Ascolto quel corvo di Vinicio Capossela leggere "Il canto di Natale" di Dickens. Sono decisamente fuori stagione, ma mi lascio trasportare dalle parole e l'attenzione si ferma nel momento in cui appare il primo fantasma, vecchio ammuffito che trascina catene. La sagoma spiega così la sua sorte e il suo doversi tirare dietro pesi per l'eternità:
“Deve ogni uomo - rispose lo Spettro - con l'anima che ha dentro girare in mezzo ai suoi simili, viaggiare il più che può; se non lo fa in vita, è condannato a farlo in morte. È dannato ad errare pel mondo, oh me infelice! A vedere il bene senza poterlo godere, quel bene che avrebbe potuto dividere con gli altri sulla terra e che avrebbe fatto la sua felicità!”
Qui lo Spettro mise un altro strido, squassò la catena, si torse le mani diafane.
“Siete incatenato” osservò Scrooge, tremando “Perché?”
“Porto la catena che mi son fabbricato in vita - rispose lo Spettro. - L'ho fatta io stesso anello per anello, pezzo a pezzo; io stesso me la cinsi per volontà mia, e di volontà mia la portai”.
Lo Spettro dice, parafrasi by Potaci, che ognuno decide se incatenare la propria anima, se farla diventare secca come le castagne e le mele in autunno, o se farla fiorire e risplendere, liberandola in giro per il mondo.
In questi giorni, come si evince anche dal post precedente, sono stata un po' fabbro e ce l'ho messa tutta, per forgiarmi, con le fiamme della tristezza, un bel paio di catene da trascinare per l'eternità. Ma il calore di quel subdolo fuoco non veniva percepito dagli altri, che da fuori mi vedevano ferma a prendere polvere e raffreddare, come un pezzo di pane buono ormai solo per i conigli.
E così queste persone attorno a me hanno soffiato sulla cenere un bel po', finché non ho indossato i miei pantaloni rosa e le scarpe da corsa. Mollette nei capelli e voglia di fare, ecco che mi sono dedicata ad una cosa che mi fa stare sempre bene. I miei amici, e il mio paese.
Piccola città bastardo posto, dice Guccini, e delle volte non ha neanche torto. Ma alla fine, un paese è composto di persone come io, che cambiano, crescono e magari hanno voglia di tirarsi su le maniche e fabbricare comunità.
E così è stato, porca paletta, una sagra coi fiocchi!
Una festa per quelli del posto e per chi era di passaggio, un momento di ritrovo per gli amici di una vita e per le famiglie in giro per il ponte. Tre giorni di festa paesana in un centro che non conta più di ottocento abitanti non cambiano il mondo. Ma forse lo colorano un po', e quindi mi sono impegnata per dare anche io la mia mano di pittura, ovviamente rosa, a questa sagra paesana.
Ho fatto quello che mi andava di fare, e niente di più. Per questo non finirò mai di ringraziare tutti i volontari che hanno collaborato alla riuscita di questa manifestazione. Perché è bello potersi occupare esattamente di ciò che ci sta più a cuore, invece di dover pensare ai fusti di birra o ai conti che non tornano. Così mi hanno lasciato fare una festa per i bambini, con la mia socia storica, amicaquasisorella, e le compari fidate. Un pomeriggio di giochi all'aperto e pizza finale sotto il tendone, con queste persone a tenere ben a bada il mio malumore e a prendermi per le orecchie quando stava per scapparmi la pazienza.
E poi...La Corrida! Dilettanti allo sbaraglio su un palco grande come la mia scrivania, a far vedere i loro talenti!Una domenica sera come tante resa un po' più allegra dall'intraprendenza di dieci concorrenti, che si sono messi in gioco e sfidati per il pubblico. Io ho fatto la valletta. Ciao mamma, televotami anche tu!!Sì va be’, sempre con i pantaloni rosa e le scarpe da corsa. Un abbigliamento poco consono alla serata, ma forse quanto mai adeguato al colore del mio cuore in quel momento. Una cosa da niente, una piccola gara di paese, ma bella.
E il vecchio amico elettricista che costruisce un semaforo per le votazioni.
Ho scelto i giurati, che compito di responsabilità!Ci ho messo dentro due occhi che non si dimenticano e la mia maestra delle elementari, una neomamma e una signora affascinante, quelli del laboratorio biopolitico e quelli della gara di biciclette, due ragazze coi codini e poi basta che valutare non è un compito che possono svolgere tutti.
Le prime ad esibirsi, quattro bambine della Endemol Generation, dieci anni e cappello coi lustrini. Hanno ballato una canzone glamour con i loro pantaloni fashion, sembravava che rincorressero un'età e un'immagine legata ai bagliori della tv. Ma in fondo erano emozionate come tutte le loro coetanee quando c'è il papà a guardarti tra il pubblico, e questo mette i conti in pari.
Poi due balli country, seri seri. Gli uomini con il cappello, le donne con gli stivaloni, sembravano gli spazzacamini di Mary Poppins "Senza parole, viene come vien, gambe all'aria tutti insiem!". Spettacolo davvero affascinante, come facciano dieci persone a ballare gomito a gomito senza provocare una catena di contusioni e fratture multiple rimane per me un mistero.
Poi il poeta. Cappello azzurro, dimestichezza col pubblico. Un personaggio locale che a settant'anni suonati mette in fila rime in dialetto per descrivere il suo paese, galline e case incluse. Leggero, rumoroso, vivo. Pioggia di applausi e un pensiero della mia polacca preferita: "Preferisco il ridicolo di scrivere poesie al ridicolo di non scriverle".
Poi tre clown. Camuffati, ma sempre clown. Due blues brothers e una Aretha Franklin in salsa bellunese ad insistere sulle note di "Think". Ovazione per le mossette della cantante, che saltella come un grillo sovrappeso con la faccia dipinta di nero. Tre ragazzi che si son mangiati il palco e anche buona parte del pubblico, dimostrando che basta crederci, poi si riesce anche a sculettare come la regina del blues.
Poi un altro clown. Giocoliere, 'stavolta. Un virtuoso del diablo, gravemente penalizzato dall'incapacità alcolica dell'addetto al semaforo, che fa scattare l'applauso il nostro eroe juggler aveva finito il suo numero da un pezzo e se ne stava già nel parcheggio cercando le chiavi della macchina. Invidia, perché io non sono capace neanche di far funzionare uno yo-yo, figuriamoci due diablo sullo stesso filo.
Poi uno dei musicisti storici del paese, che canta a squarciagola un pezzo sul vino. O almeno credo. Mentre si esibiva, ero troppo occupata a contare quanti miei ex abitatori di cuore fossero racchiusi in uno spazio di settanta metri quadri. Due. Su tre. No comment.
Poi un altro cantante, che alla fine si è parecchio arrabbiato perché non ha vinto. Non riesco a capire perché, è un mondo difficile questo. Vengono premiati quelli che hanno fatto le prove prima di venire sul palco, ma guarda un po'. Durante la sua esibizione si è pure messo a piovere. Secondo me si è trattato di un chiaro esempio di sabotaggio comunista.
Poi "Madonnina dai Riccioli d'oro", grande classico della sagra di paese. Cantata a squarciagola da un personaggio uscito fuori da una canzone della Bandabardò, quella che fa "senza freddo e senza fame, ubriaco canta amore alle persiane". Cantata così, con la sfrontatezza e delicatezza di uno che vuole esserci, perché è qui che è cresciuto.
Infine, un duo blues. Lei sottile e appassionata, canta con dedizione e grinta. Lui fascino e chitarra, la accompagna senza coprirla, e viene fuori una ballata che ti fa venire voglia di avere qualcuno a fianco, per potergli stringere la mano finché durano le note.
Si vota, si vince, si premia.
No, non lo dico chi ha vinto, sennò che cosa scrivo domani?