lunedì, 19 ottobre 2009

E’ poi questa, la stagione buona per innamorarsi.

Questo ottobre generoso, con delle giornate limpide e fredde. Un vento sottile che punge la faccia quando vai in giro e ti vien voglia di trovare tasche in cui infilare le mani.

Molti ottobre fa, combattevo con l’adolescenza e cercavo tasche a più non posso. Così mi sono innamorata di una felpa. Nera, o forse bordeaux. Una di quelle col cappuccio, un po’ rapper americano. Stava addosso ad un ragazzo magro e ho pensato che non mi sarebbe poi stata tanto male.

Più di quella felpa, ricordo ora con dolcezza un maglione color nocciola con delle righe arancioni blu e tutte le volte che l'ho nascosto nell'armadio per non doverlo più vedere.

La vita poi pretende cambi di stagione, curve e battute d’arresto. Ci siamo persi di vista, dopo aver percorso strade di gioia ma anche di cattiveria e dolore. Quello vero, che non ne hai mai provati prima perché sei troppo giovane per ricordare.

Indossa ancora dei bellissimi maglioni ed è ancora molto magro, quel ragazzo. Viene sempre molto bene in foto e scrive sempre con passione.

Non mi parla, o una cosa del genere.

Comunque, la prossima volta non mi farò spaventare da nessun maglione o da nessuna giacca abbottonata.

E gli dirò che  ho ascoltato da vivo questa canzone.


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venerdì, 17 ottobre 2008
C'ho un incazzo mica male, oggi, addosso.
Ho su anche il maglione nero coi bottoni, che l'autunno non arriva e allora vado in giro con il cardigan aperto e le scarpette leggere nuove, opplà.
Ma soprattutto, ho su un incazzo mica normale, oggi.

Non mi par una cosa fatta a modino il fatto che io scriva solo quando ho qualcosa di cui lamentarmi, ma alla fine penso che è meglio lamentarmi qui dentro e risolvere lì fuori.
Che è un brutto mondo, come dice il nostro Liga.
Un mondo fatto anche di uomini-bilancia.
Personaggi notevoli, che contrattano l'emozione e si attengono perfettamente alla ricetta.

(Quanti baci ci vogliono per fare un chilo?)

Io non sono mai stata brava, in queste cose.
Che anche per fare la famosa crostata che mi dà tante soddifazioni alle cene  con i miei amici,  peso tutto e poi faccio a occhio. Perchè si deve considerare come va il forno, com'è l'acqua, quanto grandi sono le uova, quanto spazio c'è da riempire e se magari c'è rimasto nel fondo della bottiglia un dito di liquore da aggiungere nell'impasto. Più o meno, le misure sono sempre le stesse, ma sono le variazioni, a rendere una torta speciale.
Non solo le torte. Le danze dell'affetto si assomigliano tutte. Prendersi la mano, cercarsi con lo sguardo, sono gesti comuni, diffusi, a buon mercato quasi. Tutte le coppie più o meno li fanno, ma per ognuna ciò è speciale. Il come, la variazione che i due mettono nel modo di cercarsi, o nel sedersi sempre in ultima fila al cinema, pesa e fa la differenza.
Oggi c'ho l'incazzo perchè mi sembra di star facendo una torta con i soliti ingredienti. Come se mi fossi portata la farina con cui ho imparato a cucinare, quel vecchio forno che adesso non va  nemmeno più e perfino i limoni colti dallo stesso albero. Una palla mostruosa, ne viene fuori. Un grumo di materia stopposa che magari cuoce pure, ma diventa della stessa consistenza del mio tavolo rosa Ikea.
Oggi cerco un ingrediente speciale per la mia crostata nel cuore, non lo trovo, e mi viene l'incazzo.
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lunedì, 06 ottobre 2008
Otto ore di, a, da, in, con e tutte le preposizioni dietro in fila.
Otto ore con le matterelle.
Otto ore per le matterelle.
Che lavoro, signora mia.
Mi tiene bella sveglia e mi rinfresca le domande.
Buffo rispondere "Faccio l'educatrice".
Pittrice, ha un senso: persona che disegna, quadri, superfici varie.
Domatrice, collaudatrice, smerigliatrice.
Ma educatrice, via, siamo seri.
Sembra il nome di un piatto tipico ligure "educatrice in posto di matte". Ci manca solo il sugo di noci, ora che c'è l'autunno.
Insomma, oggi son stata parecchio con le mie matterelle, che mi fanno parecchio ridere e anche parecchio preoccupare e che aggiungono a tutto questo un carico di domande esistenziali al ritmo di dieci al secondo. Tentennare non è concessso.
Ma io non ce la faccio a fornire sicurezze su tutti i fronti, specie se la domanda in questione è "Sarò felice nella vita?".
No, mi dispiace, non sono uno di quei libri che lo apri e c'ha le risposte. E quindi penso sempre bene prima di dare seguito ad inutili tristezze e fraintendimenti. Perchè una che ti fa una domanda così, con gli occhi puntati in faccia e le mani a torturare i lembi della giacca, è chiaro che è tremendamente interessata alla risposta.
Quotazioni in borsa della felicità, o qualcosa del genere.
Le domande sul futuro sono frequenti e a bruciapelo, con queste nuove matterelle.
Frequenti come i gatti nei ristoranti cinesi.
Frequenti come le matricole ad ottobre.
Frequenti come i punkabbestia in Piazza Verdi.
Frequenti come i rompicognlioni sul 13 all'ora di punta.
Robe così.
Insomma, ho deciso cosa rispondere, a queste questioni sulla felicità. Mi è costato dei bei sacchettini di pensieri da portare a casa dal lavoro. A cui vanno aggiunte delle gamelle di parole raccolte a mazzi e infilate lì, per pernsarci poi dopo con calma.
Insomma, ho deciso.
Se la domanda sarà ancora "Sarò felice nella vita?", allora la risposta sarà "Oggi è la tua vita. Costruiamola assieme, questa felicità".
E affanculo tutto il resto (calcolatrice, spigolatrice, venditrice, cucitrice)
E affanculo tutto il resto (umanità, adultità, responsabilità)

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martedì, 23 settembre 2008
Sono andata PordenoneLegge.
Pordenone è una città parecchio a nord est, P.Legge invece è una fetsa del libro con gli autori.
C'erano le nuvole e i palazzi tirati a lucdo. Le cartacce, se gettate fuori dai cestini, ci ri-saltavano dentro da sole zompettando. I bambini non facevano i capricci, infagottati nelle loro sbriluccicanti giacche di Prada. Le nonne erano anziane ma non avevano bisogno d'assistenza, si spostavano leggiadre sul pavè del centro cittadino. Un salotto buono, Pordenone.
Solo che, ogni volta che ci vado (cioè una volta l'anno per P.Legge), e ogni volta che qualcuno la nomina, collego questa città alla canzone dei Trea Allegri Ragazzi Morti che fa "Prova a star con me un altro inverno a Pordenone". Insomma,  è un po' una deformazione musicale, ormai. Mi scatta automatico il canticchiare questo pezzetto. Un po' come quando qualcuno dice "Dante" e tu pensi "Divina Commedia", o dice "La Russa" e tu pensi "Fascista". Insomma, una cosa così.
Non mi dilungherò su P.Legge, anche se ho trascorso momenti piacevoli facendo una piccola maratona per mettermi in coda e partecipare agli incontri con gli scrittori.
Aggiungo solo che non ho comprato neanche un libro, neanche uno, e oggi che sono a casa, confinata malata tra le mura domestiche, questa mi appare un'imperdonabile leggerezza.
Perchè racconto un po' di Pordenone e un po' che sono a casa?
Perchè questa simpaticissima infezione che c'ho mi lascia il tempo di smanettare col computer e ascoltare per bene i TARM e rendermi conto che mai testo fu più adatto, in questo momento.
Inizialmente (per le prime tre ore, diciamo), essere nel profondo Veneto in malattia mi andava anche bene, dai. Piuttosto che Bologna fredda, chiusa, tutti che passano senza salutare, dai.
Invece adesso mi accorgo che anche qui sono un po' spaesata, perchè alla fine lavoro e vivo da un'altra parte. Certo, i miei amici sono ora a meno di dieci chilometri, ma non tutti. Ci sono quelli che ho lasciato in Emilia. Poi le matterelle, poi le mie colleghe.
Quindi vivo un po' questo senso dell'altrove, pur essendo nel paese in cui sono nata.
Perchè non è detto che la casa sia po quella in cui impari a camminare.
Forse, è poi quella in cui impari a cavartela, e guardare l'orizzonte e a scegliere, consapevole che qualcosa lascerai indietro, e non ci sarà da ridere.
Adesso sono qui, con tutte queste cose che ho lasciato indietro che mi guardano, e mi pare, tutto sommato, di aver fatto anche un buon lavoro

Tre Allegri Ragazzi Morti, per voi.
Prova a star con me un altro inverno a Pordenone

Prova a star con me un altro inverno a Pordenone
Sarà un letargo dolce senza inverno e freddo
Sarà che è sempre troppo
Dice che qui non resta
Che quel che vuole qui non c’è
Ci fosse almeno una ragazza uguale identica a me
Dice che qui non resta
Che non lo fermerà
Il bene che gli vuoi ancora, il bene che ti vorrà

Sto bene solo con le mie scarpe nuve
Il resto non mi muove
Io, io, io solo contro il mondo
È meglio se mi calmo

Dice che qui non resta
Che non lo fermerà
Il bene che gli vuoi ancora, il bene che ti vorrà

Sto bene solo con le mie scarpe nuve
Il resto non mi muove
Lontano dalla mia casa più della luna
La sola cosa che posso desiderare
Io, io, io solo contro il mondo
È meglio se mi calmo

Lontano dalla mia casa più della luna
La sola cosa che posso desiderare

Dice che qui non resta
Che quel che vuole qui non c’è
Ci fosse almeno una ragazza uguale identica a me
Dice che qui non resta
Che non lo fermerà
Il bene che gli vuoi ancora, il bene che ti vorrà

Prova a star con me un altro inverno a Pordenone
Sarà un letargo dolce senza inverno e freddo
Sarà che è sempre tutto
Uguale
Uguale
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domenica, 14 settembre 2008
Il cavolo cuoce, col fuoco bello alto sotto la pentola.
Pure i miei pensieri si cuociono, fino a diventare mollicci e non commestibili.
Fuori, buttare fuori le scarpe pesanti e le idee stracotte.
E allora vai con una bella lista, che pulisce e condisce

Perchè due io non possono essere un noi?
Perchè è già tornato l'autunno?
Perchè la salsa di soia va tenuta in frigo?
Perchè un mio amico coltiva funghi rosa?
Perchè devo essere sempre di buon umore?
Perchè ho dimenticato gli occhiali sull'autobus?
Perchè ne ho scelto un paio nuovo così orrendo?
Perchè mi fido di un ottico che parla come Paperino?
Perchè continuaiamo a calpestare i cuori?
Perchè non so come sta il padre di una mia amica?
Perchè Marlon Brando è sempre lui?
Perchè non posso essere solo stanca?
Perchè uno sceglie di fare il pittore, di lavoro?
Perchè un altro di fare il prete?
Perchè emanciparsi dall'incubo delle passioni?
Perchè le scarpe che vorrei costano così tanto?
Perchè una ad un certo punto impazzisce?
Perchè poi prende la terapia e mette la camicia da notte?
Perchè gioca tutto il giorno con un filo?
Perchè una matterella mi dà la mano, e mi basta?
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lunedì, 08 settembre 2008
Succede che si sottovaluta, da queste parti.

In questi giorni ho sottovalutato la capacità scioglifica del burro. Cioè la sua tremenda fretta ndi diventare liquido e trasformare l'impasto della crostata in un unico blocco della densità e durezza del cemento armato.

Poi ho sottovalutato una brioche, domenica mattina. Era lì che mi guardava dal vetro, non una Luisona qualunque, ma una bella pasterella fresca. O almeno, così sembrava. Invece l'avevano prodotta chissà quando e cotta qualche secondo prima della vendita. Aveva la stessa consistenza del Big Babol.
Fare colazione da sola, di domenica, non è una cosa che mi capita molto spesso. Speravo di godermi questo momento in compagnia di briciole dolci e riccioli di crema, ma mi è capitata una brioche a buon mercato.
Questo fattaccio colazioniano ha poi gettato la sua ombra su tutta la giornata, che si è rivelata davvero a buon mercato: pochi spicci per vestirsi, tre pezzi di ferro per il sapone e le creme. Qualche monetina per il pranzo. Giusto due lire per le emozioni, per i sentimenti di questa domenica, che non si son fermati alla testa, ma son scivolati subito giù, per ferirmi, senza farsi riconoscere. Sensazioni frettolose, che passano dallo stomaco per annerire il cuore.
Mai sottovalutare la potenza di una brioche.

Poi ho sottovalutato lo spirito viaggiatore dei miei occhiali. La fida montatura rossa scura che dava luce al mio mondo (nel vero senso della parola) giovedì ha deciso che era ora di darsi alla scoperta, di vedere cosa c'era oltre la punta del mio naso. Così ha preso un Tredici e non è mai più tornata. A niente sono valse le mie telefonate disperate all'azienda dei trasporti, nessun segnale di risposta ai messaggi, niente segni di vita nonostante le serenate al centralinista dell'Atc.bo. I miei occhiali sono spariti tra un sedile e l'altro di un dragobruco cittadino, e da lì ora son partiti per girare il mondo.

Poi ho sottovalutato un'amicizia bizzarra, nata qualche anno fa con un po' di mescolamento di visceri. La facevo ormai destinata alla muffa. La vedevo navigare dritta verso la routine del messaggiocompleannonatalepasqua e poco più. Invece questa persona  bassinamagrrnattorina tira fuori un asso inaspettato dalla manica, mi scrive "parti in fretta e torna presto" e regala due chili di funghi alla mia mamma. Son cose che segnano. Un fungo è per sempre.

In tutte queste persone che passano, brioche che masticano, occhiali che viaggiano e funghi che fanno viaggiare, son contenta però di non aver sottovalutato me stessa. Di non essere caduta a pesce dentro il facile abbraccio della tristezza. Dell'aver saputo urlare, e poi mettere il vestito della festa.
E poi, son serena perchè in questo modo contorto e appesantito dalle distanze, sento di aver e delle persone fidate attorno, senza le quali sarebbe stato molto più facile arrendersi e rimandare la vita ad un'altra occasione. 
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sabato, 06 settembre 2008
Sto aspettando che si scongeli il burro per fare una crostata.
E' una cosa che ho fatto poco, ultimamente. Aspettare, non la crostata. Che grossi pezzi di farina agglomerata a uova giacciono ancora nel fondo della mia pattumiera, a testimonianza dell'ultimo tentativo di torta mal riuscito. O meglio: ho fatto un bellissimo dolce da frigo. O da credenza. Una di quelle torte che fuori sembra buonissima,
ma appena ne mordi un pezzo vai a prentare il dentista perchè ti è saltato un molare, oppure sputazzi ovunque tocchetti di burro e limone. Quindi, l'ultima mia creazione ha esplorato tutti i ripiani del frigo, si è fatta una passeggiata sugli scaffali della cucina, ha trascorso un fine settimana sul davanzale, prima di finire rinsecchita nel paradiso delle torte, dove un cuoco baffuto e sovrappeso distribuisce ciliegie candite e violette di zucchero a ore alterne.

Ma dicevamo.
Aspetto, e non posso fare altro.
Il burro mi impone dei ritmi che non mi so dare in questo periodo.
Non riesco ad aspettare, non tollero di essere messa in attesa, se qualcuno fa tre minuti di ritardo mi attacco al telefono con lo spirito di una casalinga che chiama quelli della promozione delle pentole.
Ho iniziato un nuovo lavoro, o meglio, lavoro vecchio con matterelle nuove, e devo imparare i loro tempi di relazione, i loro modi, e farli combaciare con i miei.
Invece mi sento addosso questa fretta, questo bisogno di acquisire, di mettere in valigia.
Devo imparare che ci vuole lentezza, ma comincia un po' a pesarmi essere sempre l'ultima arrivata. Oggi c'è il burro a ricordarmi che bisogna spendersi anche nell'arte dell'attesa, nella cortesia dei tempi morti, nella delicatezza delle assenze.
Per fortuna.
Perchè il rischio, se non ci si ferma ad aspettare, è anche quello di perdere la magia dell'incontro, quando poi finalmente si vede l'altro da vicino.
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martedì, 12 agosto 2008
Cortesia, colazione, casa

Lunedì ho inaugurato la mia seconda settimana di ferie facendo colazione  appoaggiata ad un tavolo di legno chiaro, ben diverso dal noce affidabile della mia cucina, in una casa lontanissima, tra gatti sconosciuti che mi guardavano curiosi. Fuori dalla finestra c'era il Mar Tirreno, e non le vecchie care Prealpi o i vecchi cari e basta del parco con cui confino a Bologna. Un mare in grande stile, apparecchiato anche lui per dirmi che potevo spassarmela ancora un po', giusto il tempo di addentare una brioche di sfoglia.
Sarebbe una meraviglia avere una casa così, sul mare, anche soio per bere il primo caffè del mattino davanti alle onde che macinano grani e pensieri.
Poi c'era una tovaglia di cotone, un po' consunta negli angoli, con dei disegni floreali, qualche accenno di rosso e marrone, due righe gialle a far capolino, frammenti di bianco per ridare spazio al disegno. Era un pezzo di stoffa comune, con la faccia di chi sa fare il proprio lavoro. Sembrava un barista di mezza età, di quelli con la pancetta e il codino brizzolato: tu entri, lui ti sorride e vuole farti senite a tuo agio, magari ti mette pure un po' di zucchero in più, giusto per farti capire che sei in buone mani.
Una tovaglia così.
Un vassoio sbagliato. Capita, a volte, di comprare delle cose solo perchè ci sembrano simpatiche, magari anche utili, quando le vediamo sullo scaffale del reparto casalinghi. Capita anche di arrivare a casa e di scoprire che sono pesanti, poco funzionali e in definitiva fuori da ogni graziadiddio. E questa è la storia made in ikea del vassoio che ho usato lunedì mattina: una lastra in pura plastica decorata con delle fragole presuntuose e scritte da overdose di allucinogeni.
Due tazze, sul vassoio. La mia era gentile, un po' sgargiante, contenta di mettersi in mostra con la sua fila di ananas gialli disegnata tutt'intorno al bordo superiore e. già che c'era, anche sul piattino.
Quella del Brontosauro era più umile e portava bene l'abitudine al soffio leggero per raffreddare il the, che le scompigliava le margherite sul bordo. Alta, semplice e con un tono dimesso, sembrava quasi volersi scusare del fatto che superava di due centimetri buoni quella giovinetta impettita della tazza con gli ananas.
No, niente zucchero.
Tovaglioli di stoffa, spaiati ma divertiti, entusiasti di farsi un giro mattutino sul tavolo, tanto allegri da dover essere imbrigliati con due semicerchi di paglia per restare un po' fermi.
Cucchiani di rappresentanza, che se ne stanno lì un po' offesi perchè nessuno li avrebbe usati.
Non so perchè mi viene da descrivere tutto questo: non è altro che un tavolo apparecchiato.
La colazione non è stata particolarmente ricca, nè pregna di rivleazioni scottanti, senza nessuna confessione  drammatica o incontro folgorante.
O forse lo so.
Scrivo tutto questo per ricordarmi che la cortesia può essere anche gratis, come la colazione  tra le mura di ogni giorno. Non c'è per forza qualcuno che ti presenta lo scontrino, dopo un gesto d'affetto o di cura particolare. Sembra banale, ma dopo solo un giorno  at homesweethome mi pare d'averlo quasi dimenticato. Qui non passa mai nessuno per il caffè, vietato far salire gli amci, parlare troppo forte al telefono, lasciare la porta aperta a lungo. 
Non ricordo l'ultima volta che qualcuno ha varcato la soglia di questa casa solo per una tazza di the, o per assaggiare una torta fatta in casa. Non so esattamente dove sia la zuccheriera per gli ospiti. Il nostro servizio buono ha abdicato secoli fa. 
Ecco, descrivo per ricordarmi che questa non è la normalità, che senza scadere nella gentilezza innata tipica dei nasetti sardi, si può essere ospitali, aperti, lasciare che qualcuno entri in casa tua senza sentirla come un'invasione, o una fuga della tranquillità.
Scrivo per ricordarmi di comprare delle tazze con su l'ananas, in modo da poter restituire questa cortesia, e poi un'altra volta, e poi un'altra volta ancora.
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martedì, 05 agosto 2008
La Sardegna intorno.

Inizio agosto in vacanza, Il telefono di lavoro lasciato in Veneto, i problemi universitari abbandonati su una scrivania a Bologna, le incomprensioni familiari appoggiate su un comodino dell'alto bellunese, gli sbalzi del cuore appianati da un'ora d'aereo.
Prima di partire, riflettevo su dove voglio abitare in futuro.
Ho accettato un lavoro che mi terrà in Emilia per il prossimo anno e mezzo, e non è poco. Si tratta di fare quello che volevo da piccola, in una città che non mi sarei mai immaginata. Ne parlavo con un'amica di sempre, che racconta di stazioni e passaggi.
Sarà banale, ma la conclusione è stata questa: in fin dei conti, non c'entra più di tanto il posto in cui abiti. L'importante è che tu riesca a tenere sotto controllo i piedi, a dir loro dove andare. Dove fermarsi per incontrare delle persone, dove correre per scaricare la tensione. Serve avere la serenità tra il cuore e il cervello, senza dare per scontati i problemi. Riuscire ad affrontare le difficoltà inserendole in un percorso di crescita personale, più che smaddonare e desiderare d'essere altrove.
Esserci, insomma, con tutte le dita e le cartilagini in aggiunta.
Far pace con le domande inutili che mi sono posta in questi mesi, per permettere allo specchio di restituirmi un'immagine completa, non solo frammenti.
Poi, per il luogo c'è sempre tempo.
Oh, poi non so micca come andrà a finire, non son qui a tenre l'editoriale di "Donna Moderna" nè a dispensare perle di saggezza, solo scrivo per fare chiarezza, per riassumere un po' i passi fatti riguardo alle domande che mi saltano in testa in questi giorni.

Per il resto, sono in Sardegna.
Scrivo dal pc di un amico conosciuto a Bologna che ospita me e il Brontosauro toscano (qui appaiono problemi di definizione non risolti. Appena capirò come vanno le cose, gli dedicherò un avatar e una riga più decente) per questi giorni di vacanza. Una Sardegna di paese, poco lontano da Oristano. Ho fatto un vagone di chilometri per trovarmi in un borgo in collina che sembra il mio villaggetto veneto. E capire che davvero, c'è un sacco di mondo da scegliere, ma prima di tutto bisogna scegliere di essere tutti interi e rispettarsi sul serio.

Spero in questi giorni di reincontrare qualche pagliaccio sassarese, amici conosciuti qualche tempo fa...ci scapperà l'incontro a metà strada?O dovrò tornare ad Alghero, in una certa focacceria che ci sfamò per alcuni giorni nel settembre 2007?
Per il momento passeggio tra nuraghe e parlo di cose bizzarre, tipo il formaggio di capra dentro i dolci.Oggi sono stata un po' a prendere il sole sulla spiaggia di S'Arceddu, ciottoli e sabbia. Barchette di pescatori, roccia calcarea bianca.
Poi scarpinata a vedere Nuraghe Losa, spettacolo dell'edilizia e delle pietre che stan su da sole.
Poi sono in vacanza, e scriverò presto.
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lunedì, 14 luglio 2008
Non sarebbe bello, non farsi più del male?

E poi ci sono i giorni tipo oggi, in cui il tempo pesa e non passa mai, e sono troppo confusa anche per guardare fuori dalla finestra. Sono giorni in cui tutta la tristezza e lo schifo che mi son creata dentro tornano a bussare, tracimano la transenna in cui li ho a poco a poco fatti ritirare.
Prima si prendono il risveglio, che è stato come quando metti in bocca un frutto acerbo. Da fuori sembrava appetitoso e profumato, ma quando ci fai i conti ti rendi conto che non era ancora il momento. Alzarsi improvvisamente diventa un'impresa, il buio esce dalla scatola e si prende tutto lo spazio dei sorrisi.
Senza un motivo, le emozioni si confondono e diventano pastura grigia, come il cemento che i muratori mescolano nei secchi.
Un involucro pieno di liquido color nebbia, ecco com'ero stamattina.
Pensavo di aver maggiori risposte da dare alla tristezza, immotivata più che mai, invece semplicemente ha vinto lei.
Almeno fino a quando non sono intervenute braccia vicine che mi hanno ridato consistenza e prospettiva. Persone che mi conoscono e sanno fare con me come  con la macchina fotografica: rimettere a fuoco.

Il pomeriggio, la tristezza poi si è chiusa, un po' da sola, un po' a spallate, nel bagagliaio della macchina (ebbene sì, Potaci al volante, umarells avvertiti!) perchè c'era d'andare a Modena con una mamma rom, che si è subito seduta davanti, togliendo il posto ai milioni di pensieri dolorosi che si erano già belli e messi la cintura. Via, sloggiate!
C'è da passare a prendere un'anguria!
E fermarsi per il caffè!
E ho finito le sigarette!
E metti benzina!
E possiamo far un attimo più veloci, che non vedo mio figlio da due mesi?!
Il resto, lavoro e pazienza.
Occhi sulla strada, cuore dietro le spalle, testa che regge bene.


Una giornata in cui ho passato un po' tutto l'arcobaleno delle emozioni, anche se delle volte erano ben camuffate, come dice il pezzo qui sotto.
E adesso: come un solletico leggero, come una formica sul collo.
E adesso, siccome di questo post si capisce veramente poco, chiudo con un pezzetto non mio, che tira sempre su l'indice d'ascolto e fa parecchio blog dei gggiovani.

Riprendere Berlino-Afterhours
Luce del mattino
Luce di un giorno strano
Pensavi di esser perso
Che cambia il tuo destino

Non sarebbe bello
Non farsi più del male?
Non sarebbe strano
Se capitasse a noi?

Anche il paradiso
Vuole essere un inferno
Era tutto scontato
Finché non sei caduto

Non sarebbe bello
Riprendere Berlino?
Non sarebbe strano
Prenderla senza eroi

Non sarebbe bello
Venire ad incontrarti?
Senza aver paura
Di non ritrovarci mai

Fuori dalla tua porta
Fare la cosa giusta
Essere razionali
Mentre ti gira la testa

Non sarebbe bello
Non farci più del male?
Non sarebbe eroico
Non essere degli eroi

Non sarebbe strano
Essere più leggeri
E non aver paura
Se capitasse a noi