sabato, 13 settembre 2008
...chiaramente dalla parte del cuore...
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categoria:bologna, uno che la sapeva lunga
mercoledì, 10 settembre 2008
Il gagio tende a vedere il messaggio veicolato dal fatto che gli "zingari" sono "nomadi" e vivono "ai margini della società" (aree non edificate, discariche ecc). Ciò lo persuade che essi sono dei paria; il che diventa, nel discorso di alcuni, motivo e giustificazione per gli interventi di "aiuti" e, ultimamente, ti tutela verso ciò che di "buono" c'è da salvare nella loro cultura.

Da "Un mondo di mondi", di Leonardo Piasere

Ora che me ne sono liberata, che non lavoro più, essi rientrano dalla finestraa (di windows),essi bussano con le loro roulotte e non si rassegnano a stare nel cassettino in cui li avevo magistralmente infilati. Uh, che palle!
postato da: potaci alle ore 14:10 | Permalink | commenti
categoria:bologna, campo nomadi, uno che la sapeva lunga
mercoledì, 27 agosto 2008
Apritevi tutte finestre del cuore
Fuori da me scarabeo malumore
Bocca risata spalanca la porta
Drizzati luna storta


B. Tognolini

postato da: potaci alle ore 07:49 | Permalink | commenti
categoria:bologna, uno che la sapeva lunga
martedì, 26 agosto 2008
Non voglio salire sui vostri ginocchi
non voglio carezze nè baci sugli occhi
Niente solletico nè pizzicotto
E io non mi chiamo leprotto.

Formula magica di Bruno Tognolini "Contro i grandi appiccicosi" da "Mal di pancia calabrone"

....e che dovevo prendere un libro per la tesi, sennò chissà quale altra meraviglia sputava fuori la mia bibliotechina di quartiere!
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categoria:bologna, uno che la sapeva lunga
mercoledì, 20 agosto 2008
Tricarico c'ha la faccia da studente fuorisede, fuoricorso, fuoritempo, a cui inoltre hanno appena rubato la bicicletta (fuori dal cinema). Un bel viso aperto alla meraviglia, che ho visto oggi per la prima volta (o quasi) cercando il testo di una sua canzone.
Spettacolare, ad essere sinceri.
Poetica e incalzante.
Diretta, profonda, senza però sembrare un libro che ti cade in testa dal settimo piano.

L'ho ascoltata per la prima volta andando verso casa in macchina. Stavo rientrando in Veneto per le ferie, ed ecco che salta fuori questo folletto a grattare sulla chitarra e appiccicare le parole sulle note, stringendo qua e là per farle stare meglio. Ho letto da qualche parte che questo è il suo nuovo singolo, vabbè, mi resta comunque l'orgoglio di averla "scoperta" prima, anche se il merito va alla funzione "random" del mio lettore mp3.
E la canzone è "Ghiaccio".
Continuo a pensare che non sia un caso se l'ho sentita per la prima volta tornando a casa mia. Non può essere un caso che mentre facevo castelli su come non deludere attese, obblighi e altri fardelli esistenziali che a volte mi sento caricati sulle spalle, mentre ero lì a riflettere su come essere ancora una volta "all'altezza", 'sto tizio suggerisce:

e allora sarò nudo e a volare imparerò

Quando tutte le cose vanno fuori posto, quando la strada ha troppe buche, Tricarico suggerisce di spiegare le ali, invece di scivolare nella prima pozza di fango.
Quando la solitudine abita il tuo tavolo più delle briciole, allora sarò nudo e a volare imparerò.
Poi suggerisce di fare piano.
Mi sembra voglia dire a tutti di essere leggeri, con il vicino di casa, con il fidanzato. Fare piano, con tutte queste mani che si incontrano. Dar loro attenzione e onestà, con il respiro che segue il gesto, come l'orecchio che si avvicina al petto per sentire il cuore.
Piano con la tua cattiveria.
Ogni volta che la sento, anche adesso che ormai la so quasi a memoria, mi fa aprire le braccia e cercare qualcuno con cui condividerla. Ma piano.

Ghiaccio

Se l'acqua che io bevo
non mi disseta più
se il cibo che io mangio
non mi sazia più
allora berrò il pane
e l'acqua mangerò.

Piano.
Piano con la mano.
Piano con la lingua.
Piano con la tua
cattiveria;

Piano
con la sicurezza
con tutta questa fretta
con un'incertezza
quando troverà
la ragazza.

Se l'abito che indosso
non mi copre più
la strada che percorro
non mi sostiene più
allora sarò nudo
e a cadere imparerò
allora sarò nudo
e a volare imparerò.

Piano.
Piano con la mano.
Piano con la lingua.
Piano con la tua
cattiveria;

Piano
con la sicurezza
con tutta questa fretta
con un'incertezza
quando troverà
la ragazza.

Piano.
Piano con la mano.
Piano con la lingua.
Piano con la tua
cattiveria;

Piano
con la sicurezza
con tutta questa fretta
con un'incertezza
tutta la tua fretta
quando troverà
la ragazza.
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categoria:bologna, veneto, uno che la sapeva lunga
giovedì, 14 agosto 2008
"Il meglio che possa capitare ad una brioche" è di stare lontana dai  libri di Tusset. E non solo a lei.
Va be', comunque ho finto questo romanzo qui e non mi è piaciuto per niente. Scrittua lineare, senza svolazzi e senza chicche, senza brio e senza lanci. Trama passabile, ma con continue anticipazioni che ti fanno venir voglia di prendere l'autore  per il colletto della camicia e dirgli: "HO CAPITO che tu sai già come va a finire, ma se non me lo vuoi dire, mollami!".
L'unica consolazione che mi rimane è che l'ho preso in biblioteca, e che quindi non ho sponsorizzato l'autore e il suo pseudo-talento creativo.
Ma come al solito, non posso rinuniciare a scrivere una citazione. La frase non c'entra niente con la trama, ma è una delle poche pagine passabili del libro, in cui l'arroganza superficiale e costruita del narratore sembra quasi sopportabile.

"Parli così perchè non sei innamorato."
"Può darsi. Ma mi è costato talmente tanto innamorarmi di me stesso che non ho più voglia di fare uno sforzo del genere per qualcun altro".

P. Tusset "Il meglio che possa capitare ad una brioche"
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categoria:vacanze, uno che la sapeva lunga
giovedì, 24 luglio 2008
Una delle ragazze del campo è incinta. La pancia orgogliosa tira le magliette, sbuca da sotto l'orlo e chiede attenzione. La giovane pulzella senza documenti, che quindi non esiste, oggi se ne stava seduta per terra a contare le nuvole, e così ci siam messe a chiaccherare del nome del nascituro. E delle sue piccolissime impronte che serviranno a far dormire sonni tranquilli a tutti i leghisti, poi.
Minuscoli segni d'inchiostro digitale che faranno meglio di tutti i cancelli e le sbarre che i miei conterranei continuano a mettersi alle finestre. Frammenti di dita in blu che serviranno a far sentire il controllo, a far capire chi è che comanda. Segni monocromo su caselle prestampate per dare un segnale forte, perchè si capisca subito che qui non è aria.
Ma non di questo.
Piuttosto, del nome del nano nella pancia, che sbucherà fuori in autunno, più o meno.
La ragazza è stanca, si appoggia al container con la schiena, il viso piccolo reso pù vecchio da un passato burrascoso. Le orecchie segnate, i lobi hanno due cicatrici, ricordo di una volta che si son prese per i capelli e per gli orecchini. Le mani, smalto da due soldi smangiucchiato, aloni di nicotina e velocità nel preparare la cena. Le gambe lente, piegate, seminascoste dal drappeggio della gonna, sembrano farle da scudo contro il resto del mondo.
E' stanca, ma a parlare del futuro si illumina, vede lontano con occhi di mamma diciannovenne e cuore in allarme, come dice quel bolognese bassino e pelosetto.
"Allora, che nome gli dai?"
Potaci guarda la maglia coi colori accesi con degli sbuffi vezzosi sulle maniche corte.
"Se è maschio, decide il papà. Ma se è femmina, Desideria".
E allora continua pure a Desiderare, fagotto che stai al riparo dall'afa bolognese di questi giorni. Continua a sonnecchiare al sicuro dentro quel bozzolo d'affetto, e ad usare la forza del desiderio per uscire in questa realtà flaccida che fa il rumore del ghiaccio sotto i denti.
Spero che questo nome ti porti un sacco di scartoffie. Sì, perchè è questo che tutti i miei rom desiderano, più d'ogni altra cosa. Una valigia di carta, uno zaino di allegati, un fascicolo di notizie.
Perchè è questo che fa un cittadino. Non conta quante dita hai, ma se le usi del digiare il codice del bancomat. Non ci interessa se i piedi son dritti, ma se han calpestato il nobile suolo italico un numero di volte sufficiente a. Non ce ne può fregare di meno di come stanno i tuoi gomiti, ci basta sapere se si son mai appoggiati sul tavolo di un tribunale.

Non son qui a tessere le lodi dei "figli del vento", o come altro ci va di definirli, chiedo solo che per una volta vengano chiamati con il loro nome. Non ne posso più di visione edulcorate con i violini appesi fuori dalle roulotte e ne ho piene le tasche di dipinti catatrofici con sporcizia e polvere.
Perchè il loro nome, è uomini.
Homo sum: humani nihil a me alienum puto (Terenzio)
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categoria:bologna, campo nomadi, uno che la sapeva lunga
domenica, 20 luglio 2008
Ho appeso in camera, sopra la scrivania, una foto di Italo Calvino in bicicletta.
E' stempiato e in bianco e nero.
Questa immagine di tempi lenti e segni di biro, immersa tra le mie carabattole, basta per definirmi, per dire che sono ancora parecchio viva, che voglio scrivere (possibilmente bene) che voglio mettermi le mollette nei capelli, lavorare e pedalare con costanza.

postato da: potaci alle ore 21:20 | Permalink | commenti
categoria:bologna, uno che la sapeva lunga
lunedì, 14 luglio 2008
Non sarebbe bello, non farsi più del male?

E poi ci sono i giorni tipo oggi, in cui il tempo pesa e non passa mai, e sono troppo confusa anche per guardare fuori dalla finestra. Sono giorni in cui tutta la tristezza e lo schifo che mi son creata dentro tornano a bussare, tracimano la transenna in cui li ho a poco a poco fatti ritirare.
Prima si prendono il risveglio, che è stato come quando metti in bocca un frutto acerbo. Da fuori sembrava appetitoso e profumato, ma quando ci fai i conti ti rendi conto che non era ancora il momento. Alzarsi improvvisamente diventa un'impresa, il buio esce dalla scatola e si prende tutto lo spazio dei sorrisi.
Senza un motivo, le emozioni si confondono e diventano pastura grigia, come il cemento che i muratori mescolano nei secchi.
Un involucro pieno di liquido color nebbia, ecco com'ero stamattina.
Pensavo di aver maggiori risposte da dare alla tristezza, immotivata più che mai, invece semplicemente ha vinto lei.
Almeno fino a quando non sono intervenute braccia vicine che mi hanno ridato consistenza e prospettiva. Persone che mi conoscono e sanno fare con me come  con la macchina fotografica: rimettere a fuoco.

Il pomeriggio, la tristezza poi si è chiusa, un po' da sola, un po' a spallate, nel bagagliaio della macchina (ebbene sì, Potaci al volante, umarells avvertiti!) perchè c'era d'andare a Modena con una mamma rom, che si è subito seduta davanti, togliendo il posto ai milioni di pensieri dolorosi che si erano già belli e messi la cintura. Via, sloggiate!
C'è da passare a prendere un'anguria!
E fermarsi per il caffè!
E ho finito le sigarette!
E metti benzina!
E possiamo far un attimo più veloci, che non vedo mio figlio da due mesi?!
Il resto, lavoro e pazienza.
Occhi sulla strada, cuore dietro le spalle, testa che regge bene.


Una giornata in cui ho passato un po' tutto l'arcobaleno delle emozioni, anche se delle volte erano ben camuffate, come dice il pezzo qui sotto.
E adesso: come un solletico leggero, come una formica sul collo.
E adesso, siccome di questo post si capisce veramente poco, chiudo con un pezzetto non mio, che tira sempre su l'indice d'ascolto e fa parecchio blog dei gggiovani.

Riprendere Berlino-Afterhours
Luce del mattino
Luce di un giorno strano
Pensavi di esser perso
Che cambia il tuo destino

Non sarebbe bello
Non farsi più del male?
Non sarebbe strano
Se capitasse a noi?

Anche il paradiso
Vuole essere un inferno
Era tutto scontato
Finché non sei caduto

Non sarebbe bello
Riprendere Berlino?
Non sarebbe strano
Prenderla senza eroi

Non sarebbe bello
Venire ad incontrarti?
Senza aver paura
Di non ritrovarci mai

Fuori dalla tua porta
Fare la cosa giusta
Essere razionali
Mentre ti gira la testa

Non sarebbe bello
Non farci più del male?
Non sarebbe eroico
Non essere degli eroi

Non sarebbe strano
Essere più leggeri
E non aver paura
Se capitasse a noi

sabato, 12 luglio 2008
"E se l'acqua che esce dalla doccia fosse trattata con un composto chimico che reagisce ad una combinazione di cose, tipo il battito del cuore, la temperatura del corpo, le onde celebrali, di modo che la pelle cambia colore a seconda degli umori? Quando sei eccitato al massimo la pelle diventa verde e se sei arrabbiato, ovviamente, rossa, e se ti senti un merdaiolo diventa marrone, e quando sei depresso blu.
    Così tutti sapremo come si sentono gli altri, e avremo più riguardo, perchè nessuno direbbe mai ad uno con  la pelle viola che è arrabbiato perchè lui è arrivato tardi,e invece se uno è rosa verrebbe voglia a tutti di dargli una pacca sulla spalla e dirgli "Complimenti!".
    Un altro motivo per cui come invenzione sarebbe bella è che tante volte hai una sensazione forte, ma non sai cos'è. Sono deluso?O invece ho solo tanta paura? E questa confusione ti modifica l'umore e diventa il tuo umore, e tu diventi confuso, grigio. Ma con l'acqua speciale potresti vederti le mani arancione e pensare: Sono contento! In realtà per tutto quel tempo sono stato contento! Che sollievo! "

Ancora da "Molto forte, incredibilmente vicino" di Jonathan Safran Foer.
postato da: potaci alle ore 08:52 | Permalink | commenti (1)
categoria:bologna, uno che la sapeva lunga