mercoledì, 10 settembre 2008
Il gagio tende a vedere il messaggio veicolato dal fatto che gli "zingari" sono "nomadi" e vivono "ai margini della società" (aree non edificate, discariche ecc). Ciò lo persuade che essi sono dei paria; il che diventa, nel discorso di alcuni, motivo e giustificazione per gli interventi di "aiuti" e, ultimamente, ti tutela verso ciò che di "buono" c'è da salvare nella loro cultura.

Da "Un mondo di mondi", di Leonardo Piasere

Ora che me ne sono liberata, che non lavoro più, essi rientrano dalla finestraa (di windows),essi bussano con le loro roulotte e non si rassegnano a stare nel cassettino in cui li avevo magistralmente infilati. Uh, che palle!
postato da: potaci alle ore 14:10 | Permalink | commenti
categoria:bologna, campo nomadi, uno che la sapeva lunga
lunedì, 18 agosto 2008
Sono tornata a Bologna dopo le vacanze estive.

La Sardegna mi ha lasciato un colore ambrato sulla pelle e paesaggi splendidi nel cuore.
Ho visto spiagge bianche e nuraghe, ma anche sorrisi nuovi e sentito nasi rossi sardi vicini, seppur solo telefonicamente. Vacanza promossa a pieni voti, insomma, se non altro quella fuori dalle mura domestiche.
Ho trascorso la seconda settimana di ferie nel mio caro vecchio Veneto, che non si muove di un passo, e questa è la sua forza, ma anche la mia disperazione. No, magari non proprio disperazione, ma insomma, fatica del crescere, soprattutto in famiglia.
Fortunatamente, non si muovono (pur maturando), anche i miei vecchi amici, con i quali sono cresciuta e ho condiviso un vagone di esperienze in adolescenza, prima di prendere il treno per Bologna e spostare i miei rami, se non proprio le mie radici.
Con loro ho passato delle serate tremendamente alcoliche e piovose, tra concerti e feste in montagna.
Poi pizza. Mai mangiato così tanta pizza in una settimana.
La più importate con il Carrozziere, amico quasi nuovo. Un ragazzo che è nato a cinquecento metri da casa mia, ma che ho conosciuto davvero solo negli ultimi due anni. Persona speciale, occhi azzurri e voglia di cambiare la sua vita. Credo ce la farà, e spero di essergli vicino nel nuovo cammino che ha deciso di intraprendere.
Lo aspetta una decisione che potrebbe portarlo ad un nuovo lavoro, paese e famiglia.
Ancora una volta, la sua storia mi fa capire che ognuno di noi deve scegliere per sè, con competenza e maturità e poi spendersi per non perdere i pezzi per strada, impegnarsi per mantenere la propria unicità pur cambiando nel tempo.
Adesso, tornata a Bologna, guardo i libri che ingombrano la scrivania e le lenzuola stese al sole.
Mi viene chiesto di scegliere continuamente e sto cercando di farlo al meglio, senza dimenticare dove sono arrivata fino ad oggi.
Si sta per concludere un progetto lavorativo importante, quello con i rom, e un altro si aprirà fra poco.
Riuscirò davvero a mantenere gli impegni presi, soprattutto con me stessa?
O questa mole di roba da fare mi spaventerà troppo, e ripiomberò nel circolo vizioso che mi ha tenuta incatenata a terra lo scorso inverno?
Nel frattempo ho imparato a riconoscere i problemi reali da quelli che la mia testolina fa fiorire da sola come la muffa sul formaggio. Questo dovrebbe bastare per tenere sott'occhio la realtà, invece di perdermi nei boschi delle paranoie.
Vorrei che il nuovo lavoro fosse davvero occasione di crescita, e non impegnare il tempo per evitare di farmi del male.
Ho le braccia per farlo.
La testa è al suo posto, anche se qualche volta va sgridata
perchè lancia gli aereoplani di carta invece di concentrarsi sulla realtà.
Il cuore riempito e svuotato,
vuole appassionarsi a sguardi nuovi e far tornare i conti con quelli vecchi.
Le gambe aspettano ritmi nuovi.
La pancia vorrebbe essere invitata a cena fuori.
E mi sembra abbastanza, per ora.
postato da: potaci alle ore 10:54 | Permalink | commenti
categoria:bologna, veneto, campo nomadi, buco nella tasca
giovedì, 24 luglio 2008
Una delle ragazze del campo è incinta. La pancia orgogliosa tira le magliette, sbuca da sotto l'orlo e chiede attenzione. La giovane pulzella senza documenti, che quindi non esiste, oggi se ne stava seduta per terra a contare le nuvole, e così ci siam messe a chiaccherare del nome del nascituro. E delle sue piccolissime impronte che serviranno a far dormire sonni tranquilli a tutti i leghisti, poi.
Minuscoli segni d'inchiostro digitale che faranno meglio di tutti i cancelli e le sbarre che i miei conterranei continuano a mettersi alle finestre. Frammenti di dita in blu che serviranno a far sentire il controllo, a far capire chi è che comanda. Segni monocromo su caselle prestampate per dare un segnale forte, perchè si capisca subito che qui non è aria.
Ma non di questo.
Piuttosto, del nome del nano nella pancia, che sbucherà fuori in autunno, più o meno.
La ragazza è stanca, si appoggia al container con la schiena, il viso piccolo reso pù vecchio da un passato burrascoso. Le orecchie segnate, i lobi hanno due cicatrici, ricordo di una volta che si son prese per i capelli e per gli orecchini. Le mani, smalto da due soldi smangiucchiato, aloni di nicotina e velocità nel preparare la cena. Le gambe lente, piegate, seminascoste dal drappeggio della gonna, sembrano farle da scudo contro il resto del mondo.
E' stanca, ma a parlare del futuro si illumina, vede lontano con occhi di mamma diciannovenne e cuore in allarme, come dice quel bolognese bassino e pelosetto.
"Allora, che nome gli dai?"
Potaci guarda la maglia coi colori accesi con degli sbuffi vezzosi sulle maniche corte.
"Se è maschio, decide il papà. Ma se è femmina, Desideria".
E allora continua pure a Desiderare, fagotto che stai al riparo dall'afa bolognese di questi giorni. Continua a sonnecchiare al sicuro dentro quel bozzolo d'affetto, e ad usare la forza del desiderio per uscire in questa realtà flaccida che fa il rumore del ghiaccio sotto i denti.
Spero che questo nome ti porti un sacco di scartoffie. Sì, perchè è questo che tutti i miei rom desiderano, più d'ogni altra cosa. Una valigia di carta, uno zaino di allegati, un fascicolo di notizie.
Perchè è questo che fa un cittadino. Non conta quante dita hai, ma se le usi del digiare il codice del bancomat. Non ci interessa se i piedi son dritti, ma se han calpestato il nobile suolo italico un numero di volte sufficiente a. Non ce ne può fregare di meno di come stanno i tuoi gomiti, ci basta sapere se si son mai appoggiati sul tavolo di un tribunale.

Non son qui a tessere le lodi dei "figli del vento", o come altro ci va di definirli, chiedo solo che per una volta vengano chiamati con il loro nome. Non ne posso più di visione edulcorate con i violini appesi fuori dalle roulotte e ne ho piene le tasche di dipinti catatrofici con sporcizia e polvere.
Perchè il loro nome, è uomini.
Homo sum: humani nihil a me alienum puto (Terenzio)
postato da: potaci alle ore 18:49 | Permalink | commenti
categoria:bologna, campo nomadi, uno che la sapeva lunga
lunedì, 14 luglio 2008
Non sarebbe bello, non farsi più del male?

E poi ci sono i giorni tipo oggi, in cui il tempo pesa e non passa mai, e sono troppo confusa anche per guardare fuori dalla finestra. Sono giorni in cui tutta la tristezza e lo schifo che mi son creata dentro tornano a bussare, tracimano la transenna in cui li ho a poco a poco fatti ritirare.
Prima si prendono il risveglio, che è stato come quando metti in bocca un frutto acerbo. Da fuori sembrava appetitoso e profumato, ma quando ci fai i conti ti rendi conto che non era ancora il momento. Alzarsi improvvisamente diventa un'impresa, il buio esce dalla scatola e si prende tutto lo spazio dei sorrisi.
Senza un motivo, le emozioni si confondono e diventano pastura grigia, come il cemento che i muratori mescolano nei secchi.
Un involucro pieno di liquido color nebbia, ecco com'ero stamattina.
Pensavo di aver maggiori risposte da dare alla tristezza, immotivata più che mai, invece semplicemente ha vinto lei.
Almeno fino a quando non sono intervenute braccia vicine che mi hanno ridato consistenza e prospettiva. Persone che mi conoscono e sanno fare con me come  con la macchina fotografica: rimettere a fuoco.

Il pomeriggio, la tristezza poi si è chiusa, un po' da sola, un po' a spallate, nel bagagliaio della macchina (ebbene sì, Potaci al volante, umarells avvertiti!) perchè c'era d'andare a Modena con una mamma rom, che si è subito seduta davanti, togliendo il posto ai milioni di pensieri dolorosi che si erano già belli e messi la cintura. Via, sloggiate!
C'è da passare a prendere un'anguria!
E fermarsi per il caffè!
E ho finito le sigarette!
E metti benzina!
E possiamo far un attimo più veloci, che non vedo mio figlio da due mesi?!
Il resto, lavoro e pazienza.
Occhi sulla strada, cuore dietro le spalle, testa che regge bene.


Una giornata in cui ho passato un po' tutto l'arcobaleno delle emozioni, anche se delle volte erano ben camuffate, come dice il pezzo qui sotto.
E adesso: come un solletico leggero, come una formica sul collo.
E adesso, siccome di questo post si capisce veramente poco, chiudo con un pezzetto non mio, che tira sempre su l'indice d'ascolto e fa parecchio blog dei gggiovani.

Riprendere Berlino-Afterhours
Luce del mattino
Luce di un giorno strano
Pensavi di esser perso
Che cambia il tuo destino

Non sarebbe bello
Non farsi più del male?
Non sarebbe strano
Se capitasse a noi?

Anche il paradiso
Vuole essere un inferno
Era tutto scontato
Finché non sei caduto

Non sarebbe bello
Riprendere Berlino?
Non sarebbe strano
Prenderla senza eroi

Non sarebbe bello
Venire ad incontrarti?
Senza aver paura
Di non ritrovarci mai

Fuori dalla tua porta
Fare la cosa giusta
Essere razionali
Mentre ti gira la testa

Non sarebbe bello
Non farci più del male?
Non sarebbe eroico
Non essere degli eroi

Non sarebbe strano
Essere più leggeri
E non aver paura
Se capitasse a noi

giovedì, 10 luglio 2008
Chicco e Spillo, Samuele Bersani

Canzone del 1993, video girato con due lire, il bel bolognese canta con addosso il maglione che sua zia gli ha regalato a Natale. L'ho riascoltata stamattina per caso, dopo un sacco che non la sentivo. Capita, a volte che le canzoni cadano esattamente nella linea dei pensieri che stai seguendo, mettendo ordine e note.
Oggi ho accompagnato due fratelli rom al loro primo giorno di centro estivo e mentre tornavo a casa è sbucato fuori Bersani. Anche lui canta di due fratelli:

Chicco ha una cicatrice sulla faccia
sta con suo fratello che si fa chiamare Spillo
e sanno già sparare come dei cowboy .
Chicco prova al sole di scaldarsi il cucchiaino
Spillo sta rubando un altro motorino
il maresciallo guarda l'Italia dentro un bar.


I miei sono più piccoli, arrivano a stento al metro e venti, con l'età ancora ad una cifra sola. Qualche cicatrice però, ce l'hanno già: ovviamente un ricamo di ferite sulle ginocchia, finali tragici di giochi improvvisati.  Poi qualche segno sul viso: difficile capire quando si siano fatti male, forse spostandosi da un campo all'altro, forse cercando di sfuggire alle lame degli insulti lanciati dai compagni di scuola.
E anche loro, perchè mi sembra davvero sciocco dipingere con l'ingenuità e la carità un momento non facile, anche loro hanno delle capacità non proprie della loro età. Non quella di sparare, no di certo, ma magari conoscono l'arte antica di colpire con la fionda, oppure di slegare in fretta i lacci e infilare le cose sotto la maglia.

Chicco è a casa con la faccia sulla radio
che trasmette la rubrica dei consigli
e lui vorrebbe chiedere "Come si fa
a fare una rapina in una banca
e a scappare senza che si slaccino le scarpe
e andare dove non c'è mai nessuno che ti sputa contro
e ti vuol mettere nei guai?"

I miei due fratelli, non ci pensano neanche ad entrare in banca, ma magari si infilano in una bomboniera del benessere, un grosso ipermercato, una costruzione che spaccia successo a poche lire e cercano di agguantare un pezzettino di questa crassa felicità. Vogliono magari capire cos'è che tutte queste persone comprano in continuazione, cos'è che mettono nei carrelli.
Sarà la stessa cosa che poi li fa sembrare così distanti e sicuri?
Anche loro ne vorrebbero un po', di sicurezza, abituati come sono a mentire per non subire la pietà di chi sa dove si deve abitare per essere dalla parte del Giusto. 
Ma insomma, mi ricordano un po' i Chicco e Spillo di Bersani.
Andiamo avanti con la canzone, va':

Spillo ha chiuso la felicità in un fazzoletto
ma si è seccata in un secondo benedetto
"Pronto chi parla ?"
"Sono Chicco, vieni qua, che questa volta è proprio quella buona,
basta un cacciavite per entrare in paradiso..."
"Un cacciavite ? ! ? Aspettami, che arrivo...
prendo il motorino e in un minuto sono lì"
"Ma ti rendi conto quanti sono questi soldi
e come è stato facile rubarli ?
Finalmente ci possiamo comperare quello che ci pare,
spiegami perché non parli..."


Ecco, stamattina neanche i miei due fratelli rom parlavano molto. Curiosi, splendidi, si guardavano intorno e cercava di capire che cosa c'era da fare in questo nuovo centro estivo.
Le mani lungo i fianchi, il collo tirato a cercare dei coetanei con cui correre. Le ginocchia pronte a scattare per unirsi al gruppo.
Questo non lo vendono alla Standa, niet comperare, nemmeno nascondere sotto il golf.
Nel loro modo contratto e a volte rude, è questo quello che cercano tra gli scaffali dei negozi: stupore, meraviglia, nuovi inizi e voglia di giocare davvero.
Alla fine uno dei due, tira su lo sguardo e mi fa sottovoce:
"Ma, dici che magari si potrà anche andare in giro con la bici"?


postato da: potaci alle ore 13:16 | Permalink | commenti
categoria:bologna, campo nomadi, tagliare la pelle del cuore
martedì, 08 luglio 2008
Ho letto un libro in questi giorni, s'intitola: "Second hand-una storia d'amore".
Comprato e letto in un fine settimana, parla di un tizio, americano che ha una bottega di cianfrusaglie, roba usata insomma, raccattata in svendite, comprata per qualche dollaro, rimessa un po' a nuovo e rivenduta. La trama non mi ha appassionato molto, va be', crescere, innamorarsi, scegliere e le solite cose, ma questo librino nel complesso mi è piaciuto. Come piace ritrovare un ricordo d'infanzia, come piace scoprire che sul tavolo del tuo amico c'è un bicchiere come quello in cui bevevi da piccolo. Come notare che il tuo capo ha lo stesso portachiavi che tuo nonno usava per il suo vecchio trattore. Oppure, come mettere dei fiori in una caraffa sbeccata, e arredare la tua prima casa. O usare lo scheletro di un televisore per fare le quinte del teatro delle marionette.
Anche i miei amici del campo, sono un po' così, a ben guardare. Recuperano, danno una vita nuova ad oggetti ormai lisi, usurati, magari un po' scrostati dal tempo e dall'incuria.
I rom insomma, che non son nomadi ma ci piace definirli così, per dare l'impressione che non ce ne dobbiamo mai occupare fino in fondo. A loro, questa roba del riuso, gli viene molto bene con la terra. Pezzi di terra, lembi, angoli. Asfaltati di recente, catramati a grana grossa, oppure appena appena battuti, o semplicemente prati incolti, trifoglio e tarassaco in libertà.
E' prorpio terra di seconda mano: non più buona per il suo uso primario (che fuori dal centro città, era soprattutto agricolo). Terra già usata da qualcun altro molti anni prima, e oggi lasciata a spaccarsi sotto il caldo di luglio, o spianata per bene per favorire incontri clandestini tra le spighe e i guardoni.
Non si sa più bene che cosa farsene di questa campagna abbandonata, di questi parchi cittadini degradati, di questi spiazzi lasciati liberi dai tir. Coltivare, non c'è più nessuno, si importa, si esporta, non si produce. Costruire, troppo da lottizzare, sistemare, i permessi, i vicini, l'inceneritore a due passi. Rivalutare, eh signoramia, troppa fatica, in tempo d'elezioni poi...
Insomma, questi diventano spazi di seconda mano: e i rom li prendono e ci si appoggiano, ma giusto un attimo, per vedere cosa vuol dire trasfomarare un parcheggio in una casa.
La siepe che confina col centro commericiale, diventa nido per bambini che si rincorrono.
Il ponte della tangenziale, limite invalicabile.
Tra quelli che costruiscono e poi buttano via e quegli altri che vengono un passo dopo, chini sul peso di una cultura che sta perdendo le proprie radici. Arrivano piegati, quasi zoppi, si accorgono di ciò che è stato buttato via, lasciato indietro e gli danno una nuova vita. Sporca e chiassosa a volte, ma vita, possibilità di crescita, là dove i primi non hanno saputo fare altro che stendere un bel po' di bitume per spianare la periferia.
Ora, non dico mica che bisogna dar via tutti i terreni sfitti perchè c'è bisogno di nuova vita, però, un po' di prato di seconda mano, sarà così difficile da trovare?
Le cianfrusaglie, oggetti già passati per qualche altra vita però ti mettono sempre un dubbio: ma sarà davvero affidabile? Quanto durerà?
Su questo, quei rom che conosco io non hanno dubbi: la parola che mette fine al racconto, che scolla i rattoppi, che scuce i confini, che spezza i manici, che sbriciola i mobili, è sempre la stessa: SGOMBERO.
postato da: potaci alle ore 20:35 | Permalink | commenti
categoria:bologna, campo nomadi, uno che la sapeva lunga
lunedì, 23 giugno 2008
Zingari e automobili micologiche

"E poi, mentre parcheggiavo, ho preso una botta al parafunghi della macchina..."

Ma che bella sensazione mi dà, allentare la mia rigidità...
postato da: potaci alle ore 11:09 | Permalink | commenti
categoria:bologna, campo nomadi
martedì, 17 giugno 2008
Appunti prima di pranzo.
Oggi ho parlato con una maestra. Molto truccata, poco vestita. Occhi di chi ha quasi finito e vede già il mare, le pinne, il fucile e gli occhiali.
Si parlava di un bimbo, zingaro, con un'acca nel nome e poche in testa.
"L'abbiamo promosso, ma sai, la scuola non può risolvere una situazione di povertà culturale come la sua".
Io ascolto, scribacchio, succhio la matita e cerco di capire la marca del suo fondotinta. Scadente, a giudicare dalle crepe che si stanno aprendo sulla guancia destra.
"E poi disturba, stuzzica, non risciamo proprio a tenerlo, anche i genitori dovrebbero dare una mano".
Certo, e non ci sono neanche più le mezze stagioni, i cinesi sono dovunque e le tasse aumentano.
Ma tu sei una maestra. Hai una responsabilità nei confronti di questo bambino: non solo quella di constatare come stanno le cose, ma agire, prendere parte ad un cambiamento che lui vorrebbe attuare, se vedesse attorno a sè che questo porta un beneficio.
Com'è che i suoi fratelli son dei secchioni, se c'hanno sul groppone tutta 'sta arretratezza culturale?
Com'è che appena dico "container" scuoti la testa e fai la faccia scura?
Hanno una tavoletta di sfighe candite in tasca, lo sappiamo.
Ma sta a noi pensare che si può usarla per farne un dolce molto buono, e non per cementare il soffitto delle differenze.
Se queste scalogne che si portano dietro venissero grattuggiate e messe assieme al limone della creatività, alla farina della didattica, al burro della fantasia, al lievito della conoscenza, alle uova degli strumenti, ecco che si otterrebbe una torta buona, condita, con un sapore mai visto e un potenziale di cambiamento molto alto.
Invece no. Continuiamo pure a scartarla questa tavoletta di disgrazie, a ficcarla in bocca ai nostri bambini zingari e a dirgli "Mangia, è questo quello che porti a scuola, e questo ti viene dato".
Poi però, non lamentiamoci se disturbano, se alzano la voce, se gli viene il cagotto.
A chiunque verrebbe, mangiando così tanto cibo sempre uguale senza averlo scelto.
postato da: potaci alle ore 11:54 | Permalink | commenti (1)
categoria:bologna, campo nomadi
mercoledì, 04 giugno 2008
Piove anche oggi. Un po' troppi miei post, ultimamente, iniziano con le indicazioni metereologiche bolognesi. Chiedo perdono allora se parlo di pioggia per iniziare. Parlo di gocce che cadono fitte, pesanti, con un rumore che sembra non finire mai.
Gocce che cadono, e non si domandano dove si stanno appoggiando.
Forse su una panchina del parco?
Forse su qualche giocattolo abbandonato da bambini distratti?
Forse su rotaie arrugginite?
O forse si posano su dei capelli neri come il corvo, e come le penne del corvo lucidi e fitti.
Capelli di mamma.
Questa mamma qua ha circa trent'anni, una chioma lunga che cambia spesso colore, un fisico temprato ma minuto, come se la vita la stesse seccando pian piano, quasi come una pianta lasciata al sole d'aprile.
Le gambe corte si intravedono tra i fiori della gonna, i polpacci fanno fatica a sbucar fuori da tutti gli strati di vestiti e a darsi uno slancio per andare avanti. Il seno coperto e quasi cadente, lascia spazio ad un collo lungo, facile da abbracciare e facile aggrapparsi, ad un collo così. Poi, questa mamma qui, ha quelle cose che hanno tutte le mamme. Tipo una borsa enorme piena di cianfrusaglie. Tipo una capacità di arraffare qualsiasi cosa e passarla ai propri bimbi, per farli divertire, ridere, mangire. Ha gli occhi distratti però, a volte non si accorge di dove se ne vadano, questi cinque figlioli. Gli occhi le si chiudono e sbaglia le taglie, confonde le scarpe, e proprio mentre si sta per appisolare, uno dei cinque sta frugando seminudo sotto il letto, cercando qualcosa della sua misura.
Una mamma tanto stanca. Stanchissima, che quasi quasi alcuni giorni non si alza neanche dal letto, se ne sta lì, a pettinare il bimbo più piccolo e ad impartire ordini agli altri.
Stanca come ti stanca il male di vivere.
Che quasi quasi non si ricorda quale dei bimbi ha mangiato, e si fida di piccolissime mani di tre anni che si allungano a prendere i pezzi di pane rimasti sul tavolo.
Questa mattina, anche 'sta mamma si sarà presa un po' di pioggia. Forse molto presto, tipo alle sei, o anche prima, la luce sarà entrata attraverso le tende ricamate della sua casascatola,e la mamma sarà uscita per vedere che tempo c'era. O forse no, forse se n'è accorta subito che pioveva, perchè l'umido passa attraverso le pareti delle casescatole e ti è subito chiaro se ci son le nuvole o no.
E si sarà presa di certo qualche goccia in testa rincorrrendo i bambini appena svegli, facendo le trecce alle due più piccole, assestando uno scapaccione al più grande, che correva scalzo sul piazzale di cemento. Magari si è pure bagnata le spalle cacciando un gatto dalla casascatola che vorrebbe essere una cucina, con la porta rotta da un pezzo e una credenza recuperata chissà dove.
Le ultime gocce dritte in testa, quando è salita sul pulmino che accomagana i figli a scuola.
Ancora un po' di bagnato, quando è scesa per andare a parlare con l'assistente sociale.
E quando si è trovata in questo ufficio, già visto tante volte, il ciclo dell'acqua si è invertito, e le gocce invece di venir da fuori, da sopra, dal cielo, son sgorgate da dento.
Lacrime, frammenti, cristalli, polveri, che escono dagli occhi e atterrano sul pavimento, sull'ordinanza del giudice, sui frantumi di famiglia sparpagliati a terra.
Ancora umido, allora. Umido sulle guance, sul capelli delle bimbe, attaccate alla gonna che alzano lo sguardo e capiscono che non tira un'aria buona, per niente.
Umido sui polsini della felpa, usati per asciugarsi il naso con uno scatto, mentre le parole si confondono "provvedimento", "famiglie affidatarie", "visite concordate".
Una mamma bagnata, da tutte le parti gocciola l'incertezza, tracima il dolore. Tiene in braccio il bambino più piccolo, poco più di un anno, mentre tutti gli altri vengono allontanati. L'ufficio dell'assistente sociale diventa imporvvisamente enorme, per queste persone che si fissano. Tra l'assistente sociale e la madre, solo una scrivania con un foglio del tribunale. Tra la madre e l'assistente sociale, la disperazione di chi si vede sottratti cinque bambini, su cinque. 
Su cinque.
E questa pioggia paradossalmente, potrebbe non finire mai.
postato da: potaci alle ore 10:45 | Permalink | commenti (1)
categoria:bologna, campo nomadi
giovedì, 22 maggio 2008
Signori, si chiude!
A fine giugno, le porte del campo metteranno su due bei lucchetti per una delle due famiglie di cui mi occupo. Tanti saluti, e grazie. No, non so dove andranno. No, non ce l'hanno un posto dove andare. No, i bambini no.
Il lavoro di bisturi continua.
Dice Ascanio Celestini: "L'amore no, non è possibile, nel mondo fragile dei liquidi. Per stare un poco assieme, per fare una famiglia, ci vuole la bottiglia".
I nonni di questi bimbi forse, i loro bisnonni, senza dubbio, lo sono stati davvero, liquidi. Abituati in una terra conosciuta a muoversi, a spostarsi, ad occuparsi di lavori sempre meno utili in un mondo sempre più globale, come raccogliere il ferro, smaltire i rifiuti delle industrie, e magari tirar su due soldi con l'elemosina. I loro nonni, si spostavano tutti assieme, famiglie allargate che creavano un tessuto vivo e crescevano numerose. Poi sono scappati da un paese più povero che mai, lacerato dai conflitti interni, del quale conservano la lingua e le tradizioni, brandelli di religione e qualche usanza.
Sono questi resti di terra e famiglia con i quali si definiscono: noi siamo quelli che parlano il romanè, che si spostano tutti assieme, abituati a vivere vicini e a cavarsela. A sposarsi presto e possibilmente uno dei nostri, che ci conosce e non giudica i vestiti troppo sporchi.
Che poi, non è mica vero che sono nomadi. Si spostano a seconda delle contingenze, è il nostro occidente che li scaccia e li costringe a muoversi da una periferia all'altra, magari trovando spazio in uno dei nostri spettacolari campi nomadi. E quando creano una rete attorno a sè, è senza dubbio composta di rom come loro, perchè ognuno di noi ha maggiore facilità di dialogo con una persona di cui conosce già la lingua e le abitudini. Ma questo viene definito come "organizzazione a delinquere".
Mi rendo conto di essere troppo critica, forse troppo coinvolta, ma fare di tutta l'erba un fascio sembra diventato sport nazionale, quindi mi viene da riprendere il bisturi e sezionare, dividere, capire come sono fatte tutte queste parti che costitutiscono un popolo.
Quelli che conosco io, di rom, hanno addosso una cultura che ha perso il proprio splendore ed è diventata capro espiatorio: con questi confini liquidi, questa lingua diversa, queste difficoltà ad accettare forme di stabilizzazione imposte da altri, diventano bersaglio ideale su cui deviare l'attenzione dell'opinione pubblica.
E la soluzione è per tutti la stessa: "Mandateli a casa loro!". Il problema che questi qui, padri giovanissimi, bambini, cugini e zie, sono nati e cresciuti in Italia, conoscono le città e le province. Come uno dei pensionati del mio quartiere, sanno benissimo dove sono i servizi, come fare per le emergenze, dove andare a fare la spesa. Ma piuttosto di occuparsi davvero di ciò che vogliono, gli si affibbia una patria inesistente a cui delegare il problema.
postato da: potaci alle ore 15:33 | Permalink | commenti
categoria:bologna, campo nomadi, tagliare la pelle del cuore