Oggi Bologna ha messo su un cielo di cemento armato. Forse stanca di vivere un'estate anticipata, la città ha fatto dietro front e si è ridipinta di grigio.
Oggi è il giorno giusto per essere tristi.
Ieri no, ieri c'era una luce calda dappertutto, ogni riunione è stata fatta senza accendere le lampade, i bambini hanno dimenticato le felpe in classe e le signore nel mio quartiere si sono attardate più del solito a parlare in giardino.
Oggi invece va bene essere un po' tristi. Con queste due del pomeriggio che colano lente lungo le chiacchere del pranzo, con questi libri accatastati, con questo futuro sempre più mobile che proprio non va d'accordo con la calma delle nuvole fuori dalla finestra.
Insomma, la botta doveva arrivare, ed eccola qua.
La storia inizia d'inverno, maglione a righe con il collo alto. Il freddo che si arrampica sotto le maniche e una proposta di lavoro ardita: vai a vedere come stanno questi zingari.
Solo due famiglie, bosniache, nate in Italia e da qualche anno in città, con i loro ritmi dentro una casamobile, i loro sogni nella borsa tenuta sotto la gonna, e il loro domani tra le ruote dei furgoni.
La storia finisce di primavera, maglietta con le stampe colorate. Le prime gocce di sudore segnano la fronte, le corse del nascondino rese più lente dalle folate di vento caldo.
Ancora due famgilie, sempre più nomi e sempre meno "gli altri". Adesso ci conosciamo bene, per mesi ci siamo frequentati, scambiati prospettive, numeri di telefono, insulti.
Per questo sono triste.
Perchè tra poco dovrò chiudere questo pezzo di strada fatto assieme, e chiuderlo in una maniera tremenda e dolorosa. Inoltre, non ci sarà nessun CoinquilinoBasetto al mio fianco. In questi mesi ha svolto il ruolo di quello-che-manteneva-i-piedi-per-terra per tutti e due. A suon di rutti, ma l'ha fatto. Le partenze portano sempre con sè una dose abbondante di malinconia e speranza infranta e poesie lette troppo poco.
Per me sono due le partenze da affrontare in questo giugno: da un lato un amico che va a crescere altrove, dall'altro un percorso lavorativo che si chiude senza troppe stelline di merito sul quaderno.
Vorrei raccontare di più e meglio perchè questo lavoro finisce e spero di riuscire a farlo da questo spazio qui, nei prossimi giorni.
Per il momento chiudo, con un'occhiata a questo cielo cupo che sembra capirmi fin nelle scarpe.
Oggi è il giorno giusto per essere tristi.
Ieri no, ieri c'era una luce calda dappertutto, ogni riunione è stata fatta senza accendere le lampade, i bambini hanno dimenticato le felpe in classe e le signore nel mio quartiere si sono attardate più del solito a parlare in giardino.
Oggi invece va bene essere un po' tristi. Con queste due del pomeriggio che colano lente lungo le chiacchere del pranzo, con questi libri accatastati, con questo futuro sempre più mobile che proprio non va d'accordo con la calma delle nuvole fuori dalla finestra.
Insomma, la botta doveva arrivare, ed eccola qua.
La storia inizia d'inverno, maglione a righe con il collo alto. Il freddo che si arrampica sotto le maniche e una proposta di lavoro ardita: vai a vedere come stanno questi zingari.
Solo due famiglie, bosniache, nate in Italia e da qualche anno in città, con i loro ritmi dentro una casamobile, i loro sogni nella borsa tenuta sotto la gonna, e il loro domani tra le ruote dei furgoni.
La storia finisce di primavera, maglietta con le stampe colorate. Le prime gocce di sudore segnano la fronte, le corse del nascondino rese più lente dalle folate di vento caldo.
Ancora due famgilie, sempre più nomi e sempre meno "gli altri". Adesso ci conosciamo bene, per mesi ci siamo frequentati, scambiati prospettive, numeri di telefono, insulti.
Per questo sono triste.
Perchè tra poco dovrò chiudere questo pezzo di strada fatto assieme, e chiuderlo in una maniera tremenda e dolorosa. Inoltre, non ci sarà nessun CoinquilinoBasetto al mio fianco. In questi mesi ha svolto il ruolo di quello-che-manteneva-i-piedi-per-terra per tutti e due. A suon di rutti, ma l'ha fatto. Le partenze portano sempre con sè una dose abbondante di malinconia e speranza infranta e poesie lette troppo poco.
Per me sono due le partenze da affrontare in questo giugno: da un lato un amico che va a crescere altrove, dall'altro un percorso lavorativo che si chiude senza troppe stelline di merito sul quaderno.
Vorrei raccontare di più e meglio perchè questo lavoro finisce e spero di riuscire a farlo da questo spazio qui, nei prossimi giorni.
Per il momento chiudo, con un'occhiata a questo cielo cupo che sembra capirmi fin nelle scarpe.
postato da: potaci alle ore 13:13 | Permalink | commenti (2)
categoria:bologna, campo nomadi, tagliare la pelle del cuore
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