io ho scelto qualcosa di arrabbiato e danzante. Un'altra ha scelto una canzone di Fossati. Questi due brani, messi uno in fila all'altro, mi hanno aperto una piccola nuova finestrella.

La prima canzone diceva: "Prenditi un altro pezzettino del mio cuore", con la voce blues e meravigliosa di Janis Joplin.
La seconda diceva "Dicono che c'è un tempo per seminare  e uno più lungo per aspettare".
Due frasi così, che spennellano il mio presente. E' vero, qualche volta, come dice la mia saggia insegnante, sono quasi un libro aperto. Ma poi, quando c'è da richiudere ed andare avanti, scatto via, come piccata. Se mi togli tutto il dolore passato, cosa mi resta?
A dare una risposta è arrivato Fossati.
Mi resta il tempo di aspettare. Costruendo futuri altrui, con numeri nuovi da appuntare sull'agenda.
E c'è tempo c'è tempo c'è tempo per questo mare infinito di gente.
C'è tempo per capire bene, ora che son qua, chi tenere vicino al cuore e chi invece scolorirà, non per disinteresse, ma perchè si son prese altre strade.
C'è tempo per leggere cose noiose e raccogliere i frutti chissà quando.
C'è tempo per ascoltare progetti ancora agli inizi e prendermene carico.
C'è tempo per riconoscere lo schemino di massaia che  avevo scelto senza scegliere davvero e lasciarlo indietro, pronta a riempire il vuoto con nuovi sogni, questa volta davvero miei.

C'è tempo- Ivano Fossati
 
Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.

C'è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.

C'è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d'estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l'ora muta delle fate.

C'è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c'era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.

È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c'è tempo, c'è tempo c'è tempo, c'è tempo
per questo mare infinito di gente.

Dio, è proprio tanto che piove
e da un anno non torno
da mezz'ora sono qui arruffato
dentro una sala d'aspetto
di un tram che non viene
non essere gelosa di me
della mia vita
non essere gelosa di me
non essere mai gelosa di me.

C'è un tempo d'aspetto come dicevo
qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato
e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
la sua fotografia.

C'è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l'istante in cui scocca l'unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle
è un giorno che tutta la gente
si tende la mano
è il medesimo istante per tutti
che sarà benedetto, io credo
da molto lontano
è il tempo che è finalmente
o quando ci si capisce
un tempo in cui mi vedrai
accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno
avvisato.

Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c'era un tempo sognato
che bisognava sognare.

postato da: potaci alle ore 12:16 | Permalink | commenti
categoria:bologna, uno che la sapeva lunga
mercoledì, 03 giugno 2009
Vorrei segnalare questo filmato qua:

http://www.ilcorpodelledonne.blogspot.com/

interessante e da scrivere qualche frase sui muri,
sui telecomandi, sulle facce di chi sogna piano.

postato da: potaci alle ore 18:32 | Permalink | commenti
categoria:bologna
martedì, 02 giugno 2009
I post-it sulla scrivania mi ricordano che il ponte è finito e domani si torna a riattaccare futuri con lo scotch.

Ho fatto del mio meglio in questi due giorni per accumulare serenità e non è stato sempre facile. In particolare, non è stata una passeggiata riprendere le fila dopo la brutta caduta di sabato. Un momento di disattenzione e l'occhio cade sulle imperfezioni, ancora così difficili da accettare. I difetti diventano voragini, abissi tra me e la serenità, in queste fessure si incastra il senso di colpa e allora addio sorrisi e tutto il resto.
Da lì in poi è in discesa, leggo le rughe come "malattia" e passo il pomeriggio a guardare il mio dolore. Perchè la scorciatoia si chiama così: etichettare un passaggio della vita come malattia, togliendo la possiblità che sia solo un momento, solo una piccola sosta nel crescere. A me piace, poi, sentirmi così, vulnerabile, mi sebra che le mie lacrime mi proteggano dalla violenza del mondo. Invece no.
Quindi, da oggi meno etichette e più amiche con cui raccontare fitto e uscire a bere un rosso, alla fine.

Per descrivere questa orribile tendenza alla patologia, rubo un elenco da "Sono io che me ne vado", di Violetta Bellocchio.
"I dintorni del Lago di Garda sono pieni di posti come il nostro. Cliniche per ragazze con disturbi dell'alimentazione. Cliniche per ragazze che prendono pillole. Clinche per ragazze che si svegliano prima dell'alba. Cliniche per ragazze che hanno un rapporto preferenziale con Gesù. Cliniche per ragazze figlie di altre ragazze. Cliniche per ragazze con le calze strappate. Cliniche per ragazze che vendono zucchero filato. Cliniche per ragazze che vendono scimmie di mare. Cliniche per ragazze che vanno a dormire la sera e si svegliano la mattina. Cliniche per ragazze con le labbra masticate. Cliniche per ragazze che bevono acqua e sputano benzina.
Cliniche per ragazze allevate dai cani. Cliniche per ragazze vestite di rosso. Cliniche per ragazze vestite di bianco. Cliniche per ragazze che danno confidenza agli sconosciuti. Cliniche per ragazze con una striscia di fuoco lungo la schiena. Cliniche per ragazze che rispondono al telefono. Cliniche per ragazze allevate nelle Convenzioni di Ginevra. Cliniche per ragazze che si mettono il rossetto con le dita dei piedi. Cliniche per ragazze avvitate troppo strette".

Sono solo una ragazza. Questo me lo dimentico pure io, qualche volta, riprendo in mano la matita rossa e con ira segno il mio corpo come un campo di battaglia. E la mente pure. E anche la scrivania, se faccio in tempo.
Imparare a mettere giù la matita e guardare per bene fuori dalla finestra è un compito ancora da finire.
Però questo fine settimana mi ha insegnato che non mi serve una clinica, per quanto bizzarra possa essere. Non mi serve una matita rossa. Non mi serve un metro per giudicare le facce, uno per i gesti, uno per le azioni.
Mi basta avere ben chiaro a che ora è il treno e che scarpe sono adatte per correre, questa volta.
postato da: potaci alle ore 21:57 | Permalink | commenti (1)
categoria:vacanze, bologna, buco nella tasca