martedì, 01 dicembre 2009
Adesso, pedalo.
Ho traslocato e combatto la guerra degli scatoloni a colpi di detersivi chimici e guanti rossi.
Lavoro e scrivo, compilo elenchi, schede di progetti.
Giro mail, proitetto sguardi oltre la cortina bassa della povertà e cerco di capire quale concretezza potrebbero avere alcune idee che ultimamente girano nell'aria.

Ho voglia di ninnoli e mele candite. E di persone che pedalino con me, con la spontaneità e la serietà necessarie per iniziare nuovi percorsi che finiscano dentro quel termine abusato che è "inclusione".

Per fare un albero ci vuole il legno e per far sì che una persona si senta un po' meno straniera, cosa ci vorrà? Forse un pesce pescato dal collega muratore e cucinato sulla stufa del vicino. Forse un grembiule nuovo per iniziare la scuola materna assieme ad altri bambini che vengono da tutto il mondo. Forse una maestra che pronuncia il tuo nome con l'accento giusto. Forse un'educatriche che ha tempo anche per parlare di zuppe e cavoli, oltre che di bollette. Forse una vicina imbranata a cui cambiare una gomma, senza volere nulla in cambio. Forse una squadra di operai che ti sistema la casa a puntino, con i volti neri macchiati dall'intonaco bianco. 
E poi nuove parole. Progetti da iniziare, sempre più condivisi, stuadiati assieme, sempre meno ricette già pronte e sempre più passi minuscoli, in una direzione decisa in due.

Qualche volta è poi difficile pensare che una parte della crescita dell'insieme si giochi anche su  un piccolissimo due. Sull'essere "altro" per qualcuno e avere ogno giorno mille occasioni per confrontarsi con chi si ha di fronte, mille momenti in cui può valere maggiormente la pena mettersi a fare due chiacchere, invece che stilare classifiche. Un compito minimo, ma richiesto a tutti. Parlare a chi si ha di fronte semplicemente come ad un altro che potrebbe anche starmi sui maroni, ma a cui voglio dare una possibilità.
E poi vedere che succede.
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mercoledì, 28 ottobre 2009
Nera che porta via, che porta via la via

Nere le gonne delle donne di stasera. Nere che portano via la notte e la nascondono sotto strati di stoffa spessa, pesante, quasi a volersi trascinare dietro tutte le nuvole, la nebbia e il freddo di questi quieti giorni  d'autunno.Un'altra ronda, una scorribanda corsara nelle periferie di Bologna, quelle abitate da donne con lunghe vesti scure e uomini in giacca pesante. Passeggiate che di romantico hanno solo il nome, pochi passi in mezzo alla melma, lungo un sentiero di rifiuti, dove hanno fatto il loro nido generazioni di topi.
Anche loro, neri che portano via. Un pezzo alla volta, a morsi, a strattoni, a strappi, portano via la speranza di un riscatto: i topi vivono assieme a queste famiglie, rubano il cibo, smuovono le sterpaglie e ricordano anche a loro quanto sia facile strisciare, dopo aver iniziato la discesa. Sono andata a trovare delle persone che vivono in baracche e tende tirate su con materiali di fortuna, lungo una strada sterrata di perfieria: da un lato l'autostrada, dall'altro una clinica per ricconi.

Le baracche nella nebbia sono come animali nella savana, nascosti a riposare tra gli alberi. Sembrano grandi occhi neri della Madre Terra, aperti solo a metà sulla sua crosta piena di ferite. Sembrano squame di una terra stanca, che sta cambiando pelle cerca di scrollarsi di dosso gli ultimi, quelli che non ce la fanno a seguire i ritmi del cambiamento. 
Invece sono sacchi della spazzatura, teloni di camion e altri materiali rubacchiati da qualche cantiere o trovati vicino ai cassonetti, legati con fili di nylon e sputi, perchè resistano almeno alle prime piogge.
Arriviamo che fa buio, ma ci vedono subito.
Le donne hanno il fazzoletto in testa e la miseria negli occhi. Il sogno dell'Italia ricca che tende la mano è svanito, nessuno le guarda agli angoli delle strade, la Polizia le scaccia e a fine giornata tornano in questa terra di nessuno, a bastonare i topi che grattano sulle lamiere per entrare nelle capanne.
Gli uomini hanno il volto segnato dalla stanchezza, sono rimasti in pochi, non c'è niente da fare ora che i cantieri edili sono fermi e non possono più tirar su trenta euro lavorando a giornata.
Parole di rabbia ci accolgono subito, senza sconti: "Dove sono i miei bambini?"
E' passata l'assistente sociale e li ha presi durante uno sgombero: la disperazione più grande è quella di perdere i figli e a questo ragazzo venuto in Italia per guadagnare qualche soldo ne hanno tolti due. Bestemmia, si arrabbia e poi si sfoga: non sa come dimostrare, come convincere il giudice (e forse anche se stesso) che ha una casa in Romania per sistemare i bambini e sa che non li rivedrà tanto facilmente.
Il dolore lo artiglia alla sua baracca sudicia, non se ne potrà andare finchè non avrà riavuto i suoi figli.
Storia senza soluzione, ignobile e che fa venire il cuore duro: da qualsiasi parte si guardi, c'è della sofferenza, un distacco, un abbandono.
I topi non guardano. Frugano nella spazzatura abbandonata all'inizio dell'accampamento: quando sono arrivati non ce n'era, l'han messa lì gli uomini a poco a poco. Era una sistemazione provvisoria, perchè curarsene?
Invece è diventata una casa per mesi, i mucchi si sono alzati e i topi hanno capito che si avvicinava un periodo buono. Adesso, quando non parla il ragazzo, parlano loro. Spostano barattoli, si litigano avanzi, si rincorrono nella nebbia.
Con i loro squittii interrompono la conversazione: dicono che neanche loro, una volta, erano abituati a tutta quella sporcizia, all'odore tremendo, alla prossimità che viola ogni persona. Poi, pian piano, han cominciato a chiedere sempre di meno, a vedere che avanzi ce n'erano per tutti, che non serviva chiedere, se ci si accontentava delle croste. Bastava stringere un patto con l'uomo: tu mi tolleri e fai finta di non vedermi, io mi cibo di avanzi.
E così è andata anche in questo accampamento sperduto tra l'autostrada e le nebbie bolognesi.
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sabato, 21 febbraio 2009
Parcheggio la macchina nei visceri della periferia bolognese.
Scendo, il sole fa del suo meglio e cerca il modo di farsi notare.
Ma la mia attenzione va un passo più in là, fuori dal giardino di una piccola casa, la prima di sei fabbricati a schiera, una lingua di cemento con un solo piano circondata dalla campagna e da qualche fabbrica.
E' sabato, giornata di pulizie.
La prima cosa è una famiglia numerosa, con la mamma che sta lavando un tappeto enorme, tanto grande da riempire tutto lo spazio davanti alla casa. Con l'acqua, il sapone e tanta buona volontà strofina questo intreccio di tessuti che di solito copre il pavimento della sua casa. Oggi è uscito in giardino pure lui, forse aveva voglia di farsi un giretto. Attorno, qualche altra donna, due adulti che seduti sul bagagliaio aperto di una macchina si godono il sole. E bambini. nanerottoli, tappi e signorine, a fare la danza della pulizia in giardino, tutto intorno.
Io, la nuova. La Ragazza del Comune, con i jeans masticati in fondo e la borsa a tracolla, cammino verso di loro, come una specie di sorriso.
No, non sono lì per stressare su documenti e contratti, devo semplicemente andare dai loro vicini per scambiare due parole.
Ma sono la novità e bisogna capire da che parte sto, perchè sono arrivata in mezzo al nulla con un paio di fogli sotto braccio e qualche problema, probabilmente, nella borsa.
Due passi e si avvicina una nana di quattro anni scarsi.
Splendida in tuta con pailette rosa, scarpette da ginnastica argentate, capelli raccolti in fiocchi e codine, riga di moccolo d'ordinanza.
Ecco, si alza il sipario.

"Tu come ti chiami?"
"Potaci. E tu?"
"Brigitte. Come Brigitte Bardot eh!"

Come si fa a non innamorarsi subito di una roba così?
Ecco, questo è il mio nuovo lavoro.
Ci sarà tempo per le scadenze, le bollette e tutto il resto. Per ora ci sono altri bimbi, altre case in periferia e tutto il resto del tempo per sistemare le cose.
postato da: potaci alle ore 19:37 | Permalink | commenti
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domenica, 11 gennaio 2009
Potaci: "E adesso dove state?"
Coda di Lupo: "Nel parcheggio qui vicino".
Un dialogo e una ricorrenza, due motivi buoni per postare questa


Khorakhané

Il cuore rallenta la testa cammina
in quel pozzo di piscio e cemento
a quel campo strappato dal vento
a forza di essere vento

porto il nome di tutti i battesimi
ogni nome il sigillo di un lasciapassare
per un guado una terra una nuvola un canto
un diamante nascosto nel pane

per un solo dolcissimo umore del sangue
per la stessa ragione del viaggio viaggiare
Il cuore rallenta e la testa cammina
in un buio di giostre in disuso

qualche rom si è fermato italiano
come un rame a imbrunire su un muro
saper leggere il libro del mondo
con parole cangianti e nessuna scrittura

nei sentieri costretti in un palmo di mano
i segreti che fanno paura
finché un uomo ti incontra e non si riconosce
e ogni terra si accende e si arrende la pace

i figli cadevano dal calendario
Yugoslavia Polonia Ungheria
i soldati prendevano tutti
e tutti buttavano via

e poi Mirka a San Giorgio di maggio
tra le fiamme dei fiori a ridere a bere
e un sollievo di lacrime a invadere gli occhi
e dagli occhi cadere

ora alzatevi spose bambine
che è venuto il tempo di andare
con le vene celesti dei polsi
anche oggi si va a caritare

e se questo vuol dire rubare
questo filo di pane tra miseria e sfortuna
allo specchio di questa kampina
ai miei occhi limpidi come un addio

lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca
il punto di vista di Dio

Cvava sero po tute
i kerava
jek sano ot mori
i taha jek jak kon kasta

Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna

vasu ti baro nebo
avi ker
kon ovla so mutavia
kon ovla

perché l'aria azzurra
diventi casa
chi sarà a raccontare
chi sarà

ovla kon ascovi
me gava palan ladi
me gava
palan bura ot croiuti

sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali
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categoria:bologna, campo nomadi, uno che la sapeva lunga
giovedì, 11 dicembre 2008
E l'amore ?
Ah l'amore!Come in gelateria c'ha mille gusti e mille differenti qualità e non c'entra niente con quello che ti avevano raccontato qua e là..


Questo lavoro è come l'amore.
Che ti prende i visceri e non ti lascia più tempo libero. Sempre a correre, come quando hai il cagotto. Una roba che non si può tratterenere.
Sette vite (come i gatti) da imparare a memoria per essere una buona educatrice e sapre accompagnare queste persone verso la vecchiaia, l'età adulta, le autonomie residue.
Disabili, ma grandi.
Niente a che vedere con quei bimbi down tenerissimi che sgambettano tra i compagni alla scuola materna. Lì riesci a vedere un futuro più facile di quello che è stata la vita per un dsabile fino a qualche anno fa. Ma le mie matte, loro, sono passate attrvaerso le maglie strette di una scuola che non era pronta, di famiglie lasciate sole e di povertà culturali che speriamo di aver lasciato alle spalle.
Famiglie in cui si andava dal prete per capire il perchè di una figlia così diversa; paesi in cui valeva la regola del nascondere tutto, prima di incappare nel dito puntato del giudizio altrui. Mondi in cui un figlio così, con gli occhi piccoli, era una disgrazia, un poveraccio che nel migliore dei casi diventava "il matto", maschera folk da sopportare con benevolenza.
Adesso sono con loro e sento quando preparo la cena, il peso delle storie passate, dei ricoveri facili, dei sorrisi radi.
Ma poi arriva l'amore: che riempie, accende, spalanca e l'ultima parola del raconto diventa "presente".
Sono qua, a lavorare perchè il presente sia fatto di piccole conquiste e  di socialità nuove, nonostante il peso dei ricordi foschi.
Sono qua, a innamorarmi di sette matterelle che mi scagliano addosso tutte le loro richieste: di riconoscimento, di spazio e d'amore, ovviamente.
Rispondo con la consapevolezza imparata negli anni, con gli strumenti imparati sui banchi e con la leggerezza imparata dai clown.
Leggerezza che non vuol dire dimenticare ma prendersi a cuore e sistemare, con pazienza le cicatrici di una vita storta. 
Adesso,per dire, va molto di moda il momento karaoke. Per conoscersi, per fidarsi, perchè insomma, se canti con me non puoi essere poi così cattiva.

Ma in amore, lo so, ho sempre avuto probemi con la costanza.
Quando poi si fanno vivi gli ex-fidanzati, allora è una tragedia.

Così va che mi propongono di lavorare con quegli altri sfigati, di là. Quelli che tutti chiamano nomadi, quelli che rubano i bambini, quelli che proprio puzzano di natura. Non so come fare, perchè gli amori non se ne vanno via in fretta, quindi mi smangiucchio le unghie e vedo come essere me stessa,
per definirmi una volta per tutte,
indipendentemente dall'amore.
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categoria:bologna, campo nomadi, mento a parte
mercoledì, 10 settembre 2008
Il gagio tende a vedere il messaggio veicolato dal fatto che gli "zingari" sono "nomadi" e vivono "ai margini della società" (aree non edificate, discariche ecc). Ciò lo persuade che essi sono dei paria; il che diventa, nel discorso di alcuni, motivo e giustificazione per gli interventi di "aiuti" e, ultimamente, ti tutela verso ciò che di "buono" c'è da salvare nella loro cultura.

Da "Un mondo di mondi", di Leonardo Piasere

Ora che me ne sono liberata, che non lavoro più, essi rientrano dalla finestraa (di windows),essi bussano con le loro roulotte e non si rassegnano a stare nel cassettino in cui li avevo magistralmente infilati. Uh, che palle!
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categoria:bologna, campo nomadi, uno che la sapeva lunga
lunedì, 18 agosto 2008
Sono tornata a Bologna dopo le vacanze estive.

La Sardegna mi ha lasciato un colore ambrato sulla pelle e paesaggi splendidi nel cuore.
Ho visto spiagge bianche e nuraghe, ma anche sorrisi nuovi e sentito nasi rossi sardi vicini, seppur solo telefonicamente. Vacanza promossa a pieni voti, insomma, se non altro quella fuori dalle mura domestiche.
Ho trascorso la seconda settimana di ferie nel mio caro vecchio Veneto, che non si muove di un passo, e questa è la sua forza, ma anche la mia disperazione. No, magari non proprio disperazione, ma insomma, fatica del crescere, soprattutto in famiglia.
Fortunatamente, non si muovono (pur maturando), anche i miei vecchi amici, con i quali sono cresciuta e ho condiviso un vagone di esperienze in adolescenza, prima di prendere il treno per Bologna e spostare i miei rami, se non proprio le mie radici.
Con loro ho passato delle serate tremendamente alcoliche e piovose, tra concerti e feste in montagna.
Poi pizza. Mai mangiato così tanta pizza in una settimana.
La più importate con il Carrozziere, amico quasi nuovo. Un ragazzo che è nato a cinquecento metri da casa mia, ma che ho conosciuto davvero solo negli ultimi due anni. Persona speciale, occhi azzurri e voglia di cambiare la sua vita. Credo ce la farà, e spero di essergli vicino nel nuovo cammino che ha deciso di intraprendere.
Lo aspetta una decisione che potrebbe portarlo ad un nuovo lavoro, paese e famiglia.
Ancora una volta, la sua storia mi fa capire che ognuno di noi deve scegliere per sè, con competenza e maturità e poi spendersi per non perdere i pezzi per strada, impegnarsi per mantenere la propria unicità pur cambiando nel tempo.
Adesso, tornata a Bologna, guardo i libri che ingombrano la scrivania e le lenzuola stese al sole.
Mi viene chiesto di scegliere continuamente e sto cercando di farlo al meglio, senza dimenticare dove sono arrivata fino ad oggi.
Si sta per concludere un progetto lavorativo importante, quello con i rom, e un altro si aprirà fra poco.
Riuscirò davvero a mantenere gli impegni presi, soprattutto con me stessa?
O questa mole di roba da fare mi spaventerà troppo, e ripiomberò nel circolo vizioso che mi ha tenuta incatenata a terra lo scorso inverno?
Nel frattempo ho imparato a riconoscere i problemi reali da quelli che la mia testolina fa fiorire da sola come la muffa sul formaggio. Questo dovrebbe bastare per tenere sott'occhio la realtà, invece di perdermi nei boschi delle paranoie.
Vorrei che il nuovo lavoro fosse davvero occasione di crescita, e non impegnare il tempo per evitare di farmi del male.
Ho le braccia per farlo.
La testa è al suo posto, anche se qualche volta va sgridata
perchè lancia gli aereoplani di carta invece di concentrarsi sulla realtà.
Il cuore riempito e svuotato,
vuole appassionarsi a sguardi nuovi e far tornare i conti con quelli vecchi.
Le gambe aspettano ritmi nuovi.
La pancia vorrebbe essere invitata a cena fuori.
E mi sembra abbastanza, per ora.
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categoria:bologna, veneto, campo nomadi, buco nella tasca
giovedì, 24 luglio 2008
Una delle ragazze del campo è incinta. La pancia orgogliosa tira le magliette, sbuca da sotto l'orlo e chiede attenzione. La giovane pulzella senza documenti, che quindi non esiste, oggi se ne stava seduta per terra a contare le nuvole, e così ci siam messe a chiaccherare del nome del nascituro. E delle sue piccolissime impronte che serviranno a far dormire sonni tranquilli a tutti i leghisti, poi.
Minuscoli segni d'inchiostro digitale che faranno meglio di tutti i cancelli e le sbarre che i miei conterranei continuano a mettersi alle finestre. Frammenti di dita in blu che serviranno a far sentire il controllo, a far capire chi è che comanda. Segni monocromo su caselle prestampate per dare un segnale forte, perchè si capisca subito che qui non è aria.
Ma non di questo.
Piuttosto, del nome del nano nella pancia, che sbucherà fuori in autunno, più o meno.
La ragazza è stanca, si appoggia al container con la schiena, il viso piccolo reso pù vecchio da un passato burrascoso. Le orecchie segnate, i lobi hanno due cicatrici, ricordo di una volta che si son prese per i capelli e per gli orecchini. Le mani, smalto da due soldi smangiucchiato, aloni di nicotina e velocità nel preparare la cena. Le gambe lente, piegate, seminascoste dal drappeggio della gonna, sembrano farle da scudo contro il resto del mondo.
E' stanca, ma a parlare del futuro si illumina, vede lontano con occhi di mamma diciannovenne e cuore in allarme, come dice quel bolognese bassino e pelosetto.
"Allora, che nome gli dai?"
Potaci guarda la maglia coi colori accesi con degli sbuffi vezzosi sulle maniche corte.
"Se è maschio, decide il papà. Ma se è femmina, Desideria".
E allora continua pure a Desiderare, fagotto che stai al riparo dall'afa bolognese di questi giorni. Continua a sonnecchiare al sicuro dentro quel bozzolo d'affetto, e ad usare la forza del desiderio per uscire in questa realtà flaccida che fa il rumore del ghiaccio sotto i denti.
Spero che questo nome ti porti un sacco di scartoffie. Sì, perchè è questo che tutti i miei rom desiderano, più d'ogni altra cosa. Una valigia di carta, uno zaino di allegati, un fascicolo di notizie.
Perchè è questo che fa un cittadino. Non conta quante dita hai, ma se le usi del digiare il codice del bancomat. Non ci interessa se i piedi son dritti, ma se han calpestato il nobile suolo italico un numero di volte sufficiente a. Non ce ne può fregare di meno di come stanno i tuoi gomiti, ci basta sapere se si son mai appoggiati sul tavolo di un tribunale.

Non son qui a tessere le lodi dei "figli del vento", o come altro ci va di definirli, chiedo solo che per una volta vengano chiamati con il loro nome. Non ne posso più di visione edulcorate con i violini appesi fuori dalle roulotte e ne ho piene le tasche di dipinti catatrofici con sporcizia e polvere.
Perchè il loro nome, è uomini.
Homo sum: humani nihil a me alienum puto (Terenzio)
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lunedì, 14 luglio 2008
Non sarebbe bello, non farsi più del male?

E poi ci sono i giorni tipo oggi, in cui il tempo pesa e non passa mai, e sono troppo confusa anche per guardare fuori dalla finestra. Sono giorni in cui tutta la tristezza e lo schifo che mi son creata dentro tornano a bussare, tracimano la transenna in cui li ho a poco a poco fatti ritirare.
Prima si prendono il risveglio, che è stato come quando metti in bocca un frutto acerbo. Da fuori sembrava appetitoso e profumato, ma quando ci fai i conti ti rendi conto che non era ancora il momento. Alzarsi improvvisamente diventa un'impresa, il buio esce dalla scatola e si prende tutto lo spazio dei sorrisi.
Senza un motivo, le emozioni si confondono e diventano pastura grigia, come il cemento che i muratori mescolano nei secchi.
Un involucro pieno di liquido color nebbia, ecco com'ero stamattina.
Pensavo di aver maggiori risposte da dare alla tristezza, immotivata più che mai, invece semplicemente ha vinto lei.
Almeno fino a quando non sono intervenute braccia vicine che mi hanno ridato consistenza e prospettiva. Persone che mi conoscono e sanno fare con me come  con la macchina fotografica: rimettere a fuoco.

Il pomeriggio, la tristezza poi si è chiusa, un po' da sola, un po' a spallate, nel bagagliaio della macchina (ebbene sì, Potaci al volante, umarells avvertiti!) perchè c'era d'andare a Modena con una mamma rom, che si è subito seduta davanti, togliendo il posto ai milioni di pensieri dolorosi che si erano già belli e messi la cintura. Via, sloggiate!
C'è da passare a prendere un'anguria!
E fermarsi per il caffè!
E ho finito le sigarette!
E metti benzina!
E possiamo far un attimo più veloci, che non vedo mio figlio da due mesi?!
Il resto, lavoro e pazienza.
Occhi sulla strada, cuore dietro le spalle, testa che regge bene.


Una giornata in cui ho passato un po' tutto l'arcobaleno delle emozioni, anche se delle volte erano ben camuffate, come dice il pezzo qui sotto.
E adesso: come un solletico leggero, come una formica sul collo.
E adesso, siccome di questo post si capisce veramente poco, chiudo con un pezzetto non mio, che tira sempre su l'indice d'ascolto e fa parecchio blog dei gggiovani.

Riprendere Berlino-Afterhours
Luce del mattino
Luce di un giorno strano
Pensavi di esser perso
Che cambia il tuo destino

Non sarebbe bello
Non farsi più del male?
Non sarebbe strano
Se capitasse a noi?

Anche il paradiso
Vuole essere un inferno
Era tutto scontato
Finché non sei caduto

Non sarebbe bello
Riprendere Berlino?
Non sarebbe strano
Prenderla senza eroi

Non sarebbe bello
Venire ad incontrarti?
Senza aver paura
Di non ritrovarci mai

Fuori dalla tua porta
Fare la cosa giusta
Essere razionali
Mentre ti gira la testa

Non sarebbe bello
Non farci più del male?
Non sarebbe eroico
Non essere degli eroi

Non sarebbe strano
Essere più leggeri
E non aver paura
Se capitasse a noi

giovedì, 10 luglio 2008
Chicco e Spillo, Samuele Bersani

Canzone del 1993, video girato con due lire, il bel bolognese canta con addosso il maglione che sua zia gli ha regalato a Natale. L'ho riascoltata stamattina per caso, dopo un sacco che non la sentivo. Capita, a volte che le canzoni cadano esattamente nella linea dei pensieri che stai seguendo, mettendo ordine e note.
Oggi ho accompagnato due fratelli rom al loro primo giorno di centro estivo e mentre tornavo a casa è sbucato fuori Bersani. Anche lui canta di due fratelli:

Chicco ha una cicatrice sulla faccia
sta con suo fratello che si fa chiamare Spillo
e sanno già sparare come dei cowboy .
Chicco prova al sole di scaldarsi il cucchiaino
Spillo sta rubando un altro motorino
il maresciallo guarda l'Italia dentro un bar.


I miei sono più piccoli, arrivano a stento al metro e venti, con l'età ancora ad una cifra sola. Qualche cicatrice però, ce l'hanno già: ovviamente un ricamo di ferite sulle ginocchia, finali tragici di giochi improvvisati.  Poi qualche segno sul viso: difficile capire quando si siano fatti male, forse spostandosi da un campo all'altro, forse cercando di sfuggire alle lame degli insulti lanciati dai compagni di scuola.
E anche loro, perchè mi sembra davvero sciocco dipingere con l'ingenuità e la carità un momento non facile, anche loro hanno delle capacità non proprie della loro età. Non quella di sparare, no di certo, ma magari conoscono l'arte antica di colpire con la fionda, oppure di slegare in fretta i lacci e infilare le cose sotto la maglia.

Chicco è a casa con la faccia sulla radio
che trasmette la rubrica dei consigli
e lui vorrebbe chiedere "Come si fa
a fare una rapina in una banca
e a scappare senza che si slaccino le scarpe
e andare dove non c'è mai nessuno che ti sputa contro
e ti vuol mettere nei guai?"

I miei due fratelli, non ci pensano neanche ad entrare in banca, ma magari si infilano in una bomboniera del benessere, un grosso ipermercato, una costruzione che spaccia successo a poche lire e cercano di agguantare un pezzettino di questa crassa felicità. Vogliono magari capire cos'è che tutte queste persone comprano in continuazione, cos'è che mettono nei carrelli.
Sarà la stessa cosa che poi li fa sembrare così distanti e sicuri?
Anche loro ne vorrebbero un po', di sicurezza, abituati come sono a mentire per non subire la pietà di chi sa dove si deve abitare per essere dalla parte del Giusto. 
Ma insomma, mi ricordano un po' i Chicco e Spillo di Bersani.
Andiamo avanti con la canzone, va':

Spillo ha chiuso la felicità in un fazzoletto
ma si è seccata in un secondo benedetto
"Pronto chi parla ?"
"Sono Chicco, vieni qua, che questa volta è proprio quella buona,
basta un cacciavite per entrare in paradiso..."
"Un cacciavite ? ! ? Aspettami, che arrivo...
prendo il motorino e in un minuto sono lì"
"Ma ti rendi conto quanti sono questi soldi
e come è stato facile rubarli ?
Finalmente ci possiamo comperare quello che ci pare,
spiegami perché non parli..."


Ecco, stamattina neanche i miei due fratelli rom parlavano molto. Curiosi, splendidi, si guardavano intorno e cercava di capire che cosa c'era da fare in questo nuovo centro estivo.
Le mani lungo i fianchi, il collo tirato a cercare dei coetanei con cui correre. Le ginocchia pronte a scattare per unirsi al gruppo.
Questo non lo vendono alla Standa, niet comperare, nemmeno nascondere sotto il golf.
Nel loro modo contratto e a volte rude, è questo quello che cercano tra gli scaffali dei negozi: stupore, meraviglia, nuovi inizi e voglia di giocare davvero.
Alla fine uno dei due, tira su lo sguardo e mi fa sottovoce:
"Ma, dici che magari si potrà anche andare in giro con la bici"?


postato da: potaci alle ore 13:16 | Permalink | commenti
categoria:bologna, campo nomadi, tagliare la pelle del cuore