Ho fatto del mio meglio in questi due giorni per accumulare serenità e non è stato sempre facile. In particolare, non è stata una passeggiata riprendere le fila dopo la brutta caduta di sabato. Un momento di disattenzione e l'occhio cade sulle imperfezioni, ancora così difficili da accettare. I difetti diventano voragini, abissi tra me e la serenità, in queste fessure si incastra il senso di colpa e allora addio sorrisi e tutto il resto.
Da lì in poi è in discesa, leggo le rughe come "malattia" e passo il pomeriggio a guardare il mio dolore. Perchè la scorciatoia si chiama così: etichettare un passaggio della vita come malattia, togliendo la possiblità che sia solo un momento, solo una piccola sosta nel crescere. A me piace, poi, sentirmi così, vulnerabile, mi sebra che le mie lacrime mi proteggano dalla violenza del mondo. Invece no.
Quindi, da oggi meno etichette e più amiche con cui raccontare fitto e uscire a bere un rosso, alla fine.
Per descrivere questa orribile tendenza alla patologia, rubo un elenco da "Sono io che me ne vado", di Violetta Bellocchio.
"I dintorni del Lago di Garda sono pieni di posti come il nostro. Cliniche per ragazze con disturbi dell'alimentazione. Cliniche per ragazze che prendono pillole. Clinche per ragazze che si svegliano prima dell'alba. Cliniche per ragazze che hanno un rapporto preferenziale con Gesù. Cliniche per ragazze figlie di altre ragazze. Cliniche per ragazze con le calze strappate. Cliniche per ragazze che vendono zucchero filato. Cliniche per ragazze che vendono scimmie di mare. Cliniche per ragazze che vanno a dormire la sera e si svegliano la mattina. Cliniche per ragazze con le labbra masticate. Cliniche per ragazze che bevono acqua e sputano benzina. Cliniche per ragazze allevate dai cani. Cliniche per ragazze vestite di rosso. Cliniche per ragazze vestite di bianco. Cliniche per ragazze che danno confidenza agli sconosciuti. Cliniche per ragazze con una striscia di fuoco lungo la schiena. Cliniche per ragazze che rispondono al telefono. Cliniche per ragazze allevate nelle Convenzioni di Ginevra. Cliniche per ragazze che si mettono il rossetto con le dita dei piedi. Cliniche per ragazze avvitate troppo strette".
Sono solo una ragazza. Questo me lo dimentico pure io, qualche volta, riprendo in mano la matita rossa e con ira segno il mio corpo come un campo di battaglia. E la mente pure. E anche la scrivania, se faccio in tempo.
Imparare a mettere giù la matita e guardare per bene fuori dalla finestra è un compito ancora da finire.
Però questo fine settimana mi ha insegnato che non mi serve una clinica, per quanto bizzarra possa essere. Non mi serve una matita rossa. Non mi serve un metro per giudicare le facce, uno per i gesti, uno per le azioni.
Mi basta avere ben chiaro a che ora è il treno e che scarpe sono adatte per correre, questa volta.
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