Anche loro, neri che portano via. Un pezzo alla volta, a morsi, a strattoni, a strappi, portano via la speranza di un riscatto: i topi vivono assieme a queste famiglie, rubano il cibo, smuovono le sterpaglie e ricordano anche a loro quanto sia facile strisciare, dopo aver iniziato la discesa. Sono andata a trovare delle persone che vivono in baracche e tende tirate su con materiali di fortuna, lungo una strada sterrata di perfieria: da un lato l'autostrada, dall'altro una clinica per ricconi.
Le baracche nella nebbia sono come animali nella savana, nascosti a riposare tra gli alberi. Sembrano grandi occhi neri della Madre Terra, aperti solo a metà sulla sua crosta piena di ferite. Sembrano squame di una terra stanca, che sta cambiando pelle cerca di scrollarsi di dosso gli ultimi, quelli che non ce la fanno a seguire i ritmi del cambiamento.
Invece sono sacchi della spazzatura, teloni di camion e altri materiali rubacchiati da qualche cantiere o trovati vicino ai cassonetti, legati con fili di nylon e sputi, perchè resistano almeno alle prime piogge.
Arriviamo che fa buio, ma ci vedono subito.
Le donne hanno il fazzoletto in testa e la miseria negli occhi. Il sogno dell'Italia ricca che tende la mano è svanito, nessuno le guarda agli angoli delle strade, la Polizia le scaccia e a fine giornata tornano in questa terra di nessuno, a bastonare i topi che grattano sulle lamiere per entrare nelle capanne.
Gli uomini hanno il volto segnato dalla stanchezza, sono rimasti in pochi, non c'è niente da fare ora che i cantieri edili sono fermi e non possono più tirar su trenta euro lavorando a giornata.
Parole di rabbia ci accolgono subito, senza sconti: "Dove sono i miei bambini?"
E' passata l'assistente sociale e li ha presi durante uno sgombero: la disperazione più grande è quella di perdere i figli e a questo ragazzo venuto in Italia per guadagnare qualche soldo ne hanno tolti due. Bestemmia, si arrabbia e poi si sfoga: non sa come dimostrare, come convincere il giudice (e forse anche se stesso) che ha una casa in Romania per sistemare i bambini e sa che non li rivedrà tanto facilmente.
Il dolore lo artiglia alla sua baracca sudicia, non se ne potrà andare finchè non avrà riavuto i suoi figli.
Storia senza soluzione, ignobile e che fa venire il cuore duro: da qualsiasi parte si guardi, c'è della sofferenza, un distacco, un abbandono.
I topi non guardano. Frugano nella spazzatura abbandonata all'inizio dell'accampamento: quando sono arrivati non ce n'era, l'han messa lì gli uomini a poco a poco. Era una sistemazione provvisoria, perchè curarsene?
Invece è diventata una casa per mesi, i mucchi si sono alzati e i topi hanno capito che si avvicinava un periodo buono. Adesso, quando non parla il ragazzo, parlano loro. Spostano barattoli, si litigano avanzi, si rincorrono nella nebbia.
Con i loro squittii interrompono la conversazione: dicono che neanche loro, una volta, erano abituati a tutta quella sporcizia, all'odore tremendo, alla prossimità che viola ogni persona. Poi, pian piano, han cominciato a chiedere sempre di meno, a vedere che avanzi ce n'erano per tutti, che non serviva chiedere, se ci si accontentava delle croste. Bastava stringere un patto con l'uomo: tu mi tolleri e fai finta di non vedermi, io mi cibo di avanzi.
E così è andata anche in questo accampamento sperduto tra l'autostrada e le nebbie bolognesi.







