lunedì, 28 luglio 2008
Festa di mezza estate a casa della dottoressa Aia.
Aia è una doc clown della vecchia guardia, tra le prime ad aver creduto alla scommessa di portare i nasi rossi tra i letti dell'Ospedale di Belluno. Ha messo in mezzo sogni e buona volontà e si è impegnata per fondare l'associazione che ora raccoglie quasi quaranta pagliacci. La sua forza è quella di agire, brigare, tirarsi su le maniche, sempre col sorriso in faccia e una luce preziosa negli occhi. Per dire, l'ho vista lavare e pettinare cinquanta bimbe una dopo l'altra senza mai perdere l'entusiasmo e la voglia di chiaccherare.
La dottoressa Aia torna in India quest'estate, in mezzo ai bimbi dell'orfanatrofio con cui il nostro gruppo ha ormai instaurato un legame stabile. Per finanziare questo viaggio e i progetti in corso, sabato sera ha organizzato una cena all'aperto, con poche regole, ma chiare: vieni, ti interessi, mangi e se ti va lasci un'offerta. Il "ti interessi" è importante in tutto questo, perchè i soldini raccolti non devono essere solo un modo per aiutare mettendo da parte qualche senso di colpa, ma vorrebbero diventare anche un primo ponte, un primo passaggio d'attenzione da noi qui verso i bimbi color cioccolato laggiù.

Sabato sera è stato per me emozionante riabbracciare i clown che tanto mi legano al Veneto: quelli col cuore sottosopra, quelli con le mani in tasca, quelli che passavano di là e poi son dovuti andar via subito. Come al solito, credo che prima di tutto portare il naso rosso sia non accontentarsi del "come stai?", ma voler capire anche quanto olio serve agli ingranaggi del tuo cuore, e lasciarsi prendere dallo stupore delle cose che capitano.
Ne sono capitate diverse, in questa serata passata a servire birrette e a ballare sul prato.
Ho rivisto un gruppo di persone diversamente abili con cui si confrontano spesso i clown bellunesi e ho versato bicchieri a nonni, zii, cugini. Ho sentito le performance canore della dottoressa Cannuccia e di Cirillo. Ho visto l'ambulaclown in splendida forma, e il suo guidatore. Ho parlato con clown adulti, senza sentirmi inutilmente ragazzina ai loro occhi. Mi sono resa conto che le scelte che sto facendo, finalmente sono consapevoli e dense. Questo è stato possibile grazie al confronto con dei compagni di viaggio a cui il naso rosso ha insegnato come parlare non solo con la testa. E' una fatica, certo, ma vale la pena.
Grazie a tutti.
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categoria:veneto, nasi rossi, i love my india
mercoledì, 09 gennaio 2008
Ho messo la foto di Blessy ben al centro nel mio computer. Ora, ogni volta che lo accendo, spunta fuori questo viso adolescente e serio. Avere 14 anni e crescere in un orfanatrofio indiano. Avere voglia di fotografarsi e di fotografare tutto attorno a sè.
Cammina veloce, Blessy, lungo i viali che delimitano il campus. Ha la falcata ampia di chi sa dove vuole arrivare. Anche se poi non si spinge più in là del campo di calcio, va sicura e con la testa ben alta. Svolazzano attorno a lei i lembi del vestito. Oppure rimane bassa la polvere, perchè i pantaloni non smuovono la terra, e lei è una che non mette spesso la gonna. Comunque, se ne va, senza guardarsi indietro. Senza guardare le altre compagne, con cui condivide le stuoie ogni notte e il riso ogni giorno.
Quando meno te l'aspetti, scoppia in una risata con denti bocca lingua labbra. Scopre la fessura tra gli incisivi con un gesto breve e pulito, e a te sembra di aver vinto alla lotteria. Perchè non è facile far ridere chi ha perso la mamma da qualche mese e incontra i pochi parenti rimasti una volta la settimana, quando va bene. Mentre ride Blessy inclina un po' la testa, quasi a voler giustificare con un cenno questa imperdonabile caduta di stile. Una orgogliosa come lei, che si fa vedere così, con la bocca aperta. Infatti, nella foto che ho scelto, non sta sorridendo. Si tiene il mento con la mano e ti guarda, seria, ma non triste. Determinata. I capelli corti, spettinati come sempre, le danno quell'aria da monello, da tom saywer pronto a saltare su una zattera per nuove avventure. Le dita sono colorate di hennè, che alla fine è pur sempre una signorina.
Buonanotte allora signorina, che mi hai insegnato il coraggio di camminare a testa alta anche in un recinto. Che mi hai spiegato quant'è più buona la frutta se la mordi. Che mi hai cinto le spalle, per prendermi in giro, mentre mi ospitavi nella tua casa. Che mi hai mostrato il tuo mondo, per poi cambiarlo, ridisegnarlo, spostarlo. Che sei corsa avanti per poi ritornare a prendermi. Che hai accartocciato il pietismo occidentale grazie a qualche spina sul gambo e a due parolacce in telugu. Che hai preteso di andar bene esattamente così come sei, senza dare a bere la storia della povera orfana. Che me ne hai fatte passare di tutti i colori, per poi addormentarti sulla mia spalla, in un gesto di tenerezza finale.
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categoria:i love my india
domenica, 06 gennaio 2008
Tornata, sciarpa di lana, testa che guarda indietro.
Fino a ieri, ero circondata da tracce di piedi e sandali sulla terra rossa. Oggi, mi ritrovo nel bel mezzo di pozzanghere e segni del passaggio di gatti e animaletti sulla neve. Ecco, misuro il ritorno anche dalle tracce attorno a me.
Così come dentro di me, questi piedini scuri han lasciato segni e calci. Spinte e abbracci. Un’india passata a mettere in scena uno spettacolo e a condividere la quotidianità di 700 bambini in vacanza per Natale. Come una specie di zia, arrivare per le feste. Ma senza regali, se non quelli che si fanno con le mani e le braccia.

Le parole devono partire dal cuore ma uscire dalla testa, mi ha detto un’amica oggi.
E allora non so bene a quali parole affidare la prima pagina di questo racconto indiano.

Pesco quelle dei Mercanti di Liquore:

“Fummo curiosi e poco compiacenti,
e mai ci rassegnammo alla tristezza
che ridere non è mostrare i denti
ma accorgersi che esiste la bellezza”

Tutti i sorrisi finti, cancellati a favore delle smorfie, dei dentoni, delle lingue, delle pernacchie, degli spruzzi, degli sprazzi, dei capelli, dei cavilli, dei cavalli, delle pance, delle lance, delle rane, delle strane, e accorgersi che esiste la bellezza

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