Adesso, pedalo.
Ho traslocato e combatto la guerra degli scatoloni a colpi di detersivi chimici e guanti rossi.
Lavoro e scrivo, compilo elenchi, schede di progetti.
Giro mail, proitetto sguardi oltre la cortina bassa della povertà e cerco di capire quale concretezza potrebbero avere alcune idee che ultimamente girano nell'aria.
Ho voglia di ninnoli e mele candite. E di persone che pedalino con me, con la spontaneità e la serietà necessarie per iniziare nuovi percorsi che finiscano dentro quel termine abusato che è "inclusione".
Per fare un albero ci vuole il legno e per far sì che una persona si senta un po' meno straniera, cosa ci vorrà? Forse un pesce pescato dal collega muratore e cucinato sulla stufa del vicino. Forse un grembiule nuovo per iniziare la scuola materna assieme ad altri bambini che vengono da tutto il mondo. Forse una maestra che pronuncia il tuo nome con l'accento giusto. Forse un'educatriche che ha tempo anche per parlare di zuppe e cavoli, oltre che di bollette. Forse una vicina imbranata a cui cambiare una gomma, senza volere nulla in cambio. Forse una squadra di operai che ti sistema la casa a puntino, con i volti neri macchiati dall'intonaco bianco.
E poi nuove parole. Progetti da iniziare, sempre più condivisi, stuadiati assieme, sempre meno ricette già pronte e sempre più passi minuscoli, in una direzione decisa in due.
Qualche volta è poi difficile pensare che una parte della crescita dell'insieme si giochi anche su un piccolissimo due. Sull'essere "altro" per qualcuno e avere ogno giorno mille occasioni per confrontarsi con chi si ha di fronte, mille momenti in cui può valere maggiormente la pena mettersi a fare due chiacchere, invece che stilare classifiche. Un compito minimo, ma richiesto a tutti. Parlare a chi si ha di fronte semplicemente come ad un altro che potrebbe anche starmi sui maroni, ma a cui voglio dare una possibilità.
E poi vedere che succede.
Ho traslocato e combatto la guerra degli scatoloni a colpi di detersivi chimici e guanti rossi.
Lavoro e scrivo, compilo elenchi, schede di progetti.
Giro mail, proitetto sguardi oltre la cortina bassa della povertà e cerco di capire quale concretezza potrebbero avere alcune idee che ultimamente girano nell'aria.
Ho voglia di ninnoli e mele candite. E di persone che pedalino con me, con la spontaneità e la serietà necessarie per iniziare nuovi percorsi che finiscano dentro quel termine abusato che è "inclusione".
Per fare un albero ci vuole il legno e per far sì che una persona si senta un po' meno straniera, cosa ci vorrà? Forse un pesce pescato dal collega muratore e cucinato sulla stufa del vicino. Forse un grembiule nuovo per iniziare la scuola materna assieme ad altri bambini che vengono da tutto il mondo. Forse una maestra che pronuncia il tuo nome con l'accento giusto. Forse un'educatriche che ha tempo anche per parlare di zuppe e cavoli, oltre che di bollette. Forse una vicina imbranata a cui cambiare una gomma, senza volere nulla in cambio. Forse una squadra di operai che ti sistema la casa a puntino, con i volti neri macchiati dall'intonaco bianco.
E poi nuove parole. Progetti da iniziare, sempre più condivisi, stuadiati assieme, sempre meno ricette già pronte e sempre più passi minuscoli, in una direzione decisa in due.
Qualche volta è poi difficile pensare che una parte della crescita dell'insieme si giochi anche su un piccolissimo due. Sull'essere "altro" per qualcuno e avere ogno giorno mille occasioni per confrontarsi con chi si ha di fronte, mille momenti in cui può valere maggiormente la pena mettersi a fare due chiacchere, invece che stilare classifiche. Un compito minimo, ma richiesto a tutti. Parlare a chi si ha di fronte semplicemente come ad un altro che potrebbe anche starmi sui maroni, ma a cui voglio dare una possibilità.
E poi vedere che succede.







