martedì, 02 giugno 2009
I post-it sulla scrivania mi ricordano che il ponte è finito e domani si torna a riattaccare futuri con lo scotch.

Ho fatto del mio meglio in questi due giorni per accumulare serenità e non è stato sempre facile. In particolare, non è stata una passeggiata riprendere le fila dopo la brutta caduta di sabato. Un momento di disattenzione e l'occhio cade sulle imperfezioni, ancora così difficili da accettare. I difetti diventano voragini, abissi tra me e la serenità, in queste fessure si incastra il senso di colpa e allora addio sorrisi e tutto il resto.
Da lì in poi è in discesa, leggo le rughe come "malattia" e passo il pomeriggio a guardare il mio dolore. Perchè la scorciatoia si chiama così: etichettare un passaggio della vita come malattia, togliendo la possiblità che sia solo un momento, solo una piccola sosta nel crescere. A me piace, poi, sentirmi così, vulnerabile, mi sebra che le mie lacrime mi proteggano dalla violenza del mondo. Invece no.
Quindi, da oggi meno etichette e più amiche con cui raccontare fitto e uscire a bere un rosso, alla fine.

Per descrivere questa orribile tendenza alla patologia, rubo un elenco da "Sono io che me ne vado", di Violetta Bellocchio.
"I dintorni del Lago di Garda sono pieni di posti come il nostro. Cliniche per ragazze con disturbi dell'alimentazione. Cliniche per ragazze che prendono pillole. Clinche per ragazze che si svegliano prima dell'alba. Cliniche per ragazze che hanno un rapporto preferenziale con Gesù. Cliniche per ragazze figlie di altre ragazze. Cliniche per ragazze con le calze strappate. Cliniche per ragazze che vendono zucchero filato. Cliniche per ragazze che vendono scimmie di mare. Cliniche per ragazze che vanno a dormire la sera e si svegliano la mattina. Cliniche per ragazze con le labbra masticate. Cliniche per ragazze che bevono acqua e sputano benzina.
Cliniche per ragazze allevate dai cani. Cliniche per ragazze vestite di rosso. Cliniche per ragazze vestite di bianco. Cliniche per ragazze che danno confidenza agli sconosciuti. Cliniche per ragazze con una striscia di fuoco lungo la schiena. Cliniche per ragazze che rispondono al telefono. Cliniche per ragazze allevate nelle Convenzioni di Ginevra. Cliniche per ragazze che si mettono il rossetto con le dita dei piedi. Cliniche per ragazze avvitate troppo strette".

Sono solo una ragazza. Questo me lo dimentico pure io, qualche volta, riprendo in mano la matita rossa e con ira segno il mio corpo come un campo di battaglia. E la mente pure. E anche la scrivania, se faccio in tempo.
Imparare a mettere giù la matita e guardare per bene fuori dalla finestra è un compito ancora da finire.
Però questo fine settimana mi ha insegnato che non mi serve una clinica, per quanto bizzarra possa essere. Non mi serve una matita rossa. Non mi serve un metro per giudicare le facce, uno per i gesti, uno per le azioni.
Mi basta avere ben chiaro a che ora è il treno e che scarpe sono adatte per correre, questa volta.
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categoria:vacanze, bologna, buco nella tasca
mercoledì, 25 marzo 2009
Passalento

Eccolo lì, alto e secco come una pertica.
Con la tuta da ginnastica blu e i dentoni.
Con una diagnosi addosso e una vita in centri di cura.
Con un deficit negli anni diventato disabilità.
Semplice, giusto un po' in difficoltà con l'orientamento e con l'alchimia del laccio delle scarpe (come si faccia, rimane un mistero).
Uno dei primi matterelli che ho conosciuto quando portavo il naso rosso. Passava il tempo e la vecchiaia in una moderna struttura di provincia, con un'educatrice dispensa-coccole e poche certezze, ma durature.
Io sono R., te sei Potaci.
Tanto bastava per colorare i pomeriggi con giochi semplici, con canzoni e balli fatti per divertire e per riempire gli spazi lasciati liberi dai parenti, spariti qualche anno prima.
Ero un'apprendista clown piena di marionette e buone intenzioni. Lui era una bella faccia allegra da incontrare, con cui scambiare qualche parola. Mi ha dato l'opportunità di conoscerlo, ha aperto la sua casa-famiglia e le sue braccia chilometriche a me e altri, con le nostre prime giravolte.
Conoscere qualcuno e la stanza in cui trascorre le giornate significa usare una buona dose di prudenza: spesso, ci ha perdonato i nostri scivoloni da pagliacci invadenti, insegnando che a casa propria, la noia è un diritto.
Insegnando che è meraviglioso avere qualcuno che si ricorda il tuo nome e aspetta di vederti sulla soglia per pronunciarlo.
Spiegando a noi nasetti imperfetti che aprirsi all'altro è un dono e che sui cuori altrui bisogna muoversi con le pattine.
Grazie signor R. Ora avrai sicuramente fatto le prime chiaccherate con San Pietro o qualche suo vice, magari sbadigliando se si è finiti a parlare di calcio.
Che erano le emozioni, il tuo argomento preferito.

Passalento (Ivano Fossati)

Come posso dire
come passa il tempo
come posso dire
come passalento
mani e faccia da uomo
fanno poca pena
alle nostre intelligenze
da cani alla catena.
E' così che si ripensa
a tutto l'amore detto
è così che si ripensa
a tutto l'amore scritto
che era acqua da bere, fuoco
sete da morire,
ma come passa il tempo
non sappiamo dire.

È che in questo deserto
a tutti piace naufragare
vivi e fortunati di poterne
respirare.
Così non rimane che lasciarsi dire
cosa fare
così non rimane che lasciarsi
ancora abbracciare.
Come psso dire
come passa il tempo
come posso dire
come passalento.

Signore di questo porto
vedi mi avvicino anch'io
vele ancora tese,
bandiera genovese,
sono io.

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categoria:uno che la sapeva lunga, buco nella tasca
sabato, 06 settembre 2008
Sto aspettando che si scongeli il burro per fare una crostata.
E' una cosa che ho fatto poco, ultimamente. Aspettare, non la crostata. Che grossi pezzi di farina agglomerata a uova giacciono ancora nel fondo della mia pattumiera, a testimonianza dell'ultimo tentativo di torta mal riuscito. O meglio: ho fatto un bellissimo dolce da frigo. O da credenza. Una di quelle torte che fuori sembra buonissima,
ma appena ne mordi un pezzo vai a prentare il dentista perchè ti è saltato un molare, oppure sputazzi ovunque tocchetti di burro e limone. Quindi, l'ultima mia creazione ha esplorato tutti i ripiani del frigo, si è fatta una passeggiata sugli scaffali della cucina, ha trascorso un fine settimana sul davanzale, prima di finire rinsecchita nel paradiso delle torte, dove un cuoco baffuto e sovrappeso distribuisce ciliegie candite e violette di zucchero a ore alterne.

Ma dicevamo.
Aspetto, e non posso fare altro.
Il burro mi impone dei ritmi che non mi so dare in questo periodo.
Non riesco ad aspettare, non tollero di essere messa in attesa, se qualcuno fa tre minuti di ritardo mi attacco al telefono con lo spirito di una casalinga che chiama quelli della promozione delle pentole.
Ho iniziato un nuovo lavoro, o meglio, lavoro vecchio con matterelle nuove, e devo imparare i loro tempi di relazione, i loro modi, e farli combaciare con i miei.
Invece mi sento addosso questa fretta, questo bisogno di acquisire, di mettere in valigia.
Devo imparare che ci vuole lentezza, ma comincia un po' a pesarmi essere sempre l'ultima arrivata. Oggi c'è il burro a ricordarmi che bisogna spendersi anche nell'arte dell'attesa, nella cortesia dei tempi morti, nella delicatezza delle assenze.
Per fortuna.
Perchè il rischio, se non ci si ferma ad aspettare, è anche quello di perdere la magia dell'incontro, quando poi finalmente si vede l'altro da vicino.
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categoria:bologna, tagliare la pelle del cuore, buco nella tasca, mento a parte
lunedì, 18 agosto 2008
Sono tornata a Bologna dopo le vacanze estive.

La Sardegna mi ha lasciato un colore ambrato sulla pelle e paesaggi splendidi nel cuore.
Ho visto spiagge bianche e nuraghe, ma anche sorrisi nuovi e sentito nasi rossi sardi vicini, seppur solo telefonicamente. Vacanza promossa a pieni voti, insomma, se non altro quella fuori dalle mura domestiche.
Ho trascorso la seconda settimana di ferie nel mio caro vecchio Veneto, che non si muove di un passo, e questa è la sua forza, ma anche la mia disperazione. No, magari non proprio disperazione, ma insomma, fatica del crescere, soprattutto in famiglia.
Fortunatamente, non si muovono (pur maturando), anche i miei vecchi amici, con i quali sono cresciuta e ho condiviso un vagone di esperienze in adolescenza, prima di prendere il treno per Bologna e spostare i miei rami, se non proprio le mie radici.
Con loro ho passato delle serate tremendamente alcoliche e piovose, tra concerti e feste in montagna.
Poi pizza. Mai mangiato così tanta pizza in una settimana.
La più importate con il Carrozziere, amico quasi nuovo. Un ragazzo che è nato a cinquecento metri da casa mia, ma che ho conosciuto davvero solo negli ultimi due anni. Persona speciale, occhi azzurri e voglia di cambiare la sua vita. Credo ce la farà, e spero di essergli vicino nel nuovo cammino che ha deciso di intraprendere.
Lo aspetta una decisione che potrebbe portarlo ad un nuovo lavoro, paese e famiglia.
Ancora una volta, la sua storia mi fa capire che ognuno di noi deve scegliere per sè, con competenza e maturità e poi spendersi per non perdere i pezzi per strada, impegnarsi per mantenere la propria unicità pur cambiando nel tempo.
Adesso, tornata a Bologna, guardo i libri che ingombrano la scrivania e le lenzuola stese al sole.
Mi viene chiesto di scegliere continuamente e sto cercando di farlo al meglio, senza dimenticare dove sono arrivata fino ad oggi.
Si sta per concludere un progetto lavorativo importante, quello con i rom, e un altro si aprirà fra poco.
Riuscirò davvero a mantenere gli impegni presi, soprattutto con me stessa?
O questa mole di roba da fare mi spaventerà troppo, e ripiomberò nel circolo vizioso che mi ha tenuta incatenata a terra lo scorso inverno?
Nel frattempo ho imparato a riconoscere i problemi reali da quelli che la mia testolina fa fiorire da sola come la muffa sul formaggio. Questo dovrebbe bastare per tenere sott'occhio la realtà, invece di perdermi nei boschi delle paranoie.
Vorrei che il nuovo lavoro fosse davvero occasione di crescita, e non impegnare il tempo per evitare di farmi del male.
Ho le braccia per farlo.
La testa è al suo posto, anche se qualche volta va sgridata
perchè lancia gli aereoplani di carta invece di concentrarsi sulla realtà.
Il cuore riempito e svuotato,
vuole appassionarsi a sguardi nuovi e far tornare i conti con quelli vecchi.
Le gambe aspettano ritmi nuovi.
La pancia vorrebbe essere invitata a cena fuori.
E mi sembra abbastanza, per ora.
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categoria:bologna, veneto, campo nomadi, buco nella tasca
giovedì, 13 marzo 2008
Ho un buco nella tasca.
E uno nel calzino destro.
Un buco nella borsa con l'ippopotamo.
E uno nelle mutandine a righe.
A me, i buchi, me li ha sempre rammendati la mia mamma.
Mia mamma, quella con un solo ciuffo di capelli bianchi e cinquanta candeline già spente.
E' un ciuffo-ricordo, che le è spuntato quando a sedici anni è rimasta orfana.
Si è pettinata il capello-spaghetto ed è andata a lavorare in fabbrica.
Con il primo stipendio, una bicicletta rossa. Ben salda sui pedali, a lavorare in fabbrica c'è rimasta per quasi trent'anni. E non ha mai smesso di rammendarmi i calzini. Era un po' lenta con le consegne, questo lo devo dire. Gli scaffali della camera diventavano campi-sosta per biancheria da sistemare. Nel tempo si sono aggiunte le magliette di mio fratello, con le cuciture ferite a morte dopo le partite a rugby.
Adesso ho cambiato casa, e chiedere al coinquilino  basetto di mettersi lì con ago e filo, no, non mi sembra il caso. Scartata pure l'ipotesti di assoldare qualcuno dei vecchietti del quartiere, folkloristici ma troppo occhialuti. Con le diottrie cala anche la qualità, è un dato di fatto.
Allora si apre l'interrogativo: chi mi aggiusta? Basta un po' di filo colorato, ovviamente sui toni del rosa e qualche pomeriggio di pazienza. Chi me lo sistema, quello strappo sul bordo?
Mi sa che mi tocca pensarci da sola. Nessun clown è mai stato forte col ricamo. Nemmeno la dottofessa Cannuccia se la cava col punto croce. Il dottor Cirillo che si punge quindici volte con l'ago, potrebbe essere la meno catastrofica delle ipotesi. Non che non lo sappiano fare, eh. Ma tocca a me, perchè questa è la mia roba, e solo io so da che parte iniziare.
Loro magari mi pagheranno il conto dei cerotti, o le lezioni gratuite di uncinetto.
So che che lo faranno, e verranno pure a vedermi smadonnare mentre sbaglio ad attaccare il primo bottone della mia giacca da laureata.
Li aspetto, con le mie cuciture ormai quasi nascoste dai sorrisi, che imparare qualcosa di nuovo fa sempre sorridere, anche se si tratta solo di mettere un ditale per la prima volta.
L'importante, come dice Rodari, è avere il coraggio di provare, a rammendare. Perchè se si sta sempre lì a pensare come dovrebbero andare le cose, ecco che si finisce a raccontare sempre le stesse storie, a non tollerare più di sette nani, a non sopportare una Cenerentola bruttina, a cancellare il quarto porcellino, a pensare che proprio non c'è più posto, soprattutto per l'amico rom di Hansel e Gretel.
Ma sto andando un po' fuori tema, e allora lascio il finale al maestro Rodari:
Le storie nuove (1960)

Ho conosciuto un tale 
Di San Donà di Piave
Che voleva raccontare 
La storia di… Biancanave.

Cacciato con vergogna
Scappò fino a Terontola
E cominciò a narrare
La storia di ….Cenerontola.

Di là fuggì in Sardegna,
si fermò a Bortigali
e cominciò la storia
del ….Matto con gli stivali.

Girò tutta l'Italia,
la Francia e l'Ungheria
sempre a sbagliare storie
e a farsi cacciare via.

E ancora gira e spera
Ancora di trovare
Qualcuno che abbia voglia
Di starlo ad ascoltare,

Qualcuno che capisca
Che sbagliando, per prova,
con una storia vecchia
si può fare una storia nuova
.






domenica, 09 marzo 2008
Come Godzilla che fa acquagym.
Fare cose inutili, ma con costanza.
Pedalare nell'acqua, senza neanche spostarsi.
Come Godzilla che fa acquagym, con la testa sotto.
Che almeno se piange, non si vede.
postato da: potaci alle ore 11:12 | Permalink | commenti
categoria:bologna, buco nella tasca
giovedì, 18 ottobre 2007

Oggi ho fatto la lavatrice. Grandi passi in avanti nella mia vita da cenerentola, non c'è che dire. Ho trovato un buco nella tasca dei soliti jeans e un po' mi sono sentita come questa canzone qua, che capita proprio opportuna. Ho un buco nella tasca, ogni cosa che ci metto scompare. Così, mi sento. E' un'eccezione, questo post, lo devo dire. Perchè mi ero ripromessa di scrivere solo cose con gli angoli della bocca all'insù, e invece rieccomi qui a rimuginare su cosa ho fatto e cosa no. Se va bene così, o forse se è il caso di spostare. Spostare la riga dei capelli. Spostare il mio orizzonte, ridimensionare gli obiettivi. Spostare la bici, che non mi freghino pure questa. Spostare le lancette della sveglia, per studiare di più. E poi pensare, specie se si tengono le mani in tasca, porta a creare altri buchi, che fanno sfuggire via le cose. Ancora.

Quindi, che fare? La canzone non lo dice, non lo dicono mai. E allora, mi sa proprio che mi appoggerò a tutti questi esseri umani che si preoccupano per me: un po' per rassicurarli, e chieder loro ago e filo. Un po' per scoprirli, e vedere se sanno rammendare. Un po' perchè è grazie a loro se posso continuare ad affondare le dita nelle torte. Un po' perchè anche i buchi nelle tasche servono, specie a lasciare dietro di sè scie che qualcuno serguirà.

Un buco nella tasca- Lorenzo Jovanotti Cherubini

Ho visto un essere umano preoccuparsi per me
Senza chiedere in cambio niente di niente per sé
E ho fatto scelte senza scegliere che scelta fare
Convinto di trovare una montagna sotto al mare
E ho visto le api fare il miele
E gli uomini fare il male
E ho visto l’arcobaleno prima di un temporale
Ho visto il lampo di una lacrima alla fine del riso
Ho visto un uomo camminare dopo che è stato ucciso
Ho visto i fiori più meravigliosi e colorati quelli più rari
Inaccessibili e più profumati
Mi son trovato alle soglie di una notte scura
Utilizzavo quel ricordo contro la paura
E ho messo trappole in giro e ci son cascato io
E ho visto auto in doppiafila nel parcheggio di dio
E ho visto toccato ascoltato annusato
In ogni torta che vedevo
Ci ho affondato il dito
E vedrò toccherò ascolterò annuserò
E in ogni torta come sempre il dito affonderò
Ho un buco nella tasca
Ogni cosa che ci metto scompare
Ho un buco nella tasca ricominciare

postato da: potaci alle ore 16:59 | Permalink | commenti
categoria:bologna, buco nella tasca, cenerentola interinale