martedì, 08 settembre 2009
Ho visto un film in cui ad un ragazzino crescevano le branchie quando doveva tuffarsi sott'acqua.
Va be', ho visto un pezzo di Harry Potter e 'sto nano di mago ad un certo punto, per affrontare una prova sul fondo di un lago, si trasforma in una specie di anfibio verde striato.
E poi va.
Caccia la testa sul fondo, si dà la spinta e nuota sereno.
Nuota pochissimo in realtà, ma questo non conta visto che è l'eroe e quindi in otto secondi netti attraversa il lago (che sembra grande come l'Oceano) e trova ciò che sta cercando. E salva pure una che non c'entrava niente, mentre è lì negli abissi. Gli viene ovviamente facile, rinunciare all'ossigeno per slegare dalle alghe la prima biondina che passa.
Questo per dire che non è semplice trovare la poesia tutti i giorni. Non ce n'è in Harry Potter che trionfa a mani basse sul male, sull'egoismo, sulle ingiustizie. Manca solo che trovi pure il rimedio alle tarme o vinca a "Sarabanda".
Non sempre c'è poesia da queste parti.
E' arrivato il vento di settembre, purtroppo qui gli eroi scarseggiano (e di maghi neanche l'ombra) così mi tocca mettere il maglione coi bottoni e sperare di tenerlo slacciato ancora per un'altra settimana.
Il vento c'è, la poesia no.
Il vento porta aria di decisioni, di nostalgia, di funghi che crescono bassi, di portici che si riempioni di foglietti colorati. Ci sono strade che so a memoria in due regioni diverse. Di alcune so le curve, i muri a secco, i portoni con la vernice verde scrostata. So i rovi, i cani e il periometro degli orti.
Di altre so l'odore acre, le ombre e le luci, le merci impilate, la storia che ti sbiarcia da sotto il volto. So le scritte, le vetrine e le mani tese dei mendicanti.
Leggendo bene questi elenchi, mi sa che ho sbagliato.
Mi sa che ce n'è troppa di poesia, in questi giorni, attorno a me.
E io non so quale delle due mi piaccia di più.
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categoria:vacanze, bologna
giovedì, 06 agosto 2009
Pace amore e gioia infinita.

Domani parto per le vacanze e questo mi mette addosso una pace karmica. Ma anche, non può mancare,  un nervosismo da szdaura, come dicono qua.
Tutte le valigie da fare, mettere le pile di maglette nelle borse, che bastino per dopo ferragosto, per dopo il venti, per dopo la montagna con le mattarelle, e chissà che altro.
Tutte le mail mandate, tutte le mani strette, tutte le facce incontrate con distribuzione rituale di compiti per le vacanze.

Un disordine totale nella pancia e un mare di buon propositi.

La stanchezza di chi non si è risparmiato (citazione) mi accompagna, quindi so che quando tonerò ci sarà sempre il solito casino tremendo, ma avrò anche qualcuno che mi passa il filo giusto per cominciare a sbogliarlo, o se non altro si vedrà ancora l'ultimo pezzo di strada buono fatto assieme.

Piccole cose, piccole case nei progetti futuri personali e lavorativi.
Piccoli libri, piccole pozioni nel presente di quasi vacanza.
Piccoli propositivi, dicevamo: chiedere molto meno scusa, leggere Pavese, occuparmi delle mie ginocchia.
E ovviamente: pace,  amore e gioia infinita.
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categoria:vacanze, bologna
martedì, 02 giugno 2009
I post-it sulla scrivania mi ricordano che il ponte è finito e domani si torna a riattaccare futuri con lo scotch.

Ho fatto del mio meglio in questi due giorni per accumulare serenità e non è stato sempre facile. In particolare, non è stata una passeggiata riprendere le fila dopo la brutta caduta di sabato. Un momento di disattenzione e l'occhio cade sulle imperfezioni, ancora così difficili da accettare. I difetti diventano voragini, abissi tra me e la serenità, in queste fessure si incastra il senso di colpa e allora addio sorrisi e tutto il resto.
Da lì in poi è in discesa, leggo le rughe come "malattia" e passo il pomeriggio a guardare il mio dolore. Perchè la scorciatoia si chiama così: etichettare un passaggio della vita come malattia, togliendo la possiblità che sia solo un momento, solo una piccola sosta nel crescere. A me piace, poi, sentirmi così, vulnerabile, mi sebra che le mie lacrime mi proteggano dalla violenza del mondo. Invece no.
Quindi, da oggi meno etichette e più amiche con cui raccontare fitto e uscire a bere un rosso, alla fine.

Per descrivere questa orribile tendenza alla patologia, rubo un elenco da "Sono io che me ne vado", di Violetta Bellocchio.
"I dintorni del Lago di Garda sono pieni di posti come il nostro. Cliniche per ragazze con disturbi dell'alimentazione. Cliniche per ragazze che prendono pillole. Clinche per ragazze che si svegliano prima dell'alba. Cliniche per ragazze che hanno un rapporto preferenziale con Gesù. Cliniche per ragazze figlie di altre ragazze. Cliniche per ragazze con le calze strappate. Cliniche per ragazze che vendono zucchero filato. Cliniche per ragazze che vendono scimmie di mare. Cliniche per ragazze che vanno a dormire la sera e si svegliano la mattina. Cliniche per ragazze con le labbra masticate. Cliniche per ragazze che bevono acqua e sputano benzina.
Cliniche per ragazze allevate dai cani. Cliniche per ragazze vestite di rosso. Cliniche per ragazze vestite di bianco. Cliniche per ragazze che danno confidenza agli sconosciuti. Cliniche per ragazze con una striscia di fuoco lungo la schiena. Cliniche per ragazze che rispondono al telefono. Cliniche per ragazze allevate nelle Convenzioni di Ginevra. Cliniche per ragazze che si mettono il rossetto con le dita dei piedi. Cliniche per ragazze avvitate troppo strette".

Sono solo una ragazza. Questo me lo dimentico pure io, qualche volta, riprendo in mano la matita rossa e con ira segno il mio corpo come un campo di battaglia. E la mente pure. E anche la scrivania, se faccio in tempo.
Imparare a mettere giù la matita e guardare per bene fuori dalla finestra è un compito ancora da finire.
Però questo fine settimana mi ha insegnato che non mi serve una clinica, per quanto bizzarra possa essere. Non mi serve una matita rossa. Non mi serve un metro per giudicare le facce, uno per i gesti, uno per le azioni.
Mi basta avere ben chiaro a che ora è il treno e che scarpe sono adatte per correre, questa volta.
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categoria:vacanze, bologna, buco nella tasca
martedì, 06 gennaio 2009
I matti vanno contenti, tra il campo e la ferrovia.
A caccia di grilli e serpenti, a caccia di grilli e serpenti.
I matti vanno contenti a guinzaglio della pazzia,
a caccia di grilli e serpenti, tra il campo e la ferrovia.


La canzone inizia con due note e la voce: cantautore ormai di una certa età, con il tabacco a far fuori le note più alte. Comincia con una frase ripetuta, per chiarire di che si parla.
Si parla di matti, visti lungo le solite strade, un po' dondolanti. Difficile dar loro un'età, per noi abituati a trattarli da eterni bambini. Spesso non ci accorgiamo delle rughe che segnano le guance e del passo che va più lento.

I matti non hanno più niente, intorno a loro più nessuna città,
anche se strillano chi li sente, anche se strillano che fa.
I matti vanno contenti, sull'orlo della normalità,
come stelle cadenti, nel mare della Tranquillità.


La canzone continua a ribadire il concetto, si parla prorpio di quelli lì, quelli lasciati soli da una diagnosi che finisce in -oide, -ettico, -istico, -astico. Una scritta amara che segna il confine con la normalità e li condanna ad essere sempre in discesca, come stelle sì, ma cadenti, perchè non bastano le dita di due mani per contare i limiti della loro felicità, così come non bastano per mettere in fila il numero degli ostacoli.

Trasportando grosse buste di plastica del peso totale del cuore,
piene di spazzatura e di silenzio, piene di freddo e rumore
.

La canzone poi fa una breve pausa, seguita da questa frase che arriva come scheggia di vetro nel bicchiere. Fa male e te ne accorgi. perchè davvero, questi matti poi accumulano, mettono via, nascondono dentro le sporte cose che non riescono a possedere, il desiderio di un figlio, la voglia di dare un bacio, il fremito che viene dal guidare un'auto in velocità, la gioia del matrimonio, l'emozione di aprire per la prima volta la porta della propria casa, il sentirsi adeguato.  

I matti non hanno il cuore o se ce l'hanno è sprecato,
è una caverna tutta nera.
I matti ancora lì a pensare a un treno mai arrivato
e a una moglie portata via da chissà quale bufera.


La canzone raggiunge qui il suo punto centrale, l'autore sembra quasi che un po' s'incazzi. Perchè è chiaro il concetto che i matti ti si affezionano subito,non hè che proprio si innamorano. Quindi è facile che scatti lo sguardo tenere, di compassione. Come con un passero ferito, che non sai come guarire, suscitano tenerezza. I matti sembrano così, alla fine. Non sono mica persone, stanno ore a pensare a desideri passati, amori andati via, promesse non mantenute. Magari sono anche capaci di piangere, per un amore tradito. Loro, i matti.

Loro sono le nostre paure: improvvisamente li chiamiamo diversi per poterci definire uguali e normali.
Li consideriamo sempre piccoli, da coccolare, mai adulti da ripsettare e con cui fare dei passi avanti verso il desiderio personale e la crescita.

I matti senza la patente per camminare,
i matti tutta la vita, dentro la notte, chiusi a chiave.
I matti vanno contenti, fermano il traffico con la mano,
poi attraversano il mattino, con l'aiuto di un fiasco di vino.


La canzone poi si dilunga a ribadire il concetto, che loro non possono andar in giro da soli e quindi noi che siamo normali li dobbiamo aiutare. Loro tanto sono sempre contenti, ridono spesso se li porti fuori a cena e se li fai ballare. Gli basta questo per far finta di non essere soli. A loro, ai matti.

Si fermano lunghe ore, a riposare, le ossa e le ali,
le ossa e le ali, e dentro alle Chiese ci vanno a fumare,
centinaia di sigarette davanti all'altare.


La canzone finisce che l'autore un po' fa capire di non essere molto d'accordo con il resto del testo. Infatti ai matti improvvisamente spuntano le ali. E com'è che possono entrare in Chiesa? E com'è che ci possono fumare? Sembrano quasi quelli che stanno dalla parte di Dio.
Il problema è che strisciano, fanno sempre ridere, fanno spesso pena. Difficile trattarlo da adulto, un matto. Se è matto, non può essere anche adulto.

Invece, poi, proprio il matto finisce che se ne sta lì, in prima fila, a spartirsi il tabacco con Dio e a spiegare che l'amore è cieco, ma i matti ci vedono benissimo. E si sono leggermente stufati di esser trattati da bambini.



Sono tornata da una settimana di vacanza con le mie matterelle.
Spero di riuscire a scrivere dell'altro presto. Questo era un piccolo sfogo, ho dentro un grumo di emozione, vorrei  trovare presto di bandolo della matassa.
Grazie a Francesco de Gregori.
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categoria:vacanze, veneto, mento a parte
giovedì, 14 agosto 2008
"Il meglio che possa capitare ad una brioche" è di stare lontana dai  libri di Tusset. E non solo a lei.
Va be', comunque ho finto questo romanzo qui e non mi è piaciuto per niente. Scrittua lineare, senza svolazzi e senza chicche, senza brio e senza lanci. Trama passabile, ma con continue anticipazioni che ti fanno venir voglia di prendere l'autore  per il colletto della camicia e dirgli: "HO CAPITO che tu sai già come va a finire, ma se non me lo vuoi dire, mollami!".
L'unica consolazione che mi rimane è che l'ho preso in biblioteca, e che quindi non ho sponsorizzato l'autore e il suo pseudo-talento creativo.
Ma come al solito, non posso rinuniciare a scrivere una citazione. La frase non c'entra niente con la trama, ma è una delle poche pagine passabili del libro, in cui l'arroganza superficiale e costruita del narratore sembra quasi sopportabile.

"Parli così perchè non sei innamorato."
"Può darsi. Ma mi è costato talmente tanto innamorarmi di me stesso che non ho più voglia di fare uno sforzo del genere per qualcun altro".

P. Tusset "Il meglio che possa capitare ad una brioche"
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martedì, 12 agosto 2008
Cortesia, colazione, casa

Lunedì ho inaugurato la mia seconda settimana di ferie facendo colazione  appoaggiata ad un tavolo di legno chiaro, ben diverso dal noce affidabile della mia cucina, in una casa lontanissima, tra gatti sconosciuti che mi guardavano curiosi. Fuori dalla finestra c'era il Mar Tirreno, e non le vecchie care Prealpi o i vecchi cari e basta del parco con cui confino a Bologna. Un mare in grande stile, apparecchiato anche lui per dirmi che potevo spassarmela ancora un po', giusto il tempo di addentare una brioche di sfoglia.
Sarebbe una meraviglia avere una casa così, sul mare, anche soio per bere il primo caffè del mattino davanti alle onde che macinano grani e pensieri.
Poi c'era una tovaglia di cotone, un po' consunta negli angoli, con dei disegni floreali, qualche accenno di rosso e marrone, due righe gialle a far capolino, frammenti di bianco per ridare spazio al disegno. Era un pezzo di stoffa comune, con la faccia di chi sa fare il proprio lavoro. Sembrava un barista di mezza età, di quelli con la pancetta e il codino brizzolato: tu entri, lui ti sorride e vuole farti senite a tuo agio, magari ti mette pure un po' di zucchero in più, giusto per farti capire che sei in buone mani.
Una tovaglia così.
Un vassoio sbagliato. Capita, a volte, di comprare delle cose solo perchè ci sembrano simpatiche, magari anche utili, quando le vediamo sullo scaffale del reparto casalinghi. Capita anche di arrivare a casa e di scoprire che sono pesanti, poco funzionali e in definitiva fuori da ogni graziadiddio. E questa è la storia made in ikea del vassoio che ho usato lunedì mattina: una lastra in pura plastica decorata con delle fragole presuntuose e scritte da overdose di allucinogeni.
Due tazze, sul vassoio. La mia era gentile, un po' sgargiante, contenta di mettersi in mostra con la sua fila di ananas gialli disegnata tutt'intorno al bordo superiore e. già che c'era, anche sul piattino.
Quella del Brontosauro era più umile e portava bene l'abitudine al soffio leggero per raffreddare il the, che le scompigliava le margherite sul bordo. Alta, semplice e con un tono dimesso, sembrava quasi volersi scusare del fatto che superava di due centimetri buoni quella giovinetta impettita della tazza con gli ananas.
No, niente zucchero.
Tovaglioli di stoffa, spaiati ma divertiti, entusiasti di farsi un giro mattutino sul tavolo, tanto allegri da dover essere imbrigliati con due semicerchi di paglia per restare un po' fermi.
Cucchiani di rappresentanza, che se ne stanno lì un po' offesi perchè nessuno li avrebbe usati.
Non so perchè mi viene da descrivere tutto questo: non è altro che un tavolo apparecchiato.
La colazione non è stata particolarmente ricca, nè pregna di rivleazioni scottanti, senza nessuna confessione  drammatica o incontro folgorante.
O forse lo so.
Scrivo tutto questo per ricordarmi che la cortesia può essere anche gratis, come la colazione  tra le mura di ogni giorno. Non c'è per forza qualcuno che ti presenta lo scontrino, dopo un gesto d'affetto o di cura particolare. Sembra banale, ma dopo solo un giorno  at homesweethome mi pare d'averlo quasi dimenticato. Qui non passa mai nessuno per il caffè, vietato far salire gli amci, parlare troppo forte al telefono, lasciare la porta aperta a lungo. 
Non ricordo l'ultima volta che qualcuno ha varcato la soglia di questa casa solo per una tazza di the, o per assaggiare una torta fatta in casa. Non so esattamente dove sia la zuccheriera per gli ospiti. Il nostro servizio buono ha abdicato secoli fa. 
Ecco, descrivo per ricordarmi che questa non è la normalità, che senza scadere nella gentilezza innata tipica dei nasetti sardi, si può essere ospitali, aperti, lasciare che qualcuno entri in casa tua senza sentirla come un'invasione, o una fuga della tranquillità.
Scrivo per ricordarmi di comprare delle tazze con su l'ananas, in modo da poter restituire questa cortesia, e poi un'altra volta, e poi un'altra volta ancora.
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categoria:vacanze, veneto, tagliare la pelle del cuore
martedì, 05 agosto 2008
La Sardegna intorno.

Inizio agosto in vacanza, Il telefono di lavoro lasciato in Veneto, i problemi universitari abbandonati su una scrivania a Bologna, le incomprensioni familiari appoggiate su un comodino dell'alto bellunese, gli sbalzi del cuore appianati da un'ora d'aereo.
Prima di partire, riflettevo su dove voglio abitare in futuro.
Ho accettato un lavoro che mi terrà in Emilia per il prossimo anno e mezzo, e non è poco. Si tratta di fare quello che volevo da piccola, in una città che non mi sarei mai immaginata. Ne parlavo con un'amica di sempre, che racconta di stazioni e passaggi.
Sarà banale, ma la conclusione è stata questa: in fin dei conti, non c'entra più di tanto il posto in cui abiti. L'importante è che tu riesca a tenere sotto controllo i piedi, a dir loro dove andare. Dove fermarsi per incontrare delle persone, dove correre per scaricare la tensione. Serve avere la serenità tra il cuore e il cervello, senza dare per scontati i problemi. Riuscire ad affrontare le difficoltà inserendole in un percorso di crescita personale, più che smaddonare e desiderare d'essere altrove.
Esserci, insomma, con tutte le dita e le cartilagini in aggiunta.
Far pace con le domande inutili che mi sono posta in questi mesi, per permettere allo specchio di restituirmi un'immagine completa, non solo frammenti.
Poi, per il luogo c'è sempre tempo.
Oh, poi non so micca come andrà a finire, non son qui a tenre l'editoriale di "Donna Moderna" nè a dispensare perle di saggezza, solo scrivo per fare chiarezza, per riassumere un po' i passi fatti riguardo alle domande che mi saltano in testa in questi giorni.

Per il resto, sono in Sardegna.
Scrivo dal pc di un amico conosciuto a Bologna che ospita me e il Brontosauro toscano (qui appaiono problemi di definizione non risolti. Appena capirò come vanno le cose, gli dedicherò un avatar e una riga più decente) per questi giorni di vacanza. Una Sardegna di paese, poco lontano da Oristano. Ho fatto un vagone di chilometri per trovarmi in un borgo in collina che sembra il mio villaggetto veneto. E capire che davvero, c'è un sacco di mondo da scegliere, ma prima di tutto bisogna scegliere di essere tutti interi e rispettarsi sul serio.

Spero in questi giorni di reincontrare qualche pagliaccio sassarese, amici conosciuti qualche tempo fa...ci scapperà l'incontro a metà strada?O dovrò tornare ad Alghero, in una certa focacceria che ci sfamò per alcuni giorni nel settembre 2007?
Per il momento passeggio tra nuraghe e parlo di cose bizzarre, tipo il formaggio di capra dentro i dolci.Oggi sono stata un po' a prendere il sole sulla spiaggia di S'Arceddu, ciottoli e sabbia. Barchette di pescatori, roccia calcarea bianca.
Poi scarpinata a vedere Nuraghe Losa, spettacolo dell'edilizia e delle pietre che stan su da sole.
Poi sono in vacanza, e scriverò presto.
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categoria:vacanze, tagliare la pelle del cuore