mercoledì, 04 novembre 2009
Alda Merini ha popolato la mia adolescenza.
Con questo amore che graffia e sputa, con questa forza feroce.
Ho letto le sue poesie e ho imparato come si fa a splendere dopo chilometri di salita e sudore.
Ho avuto la fortuna di conoscere il suo editore preferito, artigiano che crea libri in trenta copie al quale lei telefonava dieci volte al giorno, solo per dire "come stai". Lui mi ha raccontato di questa signora immensa e fragile, geniale e volubile. Questo è il momento di fare un passo indietro e di salutarla,  lei e le sue unghie laccate di solitudine.
Ho scelto una poesia breve e toccante, la prima che io abbia imparato a memoria senza avere un insegnante a cui rendere conto.
Grazie Alda, da tutte noi salamandre

Sono nata il ventuno a primavera,
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.

Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.



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categoria:bologna, uno che la sapeva lunga
martedì, 21 luglio 2009
Un'altra volta, un'altra ronda.

Solo in tre, questa sera, a cercare le sfighe in giro per Bologna.
All'ora del tramonto: armati di penna, sprovvisti di promesse e lo sguardo dritto e aperto nel futuro*.
Arriviamo fuori da una casa alla fine della città, vicino alla tangenziale ma anche ad un bel parchetto con le altalene che sembra quasi di stare in campagna.
Casa su tre piani, con le finestre che straripano di umanità: panni, lenzuola, tende, tutto a sventolare fuori, mentre sotto, in giardino, gli uomini chiacchierano di lavoro.
Non ci prendono subito bene, questi qua.
Come noi, ne han già visti tanti: tante promesse di aiuto poi perse per strada, troppi contratti di lavoro bizzarri che spariscono dopo pochi giorni.
Sono poveri e forse han fatto dei casini. Sono arrabbiati e hanno appeso un cartello, fuori dalla porta di casa: "Vietate le gligliate e i non rezidenti". Proprio così: vietato star troppo bene, in Italia, se non hai il pezzo di carta giusto.
La conversazione inizia tre volte, prima di partire davvero.
Prima con un italiano, datore di lavoro, che era lì per non so quali scartoffie.
Poi con un dei capi famiglia, che finge di non capire.
Infine arriva Alexie: tondo e incazzato come solo la luna nei giorni migliori.
Attacca noi e il nostro essere disarmati di fronte alla miseria.
Attacca quelli del Comune, quelli dei Servizi, quelli della Chiesa e poi lo fermiamo, prima che se la prenda con tutte le nostre generazioni passate e future.
Improvvisamente cede e diventa una persona che abita in Italia da un sacco di tempo, che ha provato a saltare dei passaggi e che oggi si ritrova senza lavoro a dover pagare un affitto di casa, senza aiuti da nessuno per aver sbattuto porte in faccia al momento sbagliato.
Spieghiamo: "Siamo solo qui per capire quante persone ci sono in difficoltà in giro per Bologna".
Interviene subito:"Basta che ti guardi intorno, ne trovi una sotto ad ogni sasso".
Ancora un po' della sua storia, ancora un po' della nostra.
Improvvisamente, sbotta, si arrabbia con qualcuno che non l'ha aiutato come si aspettava, prende un bastone, e fa
"Perchè con gli zingari non si scherza!".

No, caro signor Alexie, con la faccia rossa per l'ira e il cuore in affanno che non sa più dove trovare i soldi per domani.
Non è con gli zingari, che non si scherza. Zingaro è il nome che ti porti addosso, sperando che ti protegga come una coperta troppo corta.
E' solo un ricordo di quello che eri, o che forse erano i tuoi padri.
Non è con gli zingari, che non si scherza.
E' con i poveri. Vanno presi sul serio, perchè disarmano, gridano aiuto e si arrabbiano, perchè la mancanza rende ciechi e sordi. Non sentono le richieste di fiducia e rispetto, non capiscono perchè si dovrebbe volere qualcosa in cambio.
Sordi e disperati, i poveri arrivano come una valanga impazzita e ti travolgono, cercano di portarti via qualcosa, un pezzo di quella sicurezza che gli è sfuggita e per ora sembra non tornare.

Abituato a questa vita, umile, tra campi e case sovraffollate, non ti aspettavi che peggiorasse. Ora le cose scivolano lentamente verso la miseria, e non sai più che fare.
Prima, da clandestino, avevi un lavoro.
Ora, da regolare, la crisi ti ha tagliato fuori.

Che scherzo ti hanno fatto? Dove sono finiti quei denari che mandavi in Romania, che usavi per l'affitto, che ti davano dignità?

Questo noi non lo sappiamo. No, neanche questo. Però in mezzo alla tempesta, sappiammo che vorremmo tornare. Perchè neanche con noi, nemmeno per un momento, si può scherzare.
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categoria:bologna, uno che la sapeva lunga
giovedì, 18 giugno 2009
Eravamo in quattro l'altra sera, borse di stoffa e scarpe sformate.
Loro erano qualcuno in più. Rumeni, rom, zingari o forse più semplicemente migranti, con questo modo confuso e al tempo stesso familiare di emigrare che hanno le persone rom. Si spostano portando con sè quello che hanno di più caro: la famiglia, in un tentativo folle e disperato di portar via da una terra impoverita almeno ciò che ancora significa qualcosa per loro. Un modo difficile da capire, perchè costringe bimbi, mamme, anziani a viaggi estenuanti e ad avere come vicini topi e piccoli roditori del genere.

Abbiamo seguito qualche indicazione per capire dove abitavano, queste famiglie, così ci siamo trovati verso ora di cena davanti a due case occupate.

Due famiglie condividevano il primo piano. "Faccio il muratore, non m'è costato niente prendere su un piccone dal cantiere e sfondare la finestra murata". Scosta un telo e tira fuori da sotto il tavolo gli attrezzi, le sue chiavi di casa.
Una storia semplice, con un finale sporco: "Eravamo poveri, siam partiti dalla Romania e abbiamo girato molto, tanto che una delle mie bimbe è nata a Foggia, l'altra qua. Ho costruito a LaSpezia, a Firenze e in altri posti in Italia. A Bologna ho continuato ad andare in cantiere finchè il lavoro non è calato e di conseguenza anche i soldi per l'affitto. Non bastavano più, siam venuti qua".
 
Un mattone con una resistenza di qualche lavatrice, e in casa c'è il fornello.
Un collegamento ben fatto, e in casa c'è la luce.
Un passo indietro nella corsa dell'economia, e ti ritrovi per strada.

Occhi chiari, Florin, occhi che guardano la moglie e le due bimbe, una di due anni, l'altra di appena pochi mesi.
Occhi che non chiedono, parole precise: "Finchè c'è un tetto, ci basta recuperare i mobili dalla spazzatura, il cibo dalle parrocchie. E restare".
Ciò che non vuole è tornare là, con il fardello della sconfitta, senza un soldo da parte. Rinunciare a questo sogno non si può così e così ogni mattina si infila le Nike ai piedi per calpestare cumuli i spazzatura in giardino e andare in città a cercare fortuna.

Scendiamo al piano di sotto. Tre bimbe, una vestita da sposa, Shakira. Il padre è giovanissimo, ma gli manca già un incisivo. La madre è giovanissima e no, non parla italiano.
Il dolore della caduta pesa sui loro volti. Ci accolgono senza accendere la luce, per non farci troppo vedere la sporcizia a terra, il vuoto ai muri, i cocci di una vita sul paviento. Senza risorse, nessun parente, stanchi.
Chi lo sa.
Difficile salutarli senza un commento, senza il rischio di "affilare la mia pietà". Dipingergli un passato drammatico per giustificare un presente di muffe e scale appoggiate alle finestre.

Grazie, alla prossima.

Altra casa.
Questa ha il colore rosso di tanti stabili di campagna emiliani e un cartello "Pericolo di crollo" che lascia poco spazio all'interpretazione.
Una famiglia, una coppia, un'altra coppia e un uomo, da solo, che ci accoglie con il volto insaponato e un catino tra le mani: "Mi faccio la barba, si può?"
Siamo noi a chiedere se si può, se ci lasciano ficcare il naso nelle loro case.
Loro acconsentono, uno racconta, poi due, poi intervengono pure le donne, e alla fine mettono su il caffè.
Storia già sentita: "Stavo in casa, poi non ce lo'ho fatta più, così eccomi qua.
La polizia viene, di giorno, mette il luccchetto.
Io torno, di sera, tolgo il lucchetto.
Sono gentili, non ci portano via la roba".

Una consapevolezza lucida della propria situazione e del fatto che è inutile mettersi a chiedere aiuto a quattro ragazzi con le borse a tracolla.
Allora, si chiacchiera: ci fanno sedere sul loro divano e ci spiegano che una cosa, un cosa in particolare dell'Italia proprio non l'hanno capita.
"Ma perchè vi sposate così tardi?"

Intorno, le modelle dei cartelloni pubblicitari attaccati a mo' di poster ci guardano e fanno finta di niete.

Altri saluti e poi si va verso casa. Porto via da lì il timore amaro che, finchè saranno dei muratori rumeni a inciampare nella crisi e occupare le case, non sarà poi un problema di cui parlare.

Mentre cerco la strada verso casa e le parole per descrivere questa "Passeggiata ROMantica" arriva de Andrè, a risolvere le due questioni.


La tua lettera l'ho avuta proprio ieri
ma racconti tutto quel che fai
ma non essere ridicola
non chiedermi "Come stai",
questa gente di cui mi vai parlando
è gente come tutti noi
non mi sembra che siano mostri
non mi sembra che siano eroi
e non mandarmi ancora tue notizie
nessuno ti risponderà
se insisti a spedirmi le tue lettere
da via della Povertà


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categoria:bologna, uno che la sapeva lunga
venerdì, 12 giugno 2009
Ottto donne dentro ad una stanza, a fare teatro.
A confrontarsi con un testo di quarant'anni fa, "Nascita e Morte della Massaia". La storia di una grande donna che diventa piccola. La Massaia scava dentro di sè, poi esce fuori e viene pettinata, rimessa in ordine secondo canoni che non le appartengono, perchè non sono quelli che ha maturato nel suo percorso personale, ma quelli ordinari della "brava signora".
Dopo aver tanto pensato, si scontra con "ciò che è giusto fare" e deve riaggiustare i pezzi e le idee andate in frantumi.

Questo percorso mi ha portato a tirare fuori il mio tragitto, a vedere che cosa poteva essere condiviso, affrontato e poi lasciato indietro, perchè il ritorno è poi un andare avanti con nuove consapevolezze.
Ognuna di noi ha portato un brano, qualcosa che fosse suo da mescolare, per descrivere con parole altrui la propria strada. Io ho scelto qualcosa di arrabbiato e danzante. Un'altra ha scelto una canzone di Fossati. Questi due brani, messi uno in fila all'altro, mi hanno aperto una piccola nuova finestrella.

La prima canzone diceva: "Prenditi un altro pezzettino del mio cuore", con la voce blues e meravigliosa di Janis Joplin.
La seconda diceva "Dicono che c'è un tempo per seminare  e uno più lungo per aspettare".
Due frasi così, che spennellano il mio presente. E' vero, qualche volta, come dice la mia saggia insegnante, sono quasi un libro aperto. Ma poi, quando c'è da richiudere ed andare avanti, scatto via, come piccata. Se mi togli tutto il dolore passato, cosa mi resta?
A dare una risposta è arrivato Fossati.
Mi resta il tempo di aspettare. Costruendo futuri altrui, con numeri nuovi da appuntare sull'agenda.
E c'è tempo c'è tempo c'è tempo per questo mare infinito di gente.
C'è tempo per capire bene, ora che son qua, chi tenere vicino al cuore e chi invece scolorirà, non per disinteresse, ma perchè si son prese altre strade.
C'è tempo per leggere cose noiose e raccogliere i frutti chissà quando.
C'è tempo per ascoltare progetti ancora agli inizi e prendermene carico.
C'è tempo per riconoscere lo schemino di massaia che  avevo scelto senza scegliere davvero e lasciarlo indietro, pronta a riempire il vuoto con nuovi sogni, questa volta davvero miei.

C'è tempo- Ivano Fossati
 
Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.

C'è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.

C'è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d'estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l'ora muta delle fate.

C'è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c'era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.

È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c'è tempo, c'è tempo c'è tempo, c'è tempo
per questo mare infinito di gente.

Dio, è proprio tanto che piove
e da un anno non torno
da mezz'ora sono qui arruffato
dentro una sala d'aspetto
di un tram che non viene
non essere gelosa di me
della mia vita
non essere gelosa di me
non essere mai gelosa di me.

C'è un tempo d'aspetto come dicevo
qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato
e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
la sua fotografia.

C'è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l'istante in cui scocca l'unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle
è un giorno che tutta la gente
si tende la mano
è il medesimo istante per tutti
che sarà benedetto, io credo
da molto lontano
è il tempo che è finalmente
o quando ci si capisce
un tempo in cui mi vedrai
accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno
avvisato.

Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c'era un tempo sognato
che bisognava sognare.

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categoria:bologna, uno che la sapeva lunga
giovedì, 26 marzo 2009
Non lo sa nessuno, ma hai un sorriso speciale e lo usi solo per me.

Sono giorni in cui lavoro meno del solito e i pensieri tossici riaffiorano come tuffatori dopo un salto dal trampolino, stremati e desiderosi di riprendere fiato. Difficile ternerli a bada, con tutto questo tempo che passo a spostarmi da una famiglia all'altra, da un progetto all'altro, da un futuro all'altro.
Sempre le solite idee grigie che insegnano a scompaginare l'ordine d'importanza delle cose, spiegano come fare a pedere di vista il mondo e trascorrere il tempo guardando la propria bruttezza. Motivi circolari che insistono perchè io metta sotto la lente ogni piega di me e ne trovi il lato peggiore, testimoniando la mia fragilità.

"Metà del mondo lotta con la fame
La mia metà si nutre di aspartame
"

Due righe non mie per ribadire il concetto facendo finta di aver capito.
Invece qualche volta succede che ancora il server si intasa e tutto diventa sfondo, mentre al centro rimane solo il pensiero che non vada bene per nulla, più nulla.
Così sorpasso gli autobus e i lampioni, pedalo verso casa con la scimmia paranoia tutta felice, banchetta col barlume di ironia che mi è rimasto e si fa l'aperitivo con tutti i libri letti in questi anni.
Di solito, arriva fino in corridoio, la scimmia. Poi preferisce infilarsi a far compagnia agli altri animali che vivono sotto il letto.
Perchè ad attenderla, di solito, c'è un accento diverso dal mio coi vestiti tutti più o meno dello stesso colore. Nelle tasche dei pantaloni, ha la consapevolezza che soffrire fa mettere in ordine le cose e che è sempre un buon momento per guardare un po' meglio, prima di giudicare. Negli spazi liberi tiene stretti i suoi affetti e i libri di astronomia. A questo aggiunge poi una sorta di interesse tenace nel mondo e un modo adorabile di mettere in ordine i cassetti e cacciare la scimmia col manico della scopa.

Secret Smile ( Semisonic)

Nobody knows it but you've got a secret smile
And you use it only for me
Nobody knows it but you've got a secret smile
And you use it only for me.
 
So use it and prove it
Remove this whirling sadness
I'm losing, I'm bluesing
But you can save me from madness.

Nobody knows it but you've got a secret smile
And you use it only for me
Nobody knows it but you've got a secret smile
And you use it only for me.

So save me I'm waiting
I'm needing, hear me pleading
And soothe me, improve me
I'm grieving, I'm barely believing now.

When you are flying around and around the world
And I'm lying alonely
I know there's something sacred and free reserved
And received by me only
.


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categoria:bologna, uno che la sapeva lunga
mercoledì, 25 marzo 2009
Passalento

Eccolo lì, alto e secco come una pertica.
Con la tuta da ginnastica blu e i dentoni.
Con una diagnosi addosso e una vita in centri di cura.
Con un deficit negli anni diventato disabilità.
Semplice, giusto un po' in difficoltà con l'orientamento e con l'alchimia del laccio delle scarpe (come si faccia, rimane un mistero).
Uno dei primi matterelli che ho conosciuto quando portavo il naso rosso. Passava il tempo e la vecchiaia in una moderna struttura di provincia, con un'educatrice dispensa-coccole e poche certezze, ma durature.
Io sono R., te sei Potaci.
Tanto bastava per colorare i pomeriggi con giochi semplici, con canzoni e balli fatti per divertire e per riempire gli spazi lasciati liberi dai parenti, spariti qualche anno prima.
Ero un'apprendista clown piena di marionette e buone intenzioni. Lui era una bella faccia allegra da incontrare, con cui scambiare qualche parola. Mi ha dato l'opportunità di conoscerlo, ha aperto la sua casa-famiglia e le sue braccia chilometriche a me e altri, con le nostre prime giravolte.
Conoscere qualcuno e la stanza in cui trascorre le giornate significa usare una buona dose di prudenza: spesso, ci ha perdonato i nostri scivoloni da pagliacci invadenti, insegnando che a casa propria, la noia è un diritto.
Insegnando che è meraviglioso avere qualcuno che si ricorda il tuo nome e aspetta di vederti sulla soglia per pronunciarlo.
Spiegando a noi nasetti imperfetti che aprirsi all'altro è un dono e che sui cuori altrui bisogna muoversi con le pattine.
Grazie signor R. Ora avrai sicuramente fatto le prime chiaccherate con San Pietro o qualche suo vice, magari sbadigliando se si è finiti a parlare di calcio.
Che erano le emozioni, il tuo argomento preferito.

Passalento (Ivano Fossati)

Come posso dire
come passa il tempo
come posso dire
come passalento
mani e faccia da uomo
fanno poca pena
alle nostre intelligenze
da cani alla catena.
E' così che si ripensa
a tutto l'amore detto
è così che si ripensa
a tutto l'amore scritto
che era acqua da bere, fuoco
sete da morire,
ma come passa il tempo
non sappiamo dire.

È che in questo deserto
a tutti piace naufragare
vivi e fortunati di poterne
respirare.
Così non rimane che lasciarsi dire
cosa fare
così non rimane che lasciarsi
ancora abbracciare.
Come psso dire
come passa il tempo
come posso dire
come passalento.

Signore di questo porto
vedi mi avvicino anch'io
vele ancora tese,
bandiera genovese,
sono io.

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categoria:uno che la sapeva lunga, buco nella tasca
domenica, 15 febbraio 2009
Improvvisamente è domenica e leggo un libraccio, un romanzetto con il lieto fine scritto già nella seconda pagina.
Chiuso in via provvisoria con saggi et similia, mi dedico finalmente alle trame, agli intrecci, a personaggi che sospirano e bevono caffè per dieci pagine sane sane.
Chiuso in via provvisoria con impaginazioni e bordi, uso il computer per gironzolare su Internet, diventando pesantemente addicted di macchianera.net saicosatispalmi (con i suoi derivati) e  del bel bordone.
Chiuso in via provvisoria il cassetto dei dolci, cerco qualcosa che non lasci traccia sul mio curriculum dentario, ma che scaldi e consoli come la cioccolata in tazza.
Che coccoli e scricchioli, come il caramellato alla castagna.
Che resista e conquisti, come i frutti di marzapane.
Che rassicuri e profumi, come la marmellata di fragole.
Che riempia e sazi, come la torta alla crema.
Che appiccici e leghi, come il croccante di mandorle.
Che ammordidisca e smussi, come lo zucchero filato.
Che riunisca e protegga, come le caramelle al miele.
Che rassereni e semplifichi, come la torta di mele.

Semplicemente che mi spieghi la verità, vi prego, sull'amore.


La verità, vi prego, sull’amore (W.H.Auden)

Alcuni dicono che l’amore è un bambino
e alcuni che è un uccello
alcuni dicono che fa girare il mondo
e altri che è solo un’assurdità;
e quando ho chiesto al mio vicino, che aveva tutta l'aria di sapere,
sua moglie si è seccata e ha detto che no,
che non era il caso.

Può assomigliare a un pigiama
o a del salame  dove non c’è da bere?
Per l’odore può ricordare un lama
o avrà un profumo consolante?
È pungente a toccarlo, come un pruno,
o lieve come morbido piumino?
È tagliente o ha gli orli lisci e soffici?
La verità, vi prego, sull’amore.

I libri di storia ne parlano
solo in piccole note a fondo pagina,
ma è un argomento molto comune
a bordo delle navi da crociera;
ho trovato che vi si accenna nelle
cronache dei suicidi,
e l’ho visto persino scribacchiato
sulle copertine degli orari ferroviari.

Ha il latrato di un cane affamato
o fa il fracasso di una banda militare?
Si può farne una buona imitazione
con una sega o con uno Steinway da concerto?
Quando canta alle feste, è un finimondo?
Apprezzerà soltanto musica classica?
Smetterà se si vuole un po’ di pace?
La verità, vi prego, sull’amore.

L’ho cercato nei chioschi del giardino
ma lì non c’era mai stato:
ho anche esplorato le rive del Tamigi
e l’aria balsamica delle terme.
Non so cosa cantasse il merlo
o che cosa dicesse il tulipano,
ma certo non era nel pollaio
e nemmeno sotto il letto.

Sa fare delle smorfie straordinarie?
Sull’altalena soffre di vertigini?
Passerà tutto il suo tempo alle corse,
o strimpellando corde sbrindellate?
Avrà idee personali sul denaro?
È un buon cittadino o mica tanto?
Ne racconta di allegre, anche se di spinte?
La verità, vi prego, sull’amore.

Quando viene, verrà senza avvisare,
proprio mentre mi sto grattando il naso?
Busserà la mattina alla mia porta,
o là sull’autobus mi pesterà un piede?
Arriverà come il cambiamento improvviso del tempo?
Sarà cortese o spiccio il suo saluto?
Darà una svolta a tutta la mia vita?
La verità, vi prego, sull’amore.

postato da: potaci alle ore 12:58 | Permalink | commenti
categoria:veneto, uno che la sapeva lunga
domenica, 11 gennaio 2009
Potaci: "E adesso dove state?"
Coda di Lupo: "Nel parcheggio qui vicino".
Un dialogo e una ricorrenza, due motivi buoni per postare questa


Khorakhané

Il cuore rallenta la testa cammina
in quel pozzo di piscio e cemento
a quel campo strappato dal vento
a forza di essere vento

porto il nome di tutti i battesimi
ogni nome il sigillo di un lasciapassare
per un guado una terra una nuvola un canto
un diamante nascosto nel pane

per un solo dolcissimo umore del sangue
per la stessa ragione del viaggio viaggiare
Il cuore rallenta e la testa cammina
in un buio di giostre in disuso

qualche rom si è fermato italiano
come un rame a imbrunire su un muro
saper leggere il libro del mondo
con parole cangianti e nessuna scrittura

nei sentieri costretti in un palmo di mano
i segreti che fanno paura
finché un uomo ti incontra e non si riconosce
e ogni terra si accende e si arrende la pace

i figli cadevano dal calendario
Yugoslavia Polonia Ungheria
i soldati prendevano tutti
e tutti buttavano via

e poi Mirka a San Giorgio di maggio
tra le fiamme dei fiori a ridere a bere
e un sollievo di lacrime a invadere gli occhi
e dagli occhi cadere

ora alzatevi spose bambine
che è venuto il tempo di andare
con le vene celesti dei polsi
anche oggi si va a caritare

e se questo vuol dire rubare
questo filo di pane tra miseria e sfortuna
allo specchio di questa kampina
ai miei occhi limpidi come un addio

lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca
il punto di vista di Dio

Cvava sero po tute
i kerava
jek sano ot mori
i taha jek jak kon kasta

Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna

vasu ti baro nebo
avi ker
kon ovla so mutavia
kon ovla

perché l'aria azzurra
diventi casa
chi sarà a raccontare
chi sarà

ovla kon ascovi
me gava palan ladi
me gava
palan bura ot croiuti

sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali
postato da: potaci alle ore 22:30 | Permalink | commenti (1)
categoria:bologna, campo nomadi, uno che la sapeva lunga
mercoledì, 31 dicembre 2008
Dal libro che ho appena finito, "Allunaggio di un immigrato innamorato", un augurio per il nuovo anno:

"Se non puoi dire quello che pensi, almeno evita di pensare cazzate..."

Altri auguri, stesso libro:

"Spero che stasera l'elenco delle persone che voglio incontrare non sia più corto di quelle che mi hanno fermato per strada. Salvo il margine aperto ai carabinieri".

Infine, sempre da lì:

La finestra è aperta, guardo la luna che mi sussurra: "Che cosa ti porto?"
"Sogni!"


Buon 2009
postato da: potaci alle ore 12:00 | Permalink | commenti
categoria:veneto, uno che la sapeva lunga
lunedì, 29 dicembre 2008
Ci vogliono delle occasioni, in queste giornate di ghiaccio.
Ad esempio, la mia coraggiosa auto viola (facciamo blu? No, meglio viola, o forse blu sbiadito a causa delle imperdonabili disattenzioni del pero in giardino, che proietta la sua ombra estiva su gatti e passeri. Su animali Ford, invece,mai) proprio lei domani mi darà occasione di far festeggiare un degno Capodanno al mio meccanico, poichè le lancette del quadro dei comandi sono diventati oltremodo insolenti e disobbedienti, rifiutando di muoversi anche se è stato dato loro un ordine preciso più volte.
Ci vogliono delle occasioni per uscire di casa a sfidare il gelo e le lastre di ghiaccio che il territorio bellunese distribuisce a tutti i suoi felici abitanti (felicissimi, secondo gli ultimi dati pervenuti).
L'occasione di oggi è stata rivedere un amico distantissimo che voterebbe Obama se potesse ma ancora non so cosa gli manchi, che la carta verde non era quella per farsi fare gli sconti sui treni? Insomma vive da un'altra parte e si occupa principalmente di come le persone si incontrino,  del quando e soprattutto come del mai non si mandino affanculo alla prima occasione. Cose così. Più o meno.
Quindi oggi ho avuto occasione non solo di sfogliare, scambiare idee varie e pianificare a tavolino un metodo per conquistare l'Italia, ma anche di farmi venire in mente dei versi che avevo quasi dimenticato.
Perchè nell'eterna lotta tra sociologia e poesia, il mio voto va alla vecchia cara Wislawa.


CONTRIBUTO ALLA STATISTICA
Su cento persone:

che ne sanno sempre più degli altri
-cinquantadue;

insicuri ad ogni passo
-quasi tutti gli altri;

pronti ad aiutare,
purchè la cosa non duri molto
-ben quarantanove;

buoni sempre,
perchè non sanno fare altrimenti
-quattro, be', forse cinque;

propensi ad ammirare senza invidia
-diciotto;

viventi con la continua paura
di qualcuno o di qualcosa
-settantasette;

dotati per la felicità,
-al massimo poco più di venti;

innocui singolarmente,
che imbarbariscono nella folla
-di sicuro più della metà;

crudeli,
se contretti dalle circostanze
-è meglio non saperlo
neppure approssimativamente;

quelli col senno di poi
-non molti di più
di quelli col senno di prima;

che dalla vita prendono solo cose
-quaranta,
anche se vorrei sbagliarmi;

ripiegati, dolenti
e senza torcia nel buio
-ottantatrè
prima o poi;

degni di compassione
-novantanove;

mortali
-cento su cento.
Numero al momento invariato.

Wislawa Szymborska
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