E' una cosa che ho fatto poco, ultimamente. Aspettare, non la crostata. Che grossi pezzi di farina agglomerata a uova giacciono ancora nel fondo della mia pattumiera, a testimonianza dell'ultimo tentativo di torta mal riuscito. O meglio: ho fatto un bellissimo dolce da frigo. O da credenza. Una di quelle torte che fuori sembra buonissima, ma appena ne mordi un pezzo vai a prentare il dentista perchè ti è saltato un molare, oppure sputazzi ovunque tocchetti di burro e limone. Quindi, l'ultima mia creazione ha esplorato tutti i ripiani del frigo, si è fatta una passeggiata sugli scaffali della cucina, ha trascorso un fine settimana sul davanzale, prima di finire rinsecchita nel paradiso delle torte, dove un cuoco baffuto e sovrappeso distribuisce ciliegie candite e violette di zucchero a ore alterne.
Ma dicevamo.
Aspetto, e non posso fare altro.
Il burro mi impone dei ritmi che non mi so dare in questo periodo.
Non riesco ad aspettare, non tollero di essere messa in attesa, se qualcuno fa tre minuti di ritardo mi attacco al telefono con lo spirito di una casalinga che chiama quelli della promozione delle pentole.
Ho iniziato un nuovo lavoro, o meglio, lavoro vecchio con matterelle nuove, e devo imparare i loro tempi di relazione, i loro modi, e farli combaciare con i miei.
Invece mi sento addosso questa fretta, questo bisogno di acquisire, di mettere in valigia.
Devo imparare che ci vuole lentezza, ma comincia un po' a pesarmi essere sempre l'ultima arrivata. Oggi c'è il burro a ricordarmi che bisogna spendersi anche nell'arte dell'attesa, nella cortesia dei tempi morti, nella delicatezza delle assenze.
Per fortuna.
Perchè il rischio, se non ci si ferma ad aspettare, è anche quello di perdere la magia dell'incontro, quando poi finalmente si vede l'altro da vicino.
categoria:bologna, tagliare la pelle del cuore, buco nella tasca, mento a parte








