Una delle ragazze del campo è incinta. La pancia orgogliosa tira le magliette, sbuca da sotto l'orlo e chiede attenzione. La giovane pulzella senza documenti, che quindi non esiste, oggi se ne stava seduta per terra a contare le nuvole, e così ci siam messe a chiaccherare del nome del nascituro. E delle sue piccolissime impronte che serviranno a far dormire sonni tranquilli a tutti i leghisti, poi.
Minuscoli segni d'inchiostro digitale che faranno meglio di tutti i cancelli e le sbarre che i miei conterranei continuano a mettersi alle finestre. Frammenti di dita in blu che serviranno a far sentire il controllo, a far capire chi è che comanda. Segni monocromo su caselle prestampate per dare un segnale forte, perchè si capisca subito che qui non è aria.
Ma non di questo.
Piuttosto, del nome del nano nella pancia, che sbucherà fuori in autunno, più o meno.
La ragazza è stanca, si appoggia al container con la schiena, il viso piccolo reso pù vecchio da un passato burrascoso. Le orecchie segnate, i lobi hanno due cicatrici, ricordo di una volta che si son prese per i capelli e per gli orecchini. Le mani, smalto da due soldi smangiucchiato, aloni di nicotina e velocità nel preparare la cena. Le gambe lente, piegate, seminascoste dal drappeggio della gonna, sembrano farle da scudo contro il resto del mondo.
E' stanca, ma a parlare del futuro si illumina, vede lontano con occhi di mamma diciannovenne e cuore in allarme, come dice quel bolognese bassino e pelosetto.
"Allora, che nome gli dai?"
Potaci guarda la maglia coi colori accesi con degli sbuffi vezzosi sulle maniche corte.
"Se è maschio, decide il papà. Ma se è femmina, Desideria".
E allora continua pure a Desiderare, fagotto che stai al riparo dall'afa bolognese di questi giorni. Continua a sonnecchiare al sicuro dentro quel bozzolo d'affetto, e ad usare la forza del desiderio per uscire in questa realtà flaccida che fa il rumore del ghiaccio sotto i denti.
Spero che questo nome ti porti un sacco di scartoffie. Sì, perchè è questo che tutti i miei rom desiderano, più d'ogni altra cosa. Una valigia di carta, uno zaino di allegati, un fascicolo di notizie.
Perchè è questo che fa un cittadino. Non conta quante dita hai, ma se le usi del digiare il codice del bancomat. Non ci interessa se i piedi son dritti, ma se han calpestato il nobile suolo italico un numero di volte sufficiente a. Non ce ne può fregare di meno di come stanno i tuoi gomiti, ci basta sapere se si son mai appoggiati sul tavolo di un tribunale.
Non son qui a tessere le lodi dei "figli del vento", o come altro ci va di definirli, chiedo solo che per una volta vengano chiamati con il loro nome. Non ne posso più di visione edulcorate con i violini appesi fuori dalle roulotte e ne ho piene le tasche di dipinti catatrofici con sporcizia e polvere.
Perchè il loro nome, è uomini.
Homo sum: humani nihil a me alienum puto (Terenzio)