martedì, 06 gennaio 2009
I matti vanno contenti, tra il campo e la ferrovia.
A caccia di grilli e serpenti, a caccia di grilli e serpenti.
I matti vanno contenti a guinzaglio della pazzia,
a caccia di grilli e serpenti, tra il campo e la ferrovia.


La canzone inizia con due note e la voce: cantautore ormai di una certa età, con il tabacco a far fuori le note più alte. Comincia con una frase ripetuta, per chiarire di che si parla.
Si parla di matti, visti lungo le solite strade, un po' dondolanti. Difficile dar loro un'età, per noi abituati a trattarli da eterni bambini. Spesso non ci accorgiamo delle rughe che segnano le guance e del passo che va più lento.

I matti non hanno più niente, intorno a loro più nessuna città,
anche se strillano chi li sente, anche se strillano che fa.
I matti vanno contenti, sull'orlo della normalità,
come stelle cadenti, nel mare della Tranquillità.


La canzone continua a ribadire il concetto, si parla prorpio di quelli lì, quelli lasciati soli da una diagnosi che finisce in -oide, -ettico, -istico, -astico. Una scritta amara che segna il confine con la normalità e li condanna ad essere sempre in discesca, come stelle sì, ma cadenti, perchè non bastano le dita di due mani per contare i limiti della loro felicità, così come non bastano per mettere in fila il numero degli ostacoli.

Trasportando grosse buste di plastica del peso totale del cuore,
piene di spazzatura e di silenzio, piene di freddo e rumore
.

La canzone poi fa una breve pausa, seguita da questa frase che arriva come scheggia di vetro nel bicchiere. Fa male e te ne accorgi. perchè davvero, questi matti poi accumulano, mettono via, nascondono dentro le sporte cose che non riescono a possedere, il desiderio di un figlio, la voglia di dare un bacio, il fremito che viene dal guidare un'auto in velocità, la gioia del matrimonio, l'emozione di aprire per la prima volta la porta della propria casa, il sentirsi adeguato.  

I matti non hanno il cuore o se ce l'hanno è sprecato,
è una caverna tutta nera.
I matti ancora lì a pensare a un treno mai arrivato
e a una moglie portata via da chissà quale bufera.


La canzone raggiunge qui il suo punto centrale, l'autore sembra quasi che un po' s'incazzi. Perchè è chiaro il concetto che i matti ti si affezionano subito,non hè che proprio si innamorano. Quindi è facile che scatti lo sguardo tenere, di compassione. Come con un passero ferito, che non sai come guarire, suscitano tenerezza. I matti sembrano così, alla fine. Non sono mica persone, stanno ore a pensare a desideri passati, amori andati via, promesse non mantenute. Magari sono anche capaci di piangere, per un amore tradito. Loro, i matti.

Loro sono le nostre paure: improvvisamente li chiamiamo diversi per poterci definire uguali e normali.
Li consideriamo sempre piccoli, da coccolare, mai adulti da ripsettare e con cui fare dei passi avanti verso il desiderio personale e la crescita.

I matti senza la patente per camminare,
i matti tutta la vita, dentro la notte, chiusi a chiave.
I matti vanno contenti, fermano il traffico con la mano,
poi attraversano il mattino, con l'aiuto di un fiasco di vino.


La canzone poi si dilunga a ribadire il concetto, che loro non possono andar in giro da soli e quindi noi che siamo normali li dobbiamo aiutare. Loro tanto sono sempre contenti, ridono spesso se li porti fuori a cena e se li fai ballare. Gli basta questo per far finta di non essere soli. A loro, ai matti.

Si fermano lunghe ore, a riposare, le ossa e le ali,
le ossa e le ali, e dentro alle Chiese ci vanno a fumare,
centinaia di sigarette davanti all'altare.


La canzone finisce che l'autore un po' fa capire di non essere molto d'accordo con il resto del testo. Infatti ai matti improvvisamente spuntano le ali. E com'è che possono entrare in Chiesa? E com'è che ci possono fumare? Sembrano quasi quelli che stanno dalla parte di Dio.
Il problema è che strisciano, fanno sempre ridere, fanno spesso pena. Difficile trattarlo da adulto, un matto. Se è matto, non può essere anche adulto.

Invece, poi, proprio il matto finisce che se ne sta lì, in prima fila, a spartirsi il tabacco con Dio e a spiegare che l'amore è cieco, ma i matti ci vedono benissimo. E si sono leggermente stufati di esser trattati da bambini.



Sono tornata da una settimana di vacanza con le mie matterelle.
Spero di riuscire a scrivere dell'altro presto. Questo era un piccolo sfogo, ho dentro un grumo di emozione, vorrei  trovare presto di bandolo della matassa.
Grazie a Francesco de Gregori.
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giovedì, 11 dicembre 2008
E l'amore ?
Ah l'amore!Come in gelateria c'ha mille gusti e mille differenti qualità e non c'entra niente con quello che ti avevano raccontato qua e là..


Questo lavoro è come l'amore.
Che ti prende i visceri e non ti lascia più tempo libero. Sempre a correre, come quando hai il cagotto. Una roba che non si può tratterenere.
Sette vite (come i gatti) da imparare a memoria per essere una buona educatrice e sapre accompagnare queste persone verso la vecchiaia, l'età adulta, le autonomie residue.
Disabili, ma grandi.
Niente a che vedere con quei bimbi down tenerissimi che sgambettano tra i compagni alla scuola materna. Lì riesci a vedere un futuro più facile di quello che è stata la vita per un dsabile fino a qualche anno fa. Ma le mie matte, loro, sono passate attrvaerso le maglie strette di una scuola che non era pronta, di famiglie lasciate sole e di povertà culturali che speriamo di aver lasciato alle spalle.
Famiglie in cui si andava dal prete per capire il perchè di una figlia così diversa; paesi in cui valeva la regola del nascondere tutto, prima di incappare nel dito puntato del giudizio altrui. Mondi in cui un figlio così, con gli occhi piccoli, era una disgrazia, un poveraccio che nel migliore dei casi diventava "il matto", maschera folk da sopportare con benevolenza.
Adesso sono con loro e sento quando preparo la cena, il peso delle storie passate, dei ricoveri facili, dei sorrisi radi.
Ma poi arriva l'amore: che riempie, accende, spalanca e l'ultima parola del raconto diventa "presente".
Sono qua, a lavorare perchè il presente sia fatto di piccole conquiste e  di socialità nuove, nonostante il peso dei ricordi foschi.
Sono qua, a innamorarmi di sette matterelle che mi scagliano addosso tutte le loro richieste: di riconoscimento, di spazio e d'amore, ovviamente.
Rispondo con la consapevolezza imparata negli anni, con gli strumenti imparati sui banchi e con la leggerezza imparata dai clown.
Leggerezza che non vuol dire dimenticare ma prendersi a cuore e sistemare, con pazienza le cicatrici di una vita storta. 
Adesso,per dire, va molto di moda il momento karaoke. Per conoscersi, per fidarsi, perchè insomma, se canti con me non puoi essere poi così cattiva.

Ma in amore, lo so, ho sempre avuto probemi con la costanza.
Quando poi si fanno vivi gli ex-fidanzati, allora è una tragedia.

Così va che mi propongono di lavorare con quegli altri sfigati, di là. Quelli che tutti chiamano nomadi, quelli che rubano i bambini, quelli che proprio puzzano di natura. Non so come fare, perchè gli amori non se ne vanno via in fretta, quindi mi smangiucchio le unghie e vedo come essere me stessa,
per definirmi una volta per tutte,
indipendentemente dall'amore.
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sabato, 22 novembre 2008
Matterella: "Mi dai una sigaretta?"

Potaci: "No, ti dò un TAVOR!"


Ho BISOGNO di una pausa...



p.s No, no, tranquilli. Alla fine Fortuna blu, non pillolina bianca, perchè come dice il saggio
"E' meglio una vita di tentativi che una vita di sedativi"
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domenica, 02 novembre 2008
...e mi pagavi il cinema stupita, che non ti era toccato farlo mai...

Io e quattro matterelle a vederci un film.
Belle allegre per strada, la domenica bolognese non è neanche troppo fredda, ci stanno bene due passi per arrivare alla sala, e altre due capriole perchè si fa qualcosa di nuovo, quasi fuori dagli schemi, e il rischio ci fa un po' camminare di fretta.
Arriviamo che "Mamma mia!" sta quasi per cominciare,
mi fiondo sulla cassiera e le chiedo i biglietti.
Le quattro dietro, in attesa.
Potaci: "Buongiorno, noi dovremmo fare il biglietto e mi sa che c'è la possibilità di una riduzione".
Cassiera, stupisce, capisce:
"Ma certo, ovviamente cinque ridotti! Ecco a voi care!"
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sabato, 01 novembre 2008
Rosso (ma senza vino)

Rosso come un bicchiere piccolo così che se ne stava appeso tra le mie chiavi e che è precipitato a terra assieme alle mie braccia, una sera dopo il lavoro che non ce la facevo proprio più.
Le matterelle stanno bene, ma il clima è siberiano, lì dentro. Per una fetta di pane non data, la gogna assicurata. Quattro pagine di discussione fitta sul tema "come si fa la centrifuga".
Fuga, desiderio di.
Leggerezza, bisogno di.
Perchè loro stanno bene, a parte il fatto che non ridono mai.
Allora mi metto il cappello da giullare e giù coi canti, con i passi di valzer nel corridoio e con la polka nella vasca da bagno.
Che riedere non è mostrare i denti, ma accorgersi che esiste la bellezza (MdL)
Qualche volta però, mi stanca star lì ad allentare continuamente le tensioni, come si deve fare con i lacci di un bimbo, improvvisamente annodati da un incrocio maldestro.
Ho bisogno di parlare di oroscopo senza sentire che sto trascurando il lavoro.
Ho bisogno di uscire dal turno con ancora l'energia necessaria per ballare sulla mia musica.
E sto imparando, anche se ancora mi cascano i bicchieri rossi (con buona pace del coinquilinobasetto, che me l'aveva lasciato in eredità).


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lunedì, 06 ottobre 2008
Otto ore di, a, da, in, con e tutte le preposizioni dietro in fila.
Otto ore con le matterelle.
Otto ore per le matterelle.
Che lavoro, signora mia.
Mi tiene bella sveglia e mi rinfresca le domande.
Buffo rispondere "Faccio l'educatrice".
Pittrice, ha un senso: persona che disegna, quadri, superfici varie.
Domatrice, collaudatrice, smerigliatrice.
Ma educatrice, via, siamo seri.
Sembra il nome di un piatto tipico ligure "educatrice in posto di matte". Ci manca solo il sugo di noci, ora che c'è l'autunno.
Insomma, oggi son stata parecchio con le mie matterelle, che mi fanno parecchio ridere e anche parecchio preoccupare e che aggiungono a tutto questo un carico di domande esistenziali al ritmo di dieci al secondo. Tentennare non è concessso.
Ma io non ce la faccio a fornire sicurezze su tutti i fronti, specie se la domanda in questione è "Sarò felice nella vita?".
No, mi dispiace, non sono uno di quei libri che lo apri e c'ha le risposte. E quindi penso sempre bene prima di dare seguito ad inutili tristezze e fraintendimenti. Perchè una che ti fa una domanda così, con gli occhi puntati in faccia e le mani a torturare i lembi della giacca, è chiaro che è tremendamente interessata alla risposta.
Quotazioni in borsa della felicità, o qualcosa del genere.
Le domande sul futuro sono frequenti e a bruciapelo, con queste nuove matterelle.
Frequenti come i gatti nei ristoranti cinesi.
Frequenti come le matricole ad ottobre.
Frequenti come i punkabbestia in Piazza Verdi.
Frequenti come i rompicognlioni sul 13 all'ora di punta.
Robe così.
Insomma, ho deciso cosa rispondere, a queste questioni sulla felicità. Mi è costato dei bei sacchettini di pensieri da portare a casa dal lavoro. A cui vanno aggiunte delle gamelle di parole raccolte a mazzi e infilate lì, per pernsarci poi dopo con calma.
Insomma, ho deciso.
Se la domanda sarà ancora "Sarò felice nella vita?", allora la risposta sarà "Oggi è la tua vita. Costruiamola assieme, questa felicità".
E affanculo tutto il resto (calcolatrice, spigolatrice, venditrice, cucitrice)
E affanculo tutto il resto (umanità, adultità, responsabilità)

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categoria:bologna, tagliare la pelle del cuore, mento a parte
mercoledì, 17 settembre 2008
Ho sette matterelle nuove. L'ho già detto?
No, se serve, lo ridico.
Ho sette matterelle nuove, lavoro nuovo, gruppo nuovo, colleghe nuove.
Nuovi punti scuri scuri, ma anche nuove persone con cui cantare a squarciagola mentre si apparecchia il tavolo.
Questo posto mi mette in dubbio, mi tira in mezzo, mi succhia le energie, mi fa scrivere domande col pennarello rosso, mi fa tirare su le maniche e i capelli, mi fa pensare molto, mi fa giocare con le matite, mi fa preparare caffè d'orzo, mi fa sedere vicino alla finestra, mi fa salutare dal balcone.
Mi piace, un sacco.
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categoria:bologna, mento a parte
sabato, 06 settembre 2008
Sto aspettando che si scongeli il burro per fare una crostata.
E' una cosa che ho fatto poco, ultimamente. Aspettare, non la crostata. Che grossi pezzi di farina agglomerata a uova giacciono ancora nel fondo della mia pattumiera, a testimonianza dell'ultimo tentativo di torta mal riuscito. O meglio: ho fatto un bellissimo dolce da frigo. O da credenza. Una di quelle torte che fuori sembra buonissima,
ma appena ne mordi un pezzo vai a prentare il dentista perchè ti è saltato un molare, oppure sputazzi ovunque tocchetti di burro e limone. Quindi, l'ultima mia creazione ha esplorato tutti i ripiani del frigo, si è fatta una passeggiata sugli scaffali della cucina, ha trascorso un fine settimana sul davanzale, prima di finire rinsecchita nel paradiso delle torte, dove un cuoco baffuto e sovrappeso distribuisce ciliegie candite e violette di zucchero a ore alterne.

Ma dicevamo.
Aspetto, e non posso fare altro.
Il burro mi impone dei ritmi che non mi so dare in questo periodo.
Non riesco ad aspettare, non tollero di essere messa in attesa, se qualcuno fa tre minuti di ritardo mi attacco al telefono con lo spirito di una casalinga che chiama quelli della promozione delle pentole.
Ho iniziato un nuovo lavoro, o meglio, lavoro vecchio con matterelle nuove, e devo imparare i loro tempi di relazione, i loro modi, e farli combaciare con i miei.
Invece mi sento addosso questa fretta, questo bisogno di acquisire, di mettere in valigia.
Devo imparare che ci vuole lentezza, ma comincia un po' a pesarmi essere sempre l'ultima arrivata. Oggi c'è il burro a ricordarmi che bisogna spendersi anche nell'arte dell'attesa, nella cortesia dei tempi morti, nella delicatezza delle assenze.
Per fortuna.
Perchè il rischio, se non ci si ferma ad aspettare, è anche quello di perdere la magia dell'incontro, quando poi finalmente si vede l'altro da vicino.
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domenica, 11 maggio 2008
Righe con la bic nera per descrivere questi ultimi giorni.
Ho fatto diverse cose, tra cui passare del tempo con le amiche bolognesi.
Tra cui telefonate spezzettate alle amiche bellunesi.
Tra cui inizare un nuovo lavoro.
Dal curriculum al colloquio, quattro mesi.
Dal colloquio all'assunzione, praticamente tre settimane.
Però si tratta di uno di quei lavori che volevo fare da piccola, quindi è con una certa soddisfazione che spero di non dover più usare "educatrice pallina" come tag. Basta, grazie, essere svegliata alle sette meno dieci e spedita in una scuola qualunque con un ragazzo fragile da non rivedere il giorno successivo. E' stata comunque un'esperienza ricca, quella delle sostituzioni di educatori a scuola.
Mi ha permesso di ficcare le mani in moltissime esperienze educative diverse: percorsi che vanno dalla ricostruzione di vissuti frantumati allo sviluppo di capacità residue. Interessante perchè ancora una volta mi ha fatto capire quanto sia centrale, per un lavoro ben fatto, scommettere molto sulla relazione che si instaura con chi ci sta di fronte. Senza sbrodolare nella compassione, ma cercando gli strumenti per essere esempio, compagno, aiuto e chissà cos'altro.
Quando inizi a conoscere un utente, perchè è giusto anche usare questo termine qui qualche volta, ti rendi conto che non sarà mai un rapporto alla pari, ma che il resto è tutto da scrivere. Si devono stabilire i confini della fiducia, dell'entusiasmo, della libera iniziativa. Ho visto, ad esempio, un ragazzino di terza media arrampicarsi sul muro di cinta della scuola per recuperare un pallone sotto gli occhi accondiscendenti dell'educatore di turno. Tutto parte dalla relazione che lega le due figure, che detta i tempi e i modi per la crescita. Ogni possibilità di miglioramento è vincolata anche al fatto che l'altro si fidi di te pur riconoscendoti sempre come persona responsabile, adulto a cui fare riferimento senza essere immobilizzato dai pudori della paura.
Una piccola riflessione serale, questa, dovuta anche al fatto che con il lavoro nuovo di relazioni significative dovrò crearne sei. Non è facile entrare nel cuore e nella casa di sei persone diverse.
Come chiavi per riuscirci mi porto l'entusiasmo di aver raggiunto questo piccolo obiettivo, i colori dei clown che ho imparato ad usare al momento giusto e qualche strumento maturato pian piano.
Mi porto l'idea di crescere assieme, del rispetto dell'altro anche quando sembra fuori dal comune e chiacchera molto volentieri con un tappo del detersivo.
Mi porto il fatto che in questi mesi sono stata con la testa via, ma ho avuto al mio fianco persone che non hanno mai smesso di credere in me e di riconoscermi tutta intera, anche se alcune delle mie capacità se ne andavano gorgogliando giù per lo scarico del cesso. Gente che mi chiamava per nome quando allo specchio io non vedevo altro che un'ombra. Sono queste persone che mi hanno insegnato che la diversità sta negli occhi di chi guarda, e che non serve guardare altrove per trovare degli esseri umani perfetti.
postato da: potaci alle ore 21:39 | Permalink | commenti
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