venerdì, 10 ottobre 2008
Mi sa che ieri non era mica la mia giornata, eh.

Dopo l'incontro con il Medico-Mediocre, eccoti quello col Maestro-Magnaccia.

Ma dai, che mi iscrivo ad un corso di yoga!
Ma guarda questo, che è pure vicino a casa!
Si, vabbe', è di quattro mesi filati, ma che vuoi che sia, è yoga!
Fa bene a tutti, lo yoga!
(Sì, specie a chi lo insegna)

Insomma, armata di buone intenzioni e pessime condizioni finanziarie, telefono, chiedo, contatto, e mi presento un po' in ritardo alla prima lezione.
Tutti già stesi sul materassino a cercare qualcosa con gli occhi al soffitto.

Lascia perdere, che per arrivare alla sala yoga son dovuta passare in mezzo a venticinque incazzatissimi pugili in erba che saltellavano come pazzi.

Lascia perdere, che lo yoga fa bene a tutti.
Comincia a venirmi il dubbio che sia lo jogurt, che fa bene a tutti, ma insomma mi cambio, oplà,  e  più spitiruale che mai, faccio per entrare nella saletta
Mi si para davanti un cinquantenne panzuto e sponsorizzato adidas dalla calvizie in giù. Mi blocca e fa: "Sei in ritardo. Adesso ti iscrivi, poi casomai entri".

Nel frattempo, le larve stese sul pavimento continuano a respirare.
MI sembra di essere in pneumologia.
"Eh, ok, adesso mi iscrivo, dai"
"Centosettanta euro, più quindici, ecco la ricevuta...Un altro respiro, ecco, riproviamo..."
Con un emissione vocale cerca di strapparmi i soldi, con l'altra guida la meditazione.
Cominciamo bene.
"Eh, non ce li ho tutti, pensavo di venire alla prima lezione, iscrivermi e pagare".
"Non faccio lezioni gratis...e alziamo il braccio destro, e sorridiamo..."
"Non me l'aveva mica detto che dovevo pagare tutto il corso subito"
"Dammi indietro la ricevuta, e arrivederci".
"Come, scusi?"
"Ridammi la ricevuta...e respiriamo ancora una volta..
va bene, fermati pure, ma mettiti nell'angolo in fondo".

Alla fine, visto che le buone intenzioni sono le ultime a morire, mi son beccata anche la prima lezione. In cui il maestro ha spiegato alle altre venti settantenni che c'erano con me i vantaggi dello yoga per il mal di schiena.
Prima che uscissi, mi ha minacciato con un bastoncino d'incenso ardente: "E se vuoi venire ancora, lunedì mi porti tutti i soldi. E adesso metti a posto i tappetini".

..e respiriamo bene tutti assieme...

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giovedì, 09 ottobre 2008
Imparare una cosa al giorno

Oggi ho imparato che non dirò mai: "Perchè io, son trent'anni che faccio questo mestiere..."

E no, squallido medico cinquantenne rinsecchito dalla palestra che mi scruti dalla tua scrivania del centro.
No, camice lavato dalla moglie e stropicciato dall'amante.
No, maglietta colorata per sentirti giovane.
Non me ne frega una cazzo che tu alla mia età avevi un figlio.
E nemmeno che la maggior parte delle volte poi si risolve.
Io non sono la maggior parte delle volte.
Io sono la prima volta, sono un esame invasivo, sconosciuto.
Da ripetere e approfondire.
La prossima volta, quando esci di casa, oltre alle chiavi del Suv, vedi di prender su anche un briciolo di umanità.
Che quella metterla in borsa pesa di più, e parcheggiarla in garage è un attimo.
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categoria:bologna
lunedì, 06 ottobre 2008
Otto ore di, a, da, in, con e tutte le preposizioni dietro in fila.
Otto ore con le matterelle.
Otto ore per le matterelle.
Che lavoro, signora mia.
Mi tiene bella sveglia e mi rinfresca le domande.
Buffo rispondere "Faccio l'educatrice".
Pittrice, ha un senso: persona che disegna, quadri, superfici varie.
Domatrice, collaudatrice, smerigliatrice.
Ma educatrice, via, siamo seri.
Sembra il nome di un piatto tipico ligure "educatrice in posto di matte". Ci manca solo il sugo di noci, ora che c'è l'autunno.
Insomma, oggi son stata parecchio con le mie matterelle, che mi fanno parecchio ridere e anche parecchio preoccupare e che aggiungono a tutto questo un carico di domande esistenziali al ritmo di dieci al secondo. Tentennare non è concessso.
Ma io non ce la faccio a fornire sicurezze su tutti i fronti, specie se la domanda in questione è "Sarò felice nella vita?".
No, mi dispiace, non sono uno di quei libri che lo apri e c'ha le risposte. E quindi penso sempre bene prima di dare seguito ad inutili tristezze e fraintendimenti. Perchè una che ti fa una domanda così, con gli occhi puntati in faccia e le mani a torturare i lembi della giacca, è chiaro che è tremendamente interessata alla risposta.
Quotazioni in borsa della felicità, o qualcosa del genere.
Le domande sul futuro sono frequenti e a bruciapelo, con queste nuove matterelle.
Frequenti come i gatti nei ristoranti cinesi.
Frequenti come le matricole ad ottobre.
Frequenti come i punkabbestia in Piazza Verdi.
Frequenti come i rompicognlioni sul 13 all'ora di punta.
Robe così.
Insomma, ho deciso cosa rispondere, a queste questioni sulla felicità. Mi è costato dei bei sacchettini di pensieri da portare a casa dal lavoro. A cui vanno aggiunte delle gamelle di parole raccolte a mazzi e infilate lì, per pernsarci poi dopo con calma.
Insomma, ho deciso.
Se la domanda sarà ancora "Sarò felice nella vita?", allora la risposta sarà "Oggi è la tua vita. Costruiamola assieme, questa felicità".
E affanculo tutto il resto (calcolatrice, spigolatrice, venditrice, cucitrice)
E affanculo tutto il resto (umanità, adultità, responsabilità)

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categoria:bologna, tagliare la pelle del cuore, mento a parte
martedì, 23 settembre 2008
Sono andata PordenoneLegge.
Pordenone è una città parecchio a nord est, P.Legge invece è una fetsa del libro con gli autori.
C'erano le nuvole e i palazzi tirati a lucdo. Le cartacce, se gettate fuori dai cestini, ci ri-saltavano dentro da sole zompettando. I bambini non facevano i capricci, infagottati nelle loro sbriluccicanti giacche di Prada. Le nonne erano anziane ma non avevano bisogno d'assistenza, si spostavano leggiadre sul pavè del centro cittadino. Un salotto buono, Pordenone.
Solo che, ogni volta che ci vado (cioè una volta l'anno per P.Legge), e ogni volta che qualcuno la nomina, collego questa città alla canzone dei Trea Allegri Ragazzi Morti che fa "Prova a star con me un altro inverno a Pordenone". Insomma,  è un po' una deformazione musicale, ormai. Mi scatta automatico il canticchiare questo pezzetto. Un po' come quando qualcuno dice "Dante" e tu pensi "Divina Commedia", o dice "La Russa" e tu pensi "Fascista". Insomma, una cosa così.
Non mi dilungherò su P.Legge, anche se ho trascorso momenti piacevoli facendo una piccola maratona per mettermi in coda e partecipare agli incontri con gli scrittori.
Aggiungo solo che non ho comprato neanche un libro, neanche uno, e oggi che sono a casa, confinata malata tra le mura domestiche, questa mi appare un'imperdonabile leggerezza.
Perchè racconto un po' di Pordenone e un po' che sono a casa?
Perchè questa simpaticissima infezione che c'ho mi lascia il tempo di smanettare col computer e ascoltare per bene i TARM e rendermi conto che mai testo fu più adatto, in questo momento.
Inizialmente (per le prime tre ore, diciamo), essere nel profondo Veneto in malattia mi andava anche bene, dai. Piuttosto che Bologna fredda, chiusa, tutti che passano senza salutare, dai.
Invece adesso mi accorgo che anche qui sono un po' spaesata, perchè alla fine lavoro e vivo da un'altra parte. Certo, i miei amici sono ora a meno di dieci chilometri, ma non tutti. Ci sono quelli che ho lasciato in Emilia. Poi le matterelle, poi le mie colleghe.
Quindi vivo un po' questo senso dell'altrove, pur essendo nel paese in cui sono nata.
Perchè non è detto che la casa sia po quella in cui impari a camminare.
Forse, è poi quella in cui impari a cavartela, e guardare l'orizzonte e a scegliere, consapevole che qualcosa lascerai indietro, e non ci sarà da ridere.
Adesso sono qui, con tutte queste cose che ho lasciato indietro che mi guardano, e mi pare, tutto sommato, di aver fatto anche un buon lavoro

Tre Allegri Ragazzi Morti, per voi.
Prova a star con me un altro inverno a Pordenone

Prova a star con me un altro inverno a Pordenone
Sarà un letargo dolce senza inverno e freddo
Sarà che è sempre troppo
Dice che qui non resta
Che quel che vuole qui non c’è
Ci fosse almeno una ragazza uguale identica a me
Dice che qui non resta
Che non lo fermerà
Il bene che gli vuoi ancora, il bene che ti vorrà

Sto bene solo con le mie scarpe nuve
Il resto non mi muove
Io, io, io solo contro il mondo
È meglio se mi calmo

Dice che qui non resta
Che non lo fermerà
Il bene che gli vuoi ancora, il bene che ti vorrà

Sto bene solo con le mie scarpe nuve
Il resto non mi muove
Lontano dalla mia casa più della luna
La sola cosa che posso desiderare
Io, io, io solo contro il mondo
È meglio se mi calmo

Lontano dalla mia casa più della luna
La sola cosa che posso desiderare

Dice che qui non resta
Che quel che vuole qui non c’è
Ci fosse almeno una ragazza uguale identica a me
Dice che qui non resta
Che non lo fermerà
Il bene che gli vuoi ancora, il bene che ti vorrà

Prova a star con me un altro inverno a Pordenone
Sarà un letargo dolce senza inverno e freddo
Sarà che è sempre tutto
Uguale
Uguale
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categoria:bologna, veneto, tagliare la pelle del cuore
mercoledì, 17 settembre 2008
Ho sette matterelle nuove. L'ho già detto?
No, se serve, lo ridico.
Ho sette matterelle nuove, lavoro nuovo, gruppo nuovo, colleghe nuove.
Nuovi punti scuri scuri, ma anche nuove persone con cui cantare a squarciagola mentre si apparecchia il tavolo.
Questo posto mi mette in dubbio, mi tira in mezzo, mi succhia le energie, mi fa scrivere domande col pennarello rosso, mi fa tirare su le maniche e i capelli, mi fa pensare molto, mi fa giocare con le matite, mi fa preparare caffè d'orzo, mi fa sedere vicino alla finestra, mi fa salutare dal balcone.
Mi piace, un sacco.
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categoria:bologna, mento a parte
domenica, 14 settembre 2008
Il cavolo cuoce, col fuoco bello alto sotto la pentola.
Pure i miei pensieri si cuociono, fino a diventare mollicci e non commestibili.
Fuori, buttare fuori le scarpe pesanti e le idee stracotte.
E allora vai con una bella lista, che pulisce e condisce

Perchè due io non possono essere un noi?
Perchè è già tornato l'autunno?
Perchè la salsa di soia va tenuta in frigo?
Perchè un mio amico coltiva funghi rosa?
Perchè devo essere sempre di buon umore?
Perchè ho dimenticato gli occhiali sull'autobus?
Perchè ne ho scelto un paio nuovo così orrendo?
Perchè mi fido di un ottico che parla come Paperino?
Perchè continuaiamo a calpestare i cuori?
Perchè non so come sta il padre di una mia amica?
Perchè Marlon Brando è sempre lui?
Perchè non posso essere solo stanca?
Perchè uno sceglie di fare il pittore, di lavoro?
Perchè un altro di fare il prete?
Perchè emanciparsi dall'incubo delle passioni?
Perchè le scarpe che vorrei costano così tanto?
Perchè una ad un certo punto impazzisce?
Perchè poi prende la terapia e mette la camicia da notte?
Perchè gioca tutto il giorno con un filo?
Perchè una matterella mi dà la mano, e mi basta?
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categoria:bologna, tagliare la pelle del cuore
sabato, 13 settembre 2008
...chiaramente dalla parte del cuore...
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categoria:bologna, uno che la sapeva lunga
mercoledì, 10 settembre 2008
Il gagio tende a vedere il messaggio veicolato dal fatto che gli "zingari" sono "nomadi" e vivono "ai margini della società" (aree non edificate, discariche ecc). Ciò lo persuade che essi sono dei paria; il che diventa, nel discorso di alcuni, motivo e giustificazione per gli interventi di "aiuti" e, ultimamente, ti tutela verso ciò che di "buono" c'è da salvare nella loro cultura.

Da "Un mondo di mondi", di Leonardo Piasere

Ora che me ne sono liberata, che non lavoro più, essi rientrano dalla finestraa (di windows),essi bussano con le loro roulotte e non si rassegnano a stare nel cassettino in cui li avevo magistralmente infilati. Uh, che palle!
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categoria:bologna, campo nomadi, uno che la sapeva lunga
lunedì, 08 settembre 2008
Succede che si sottovaluta, da queste parti.

In questi giorni ho sottovalutato la capacità scioglifica del burro. Cioè la sua tremenda fretta ndi diventare liquido e trasformare l'impasto della crostata in un unico blocco della densità e durezza del cemento armato.

Poi ho sottovalutato una brioche, domenica mattina. Era lì che mi guardava dal vetro, non una Luisona qualunque, ma una bella pasterella fresca. O almeno, così sembrava. Invece l'avevano prodotta chissà quando e cotta qualche secondo prima della vendita. Aveva la stessa consistenza del Big Babol.
Fare colazione da sola, di domenica, non è una cosa che mi capita molto spesso. Speravo di godermi questo momento in compagnia di briciole dolci e riccioli di crema, ma mi è capitata una brioche a buon mercato.
Questo fattaccio colazioniano ha poi gettato la sua ombra su tutta la giornata, che si è rivelata davvero a buon mercato: pochi spicci per vestirsi, tre pezzi di ferro per il sapone e le creme. Qualche monetina per il pranzo. Giusto due lire per le emozioni, per i sentimenti di questa domenica, che non si son fermati alla testa, ma son scivolati subito giù, per ferirmi, senza farsi riconoscere. Sensazioni frettolose, che passano dallo stomaco per annerire il cuore.
Mai sottovalutare la potenza di una brioche.

Poi ho sottovalutato lo spirito viaggiatore dei miei occhiali. La fida montatura rossa scura che dava luce al mio mondo (nel vero senso della parola) giovedì ha deciso che era ora di darsi alla scoperta, di vedere cosa c'era oltre la punta del mio naso. Così ha preso un Tredici e non è mai più tornata. A niente sono valse le mie telefonate disperate all'azienda dei trasporti, nessun segnale di risposta ai messaggi, niente segni di vita nonostante le serenate al centralinista dell'Atc.bo. I miei occhiali sono spariti tra un sedile e l'altro di un dragobruco cittadino, e da lì ora son partiti per girare il mondo.

Poi ho sottovalutato un'amicizia bizzarra, nata qualche anno fa con un po' di mescolamento di visceri. La facevo ormai destinata alla muffa. La vedevo navigare dritta verso la routine del messaggiocompleannonatalepasqua e poco più. Invece questa persona  bassinamagrrnattorina tira fuori un asso inaspettato dalla manica, mi scrive "parti in fretta e torna presto" e regala due chili di funghi alla mia mamma. Son cose che segnano. Un fungo è per sempre.

In tutte queste persone che passano, brioche che masticano, occhiali che viaggiano e funghi che fanno viaggiare, son contenta però di non aver sottovalutato me stessa. Di non essere caduta a pesce dentro il facile abbraccio della tristezza. Dell'aver saputo urlare, e poi mettere il vestito della festa.
E poi, son serena perchè in questo modo contorto e appesantito dalle distanze, sento di aver e delle persone fidate attorno, senza le quali sarebbe stato molto più facile arrendersi e rimandare la vita ad un'altra occasione. 
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categoria:bologna, tagliare la pelle del cuore
sabato, 06 settembre 2008
Sto aspettando che si scongeli il burro per fare una crostata.
E' una cosa che ho fatto poco, ultimamente. Aspettare, non la crostata. Che grossi pezzi di farina agglomerata a uova giacciono ancora nel fondo della mia pattumiera, a testimonianza dell'ultimo tentativo di torta mal riuscito. O meglio: ho fatto un bellissimo dolce da frigo. O da credenza. Una di quelle torte che fuori sembra buonissima,
ma appena ne mordi un pezzo vai a prentare il dentista perchè ti è saltato un molare, oppure sputazzi ovunque tocchetti di burro e limone. Quindi, l'ultima mia creazione ha esplorato tutti i ripiani del frigo, si è fatta una passeggiata sugli scaffali della cucina, ha trascorso un fine settimana sul davanzale, prima di finire rinsecchita nel paradiso delle torte, dove un cuoco baffuto e sovrappeso distribuisce ciliegie candite e violette di zucchero a ore alterne.

Ma dicevamo.
Aspetto, e non posso fare altro.
Il burro mi impone dei ritmi che non mi so dare in questo periodo.
Non riesco ad aspettare, non tollero di essere messa in attesa, se qualcuno fa tre minuti di ritardo mi attacco al telefono con lo spirito di una casalinga che chiama quelli della promozione delle pentole.
Ho iniziato un nuovo lavoro, o meglio, lavoro vecchio con matterelle nuove, e devo imparare i loro tempi di relazione, i loro modi, e farli combaciare con i miei.
Invece mi sento addosso questa fretta, questo bisogno di acquisire, di mettere in valigia.
Devo imparare che ci vuole lentezza, ma comincia un po' a pesarmi essere sempre l'ultima arrivata. Oggi c'è il burro a ricordarmi che bisogna spendersi anche nell'arte dell'attesa, nella cortesia dei tempi morti, nella delicatezza delle assenze.
Per fortuna.
Perchè il rischio, se non ci si ferma ad aspettare, è anche quello di perdere la magia dell'incontro, quando poi finalmente si vede l'altro da vicino.
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categoria:bologna, tagliare la pelle del cuore, buco nella tasca, mento a parte