lunedì, 19 ottobre 2009

E’ poi questa, la stagione buona per innamorarsi.

Questo ottobre generoso, con delle giornate limpide e fredde. Un vento sottile che punge la faccia quando vai in giro e ti vien voglia di trovare tasche in cui infilare le mani.

Molti ottobre fa, combattevo con l’adolescenza e cercavo tasche a più non posso. Così mi sono innamorata di una felpa. Nera, o forse bordeaux. Una di quelle col cappuccio, un po’ rapper americano. Stava addosso ad un ragazzo magro e ho pensato che non mi sarebbe poi stata tanto male.

Più di quella felpa, ricordo ora con dolcezza un maglione color nocciola con delle righe arancioni blu e tutte le volte che l'ho nascosto nell'armadio per non doverlo più vedere.

La vita poi pretende cambi di stagione, curve e battute d’arresto. Ci siamo persi di vista, dopo aver percorso strade di gioia ma anche di cattiveria e dolore. Quello vero, che non ne hai mai provati prima perché sei troppo giovane per ricordare.

Indossa ancora dei bellissimi maglioni ed è ancora molto magro, quel ragazzo. Viene sempre molto bene in foto e scrive sempre con passione.

Non mi parla, o una cosa del genere.

Comunque, la prossima volta non mi farò spaventare da nessun maglione o da nessuna giacca abbottonata.

E gli dirò che  ho ascoltato da vivo questa canzone.


postato da: potaci alle ore 21:30 | Permalink | commenti
categoria:bologna, veneto, tagliare la pelle del cuore
domenica, 15 febbraio 2009
Improvvisamente è domenica e leggo un libraccio, un romanzetto con il lieto fine scritto già nella seconda pagina.
Chiuso in via provvisoria con saggi et similia, mi dedico finalmente alle trame, agli intrecci, a personaggi che sospirano e bevono caffè per dieci pagine sane sane.
Chiuso in via provvisoria con impaginazioni e bordi, uso il computer per gironzolare su Internet, diventando pesantemente addicted di macchianera.net saicosatispalmi (con i suoi derivati) e  del bel bordone.
Chiuso in via provvisoria il cassetto dei dolci, cerco qualcosa che non lasci traccia sul mio curriculum dentario, ma che scaldi e consoli come la cioccolata in tazza.
Che coccoli e scricchioli, come il caramellato alla castagna.
Che resista e conquisti, come i frutti di marzapane.
Che rassicuri e profumi, come la marmellata di fragole.
Che riempia e sazi, come la torta alla crema.
Che appiccici e leghi, come il croccante di mandorle.
Che ammordidisca e smussi, come lo zucchero filato.
Che riunisca e protegga, come le caramelle al miele.
Che rassereni e semplifichi, come la torta di mele.

Semplicemente che mi spieghi la verità, vi prego, sull'amore.


La verità, vi prego, sull’amore (W.H.Auden)

Alcuni dicono che l’amore è un bambino
e alcuni che è un uccello
alcuni dicono che fa girare il mondo
e altri che è solo un’assurdità;
e quando ho chiesto al mio vicino, che aveva tutta l'aria di sapere,
sua moglie si è seccata e ha detto che no,
che non era il caso.

Può assomigliare a un pigiama
o a del salame  dove non c’è da bere?
Per l’odore può ricordare un lama
o avrà un profumo consolante?
È pungente a toccarlo, come un pruno,
o lieve come morbido piumino?
È tagliente o ha gli orli lisci e soffici?
La verità, vi prego, sull’amore.

I libri di storia ne parlano
solo in piccole note a fondo pagina,
ma è un argomento molto comune
a bordo delle navi da crociera;
ho trovato che vi si accenna nelle
cronache dei suicidi,
e l’ho visto persino scribacchiato
sulle copertine degli orari ferroviari.

Ha il latrato di un cane affamato
o fa il fracasso di una banda militare?
Si può farne una buona imitazione
con una sega o con uno Steinway da concerto?
Quando canta alle feste, è un finimondo?
Apprezzerà soltanto musica classica?
Smetterà se si vuole un po’ di pace?
La verità, vi prego, sull’amore.

L’ho cercato nei chioschi del giardino
ma lì non c’era mai stato:
ho anche esplorato le rive del Tamigi
e l’aria balsamica delle terme.
Non so cosa cantasse il merlo
o che cosa dicesse il tulipano,
ma certo non era nel pollaio
e nemmeno sotto il letto.

Sa fare delle smorfie straordinarie?
Sull’altalena soffre di vertigini?
Passerà tutto il suo tempo alle corse,
o strimpellando corde sbrindellate?
Avrà idee personali sul denaro?
È un buon cittadino o mica tanto?
Ne racconta di allegre, anche se di spinte?
La verità, vi prego, sull’amore.

Quando viene, verrà senza avvisare,
proprio mentre mi sto grattando il naso?
Busserà la mattina alla mia porta,
o là sull’autobus mi pesterà un piede?
Arriverà come il cambiamento improvviso del tempo?
Sarà cortese o spiccio il suo saluto?
Darà una svolta a tutta la mia vita?
La verità, vi prego, sull’amore.

postato da: potaci alle ore 12:58 | Permalink | commenti
categoria:veneto, uno che la sapeva lunga
martedì, 06 gennaio 2009
I matti vanno contenti, tra il campo e la ferrovia.
A caccia di grilli e serpenti, a caccia di grilli e serpenti.
I matti vanno contenti a guinzaglio della pazzia,
a caccia di grilli e serpenti, tra il campo e la ferrovia.


La canzone inizia con due note e la voce: cantautore ormai di una certa età, con il tabacco a far fuori le note più alte. Comincia con una frase ripetuta, per chiarire di che si parla.
Si parla di matti, visti lungo le solite strade, un po' dondolanti. Difficile dar loro un'età, per noi abituati a trattarli da eterni bambini. Spesso non ci accorgiamo delle rughe che segnano le guance e del passo che va più lento.

I matti non hanno più niente, intorno a loro più nessuna città,
anche se strillano chi li sente, anche se strillano che fa.
I matti vanno contenti, sull'orlo della normalità,
come stelle cadenti, nel mare della Tranquillità.


La canzone continua a ribadire il concetto, si parla prorpio di quelli lì, quelli lasciati soli da una diagnosi che finisce in -oide, -ettico, -istico, -astico. Una scritta amara che segna il confine con la normalità e li condanna ad essere sempre in discesca, come stelle sì, ma cadenti, perchè non bastano le dita di due mani per contare i limiti della loro felicità, così come non bastano per mettere in fila il numero degli ostacoli.

Trasportando grosse buste di plastica del peso totale del cuore,
piene di spazzatura e di silenzio, piene di freddo e rumore
.

La canzone poi fa una breve pausa, seguita da questa frase che arriva come scheggia di vetro nel bicchiere. Fa male e te ne accorgi. perchè davvero, questi matti poi accumulano, mettono via, nascondono dentro le sporte cose che non riescono a possedere, il desiderio di un figlio, la voglia di dare un bacio, il fremito che viene dal guidare un'auto in velocità, la gioia del matrimonio, l'emozione di aprire per la prima volta la porta della propria casa, il sentirsi adeguato.  

I matti non hanno il cuore o se ce l'hanno è sprecato,
è una caverna tutta nera.
I matti ancora lì a pensare a un treno mai arrivato
e a una moglie portata via da chissà quale bufera.


La canzone raggiunge qui il suo punto centrale, l'autore sembra quasi che un po' s'incazzi. Perchè è chiaro il concetto che i matti ti si affezionano subito,non hè che proprio si innamorano. Quindi è facile che scatti lo sguardo tenere, di compassione. Come con un passero ferito, che non sai come guarire, suscitano tenerezza. I matti sembrano così, alla fine. Non sono mica persone, stanno ore a pensare a desideri passati, amori andati via, promesse non mantenute. Magari sono anche capaci di piangere, per un amore tradito. Loro, i matti.

Loro sono le nostre paure: improvvisamente li chiamiamo diversi per poterci definire uguali e normali.
Li consideriamo sempre piccoli, da coccolare, mai adulti da ripsettare e con cui fare dei passi avanti verso il desiderio personale e la crescita.

I matti senza la patente per camminare,
i matti tutta la vita, dentro la notte, chiusi a chiave.
I matti vanno contenti, fermano il traffico con la mano,
poi attraversano il mattino, con l'aiuto di un fiasco di vino.


La canzone poi si dilunga a ribadire il concetto, che loro non possono andar in giro da soli e quindi noi che siamo normali li dobbiamo aiutare. Loro tanto sono sempre contenti, ridono spesso se li porti fuori a cena e se li fai ballare. Gli basta questo per far finta di non essere soli. A loro, ai matti.

Si fermano lunghe ore, a riposare, le ossa e le ali,
le ossa e le ali, e dentro alle Chiese ci vanno a fumare,
centinaia di sigarette davanti all'altare.


La canzone finisce che l'autore un po' fa capire di non essere molto d'accordo con il resto del testo. Infatti ai matti improvvisamente spuntano le ali. E com'è che possono entrare in Chiesa? E com'è che ci possono fumare? Sembrano quasi quelli che stanno dalla parte di Dio.
Il problema è che strisciano, fanno sempre ridere, fanno spesso pena. Difficile trattarlo da adulto, un matto. Se è matto, non può essere anche adulto.

Invece, poi, proprio il matto finisce che se ne sta lì, in prima fila, a spartirsi il tabacco con Dio e a spiegare che l'amore è cieco, ma i matti ci vedono benissimo. E si sono leggermente stufati di esser trattati da bambini.



Sono tornata da una settimana di vacanza con le mie matterelle.
Spero di riuscire a scrivere dell'altro presto. Questo era un piccolo sfogo, ho dentro un grumo di emozione, vorrei  trovare presto di bandolo della matassa.
Grazie a Francesco de Gregori.
postato da: potaci alle ore 22:15 | Permalink | commenti
categoria:vacanze, veneto, mento a parte
mercoledì, 31 dicembre 2008
Dal libro che ho appena finito, "Allunaggio di un immigrato innamorato", un augurio per il nuovo anno:

"Se non puoi dire quello che pensi, almeno evita di pensare cazzate..."

Altri auguri, stesso libro:

"Spero che stasera l'elenco delle persone che voglio incontrare non sia più corto di quelle che mi hanno fermato per strada. Salvo il margine aperto ai carabinieri".

Infine, sempre da lì:

La finestra è aperta, guardo la luna che mi sussurra: "Che cosa ti porto?"
"Sogni!"


Buon 2009
postato da: potaci alle ore 12:00 | Permalink | commenti
categoria:veneto, uno che la sapeva lunga
lunedì, 29 dicembre 2008
Ci vogliono delle occasioni, in queste giornate di ghiaccio.
Ad esempio, la mia coraggiosa auto viola (facciamo blu? No, meglio viola, o forse blu sbiadito a causa delle imperdonabili disattenzioni del pero in giardino, che proietta la sua ombra estiva su gatti e passeri. Su animali Ford, invece,mai) proprio lei domani mi darà occasione di far festeggiare un degno Capodanno al mio meccanico, poichè le lancette del quadro dei comandi sono diventati oltremodo insolenti e disobbedienti, rifiutando di muoversi anche se è stato dato loro un ordine preciso più volte.
Ci vogliono delle occasioni per uscire di casa a sfidare il gelo e le lastre di ghiaccio che il territorio bellunese distribuisce a tutti i suoi felici abitanti (felicissimi, secondo gli ultimi dati pervenuti).
L'occasione di oggi è stata rivedere un amico distantissimo che voterebbe Obama se potesse ma ancora non so cosa gli manchi, che la carta verde non era quella per farsi fare gli sconti sui treni? Insomma vive da un'altra parte e si occupa principalmente di come le persone si incontrino,  del quando e soprattutto come del mai non si mandino affanculo alla prima occasione. Cose così. Più o meno.
Quindi oggi ho avuto occasione non solo di sfogliare, scambiare idee varie e pianificare a tavolino un metodo per conquistare l'Italia, ma anche di farmi venire in mente dei versi che avevo quasi dimenticato.
Perchè nell'eterna lotta tra sociologia e poesia, il mio voto va alla vecchia cara Wislawa.


CONTRIBUTO ALLA STATISTICA
Su cento persone:

che ne sanno sempre più degli altri
-cinquantadue;

insicuri ad ogni passo
-quasi tutti gli altri;

pronti ad aiutare,
purchè la cosa non duri molto
-ben quarantanove;

buoni sempre,
perchè non sanno fare altrimenti
-quattro, be', forse cinque;

propensi ad ammirare senza invidia
-diciotto;

viventi con la continua paura
di qualcuno o di qualcosa
-settantasette;

dotati per la felicità,
-al massimo poco più di venti;

innocui singolarmente,
che imbarbariscono nella folla
-di sicuro più della metà;

crudeli,
se contretti dalle circostanze
-è meglio non saperlo
neppure approssimativamente;

quelli col senno di poi
-non molti di più
di quelli col senno di prima;

che dalla vita prendono solo cose
-quaranta,
anche se vorrei sbagliarmi;

ripiegati, dolenti
e senza torcia nel buio
-ottantatrè
prima o poi;

degni di compassione
-novantanove;

mortali
-cento su cento.
Numero al momento invariato.

Wislawa Szymborska
postato da: potaci alle ore 21:11 | Permalink | commenti
categoria:veneto, uno che la sapeva lunga
venerdì, 26 settembre 2008
La mia erborista dice che i reni sono i filtri delle emozioni.
Va be', dai, anche di qualcos' altro.
Ma soprattutto delle emozioni.

Insomma, mi vede per la seconda volta e mi inquadra già di brutto, con la mia faccina da "Dai, dammi qualcosa di magico, ho bisogno di crederci".
Ho avuto un'infezione renale. Questo per chi si chiedesse come mai improvvisamente mi interesso alla salute e manutenzione di queste belle salsicciottine che ci filtrano il cuore.
Va be', dai, anche qualcos'altro.
Insomma, l'erborista  mi guarda, fa appassire due fiori di Bach, fa diventare liquidi due cristalli e sentenzia: "Ti ci vuole un decotto".
E si mette a confezionato con le sue sante manine, solo per me, una tisana, pardon, un decotto. Che la tisana ce l'hanno tutti, il decotto bisogna proprio andarselo a cercare.
Appunto.
L'enigmatica erborista tira giù dallo scaffale più alto tre lattine verdi che sembran quelle del panettone Balocco.
Poi sogghigna.
Apre la prima.
Il negozio si riempie di una nebbia che neanche in Frankestein Junior.
Mi aspetto di veder spuntare da un momento all'altro Igor che mi indica il lupo e il castello (ululì e ululà).
Quando la nebbia si dirada, la malefica erborista prende una paletta di acciaio inossidabile e la tuffa nel barattolo verde.
Polvere, polvere, poi una manciata di fieno secco, annata '98. Ma buono eh, si mette a spiegarmi. Manca solo che me lo faccia assaggiare.
Secondo barattolo.
La sadica erborista apre la seconda lattina con un rumore "stack", secco, secco. Secco deve essere anche il contenuto, e neanche poco, visto che si tratta di un ammasso che a occhio e croce sembra appena raccolto dal pavimento del salone del mio parrucchiere. Ma secco e aggrovigliato che pure con la paletta inossidabile fa fatica a prenderne la quantità desiderata.
Desiderata da lei, ovviamente.
Terza ed ultima lattina.
La tremenda erborista si fionda sull'ultimo contenitore e comincia a girare il coperchio. Poi cambia verso. Poi prova a sollevarlo. Poi balza in piedi sul bancone e incastra il la terza latta tra l'espositore di baobab liofilizzato e i suoi piedi. Facendo leva, ed aiutandosi anche con una radice di guaranà recuperata all'ultimo momento, la mefistofelica erborista riesce ad aprire il barattolo, ad estrarre un mucchietto di fieno esattamente uguale al primo, a completare il salvifico decotto per i miei reni e a commentare:

"...però mi sa che, in quanto a sapore, farà un po' schifo".


postato da: potaci alle ore 17:23 | Permalink | commenti (1)
categoria:veneto
martedì, 23 settembre 2008
Sono andata PordenoneLegge.
Pordenone è una città parecchio a nord est, P.Legge invece è una fetsa del libro con gli autori.
C'erano le nuvole e i palazzi tirati a lucdo. Le cartacce, se gettate fuori dai cestini, ci ri-saltavano dentro da sole zompettando. I bambini non facevano i capricci, infagottati nelle loro sbriluccicanti giacche di Prada. Le nonne erano anziane ma non avevano bisogno d'assistenza, si spostavano leggiadre sul pavè del centro cittadino. Un salotto buono, Pordenone.
Solo che, ogni volta che ci vado (cioè una volta l'anno per P.Legge), e ogni volta che qualcuno la nomina, collego questa città alla canzone dei Trea Allegri Ragazzi Morti che fa "Prova a star con me un altro inverno a Pordenone". Insomma,  è un po' una deformazione musicale, ormai. Mi scatta automatico il canticchiare questo pezzetto. Un po' come quando qualcuno dice "Dante" e tu pensi "Divina Commedia", o dice "La Russa" e tu pensi "Fascista". Insomma, una cosa così.
Non mi dilungherò su P.Legge, anche se ho trascorso momenti piacevoli facendo una piccola maratona per mettermi in coda e partecipare agli incontri con gli scrittori.
Aggiungo solo che non ho comprato neanche un libro, neanche uno, e oggi che sono a casa, confinata malata tra le mura domestiche, questa mi appare un'imperdonabile leggerezza.
Perchè racconto un po' di Pordenone e un po' che sono a casa?
Perchè questa simpaticissima infezione che c'ho mi lascia il tempo di smanettare col computer e ascoltare per bene i TARM e rendermi conto che mai testo fu più adatto, in questo momento.
Inizialmente (per le prime tre ore, diciamo), essere nel profondo Veneto in malattia mi andava anche bene, dai. Piuttosto che Bologna fredda, chiusa, tutti che passano senza salutare, dai.
Invece adesso mi accorgo che anche qui sono un po' spaesata, perchè alla fine lavoro e vivo da un'altra parte. Certo, i miei amici sono ora a meno di dieci chilometri, ma non tutti. Ci sono quelli che ho lasciato in Emilia. Poi le matterelle, poi le mie colleghe.
Quindi vivo un po' questo senso dell'altrove, pur essendo nel paese in cui sono nata.
Perchè non è detto che la casa sia po quella in cui impari a camminare.
Forse, è poi quella in cui impari a cavartela, e guardare l'orizzonte e a scegliere, consapevole che qualcosa lascerai indietro, e non ci sarà da ridere.
Adesso sono qui, con tutte queste cose che ho lasciato indietro che mi guardano, e mi pare, tutto sommato, di aver fatto anche un buon lavoro

Tre Allegri Ragazzi Morti, per voi.
Prova a star con me un altro inverno a Pordenone

Prova a star con me un altro inverno a Pordenone
Sarà un letargo dolce senza inverno e freddo
Sarà che è sempre troppo
Dice che qui non resta
Che quel che vuole qui non c’è
Ci fosse almeno una ragazza uguale identica a me
Dice che qui non resta
Che non lo fermerà
Il bene che gli vuoi ancora, il bene che ti vorrà

Sto bene solo con le mie scarpe nuve
Il resto non mi muove
Io, io, io solo contro il mondo
È meglio se mi calmo

Dice che qui non resta
Che non lo fermerà
Il bene che gli vuoi ancora, il bene che ti vorrà

Sto bene solo con le mie scarpe nuve
Il resto non mi muove
Lontano dalla mia casa più della luna
La sola cosa che posso desiderare
Io, io, io solo contro il mondo
È meglio se mi calmo

Lontano dalla mia casa più della luna
La sola cosa che posso desiderare

Dice che qui non resta
Che quel che vuole qui non c’è
Ci fosse almeno una ragazza uguale identica a me
Dice che qui non resta
Che non lo fermerà
Il bene che gli vuoi ancora, il bene che ti vorrà

Prova a star con me un altro inverno a Pordenone
Sarà un letargo dolce senza inverno e freddo
Sarà che è sempre tutto
Uguale
Uguale
postato da: potaci alle ore 10:53 | Permalink | commenti (4)
categoria:bologna, veneto, tagliare la pelle del cuore
mercoledì, 20 agosto 2008
Tricarico c'ha la faccia da studente fuorisede, fuoricorso, fuoritempo, a cui inoltre hanno appena rubato la bicicletta (fuori dal cinema). Un bel viso aperto alla meraviglia, che ho visto oggi per la prima volta (o quasi) cercando il testo di una sua canzone.
Spettacolare, ad essere sinceri.
Poetica e incalzante.
Diretta, profonda, senza però sembrare un libro che ti cade in testa dal settimo piano.

L'ho ascoltata per la prima volta andando verso casa in macchina. Stavo rientrando in Veneto per le ferie, ed ecco che salta fuori questo folletto a grattare sulla chitarra e appiccicare le parole sulle note, stringendo qua e là per farle stare meglio. Ho letto da qualche parte che questo è il suo nuovo singolo, vabbè, mi resta comunque l'orgoglio di averla "scoperta" prima, anche se il merito va alla funzione "random" del mio lettore mp3.
E la canzone è "Ghiaccio".
Continuo a pensare che non sia un caso se l'ho sentita per la prima volta tornando a casa mia. Non può essere un caso che mentre facevo castelli su come non deludere attese, obblighi e altri fardelli esistenziali che a volte mi sento caricati sulle spalle, mentre ero lì a riflettere su come essere ancora una volta "all'altezza", 'sto tizio suggerisce:

e allora sarò nudo e a volare imparerò

Quando tutte le cose vanno fuori posto, quando la strada ha troppe buche, Tricarico suggerisce di spiegare le ali, invece di scivolare nella prima pozza di fango.
Quando la solitudine abita il tuo tavolo più delle briciole, allora sarò nudo e a volare imparerò.
Poi suggerisce di fare piano.
Mi sembra voglia dire a tutti di essere leggeri, con il vicino di casa, con il fidanzato. Fare piano, con tutte queste mani che si incontrano. Dar loro attenzione e onestà, con il respiro che segue il gesto, come l'orecchio che si avvicina al petto per sentire il cuore.
Piano con la tua cattiveria.
Ogni volta che la sento, anche adesso che ormai la so quasi a memoria, mi fa aprire le braccia e cercare qualcuno con cui condividerla. Ma piano.

Ghiaccio

Se l'acqua che io bevo
non mi disseta più
se il cibo che io mangio
non mi sazia più
allora berrò il pane
e l'acqua mangerò.

Piano.
Piano con la mano.
Piano con la lingua.
Piano con la tua
cattiveria;

Piano
con la sicurezza
con tutta questa fretta
con un'incertezza
quando troverà
la ragazza.

Se l'abito che indosso
non mi copre più
la strada che percorro
non mi sostiene più
allora sarò nudo
e a cadere imparerò
allora sarò nudo
e a volare imparerò.

Piano.
Piano con la mano.
Piano con la lingua.
Piano con la tua
cattiveria;

Piano
con la sicurezza
con tutta questa fretta
con un'incertezza
quando troverà
la ragazza.

Piano.
Piano con la mano.
Piano con la lingua.
Piano con la tua
cattiveria;

Piano
con la sicurezza
con tutta questa fretta
con un'incertezza
tutta la tua fretta
quando troverà
la ragazza.
postato da: potaci alle ore 15:34 | Permalink | commenti (1)
categoria:bologna, veneto, uno che la sapeva lunga
lunedì, 18 agosto 2008
Sono tornata a Bologna dopo le vacanze estive.

La Sardegna mi ha lasciato un colore ambrato sulla pelle e paesaggi splendidi nel cuore.
Ho visto spiagge bianche e nuraghe, ma anche sorrisi nuovi e sentito nasi rossi sardi vicini, seppur solo telefonicamente. Vacanza promossa a pieni voti, insomma, se non altro quella fuori dalle mura domestiche.
Ho trascorso la seconda settimana di ferie nel mio caro vecchio Veneto, che non si muove di un passo, e questa è la sua forza, ma anche la mia disperazione. No, magari non proprio disperazione, ma insomma, fatica del crescere, soprattutto in famiglia.
Fortunatamente, non si muovono (pur maturando), anche i miei vecchi amici, con i quali sono cresciuta e ho condiviso un vagone di esperienze in adolescenza, prima di prendere il treno per Bologna e spostare i miei rami, se non proprio le mie radici.
Con loro ho passato delle serate tremendamente alcoliche e piovose, tra concerti e feste in montagna.
Poi pizza. Mai mangiato così tanta pizza in una settimana.
La più importate con il Carrozziere, amico quasi nuovo. Un ragazzo che è nato a cinquecento metri da casa mia, ma che ho conosciuto davvero solo negli ultimi due anni. Persona speciale, occhi azzurri e voglia di cambiare la sua vita. Credo ce la farà, e spero di essergli vicino nel nuovo cammino che ha deciso di intraprendere.
Lo aspetta una decisione che potrebbe portarlo ad un nuovo lavoro, paese e famiglia.
Ancora una volta, la sua storia mi fa capire che ognuno di noi deve scegliere per sè, con competenza e maturità e poi spendersi per non perdere i pezzi per strada, impegnarsi per mantenere la propria unicità pur cambiando nel tempo.
Adesso, tornata a Bologna, guardo i libri che ingombrano la scrivania e le lenzuola stese al sole.
Mi viene chiesto di scegliere continuamente e sto cercando di farlo al meglio, senza dimenticare dove sono arrivata fino ad oggi.
Si sta per concludere un progetto lavorativo importante, quello con i rom, e un altro si aprirà fra poco.
Riuscirò davvero a mantenere gli impegni presi, soprattutto con me stessa?
O questa mole di roba da fare mi spaventerà troppo, e ripiomberò nel circolo vizioso che mi ha tenuta incatenata a terra lo scorso inverno?
Nel frattempo ho imparato a riconoscere i problemi reali da quelli che la mia testolina fa fiorire da sola come la muffa sul formaggio. Questo dovrebbe bastare per tenere sott'occhio la realtà, invece di perdermi nei boschi delle paranoie.
Vorrei che il nuovo lavoro fosse davvero occasione di crescita, e non impegnare il tempo per evitare di farmi del male.
Ho le braccia per farlo.
La testa è al suo posto, anche se qualche volta va sgridata
perchè lancia gli aereoplani di carta invece di concentrarsi sulla realtà.
Il cuore riempito e svuotato,
vuole appassionarsi a sguardi nuovi e far tornare i conti con quelli vecchi.
Le gambe aspettano ritmi nuovi.
La pancia vorrebbe essere invitata a cena fuori.
E mi sembra abbastanza, per ora.
postato da: potaci alle ore 10:54 | Permalink | commenti
categoria:bologna, veneto, campo nomadi, buco nella tasca
martedì, 12 agosto 2008
Cortesia, colazione, casa

Lunedì ho inaugurato la mia seconda settimana di ferie facendo colazione  appoaggiata ad un tavolo di legno chiaro, ben diverso dal noce affidabile della mia cucina, in una casa lontanissima, tra gatti sconosciuti che mi guardavano curiosi. Fuori dalla finestra c'era il Mar Tirreno, e non le vecchie care Prealpi o i vecchi cari e basta del parco con cui confino a Bologna. Un mare in grande stile, apparecchiato anche lui per dirmi che potevo spassarmela ancora un po', giusto il tempo di addentare una brioche di sfoglia.
Sarebbe una meraviglia avere una casa così, sul mare, anche soio per bere il primo caffè del mattino davanti alle onde che macinano grani e pensieri.
Poi c'era una tovaglia di cotone, un po' consunta negli angoli, con dei disegni floreali, qualche accenno di rosso e marrone, due righe gialle a far capolino, frammenti di bianco per ridare spazio al disegno. Era un pezzo di stoffa comune, con la faccia di chi sa fare il proprio lavoro. Sembrava un barista di mezza età, di quelli con la pancetta e il codino brizzolato: tu entri, lui ti sorride e vuole farti senite a tuo agio, magari ti mette pure un po' di zucchero in più, giusto per farti capire che sei in buone mani.
Una tovaglia così.
Un vassoio sbagliato. Capita, a volte, di comprare delle cose solo perchè ci sembrano simpatiche, magari anche utili, quando le vediamo sullo scaffale del reparto casalinghi. Capita anche di arrivare a casa e di scoprire che sono pesanti, poco funzionali e in definitiva fuori da ogni graziadiddio. E questa è la storia made in ikea del vassoio che ho usato lunedì mattina: una lastra in pura plastica decorata con delle fragole presuntuose e scritte da overdose di allucinogeni.
Due tazze, sul vassoio. La mia era gentile, un po' sgargiante, contenta di mettersi in mostra con la sua fila di ananas gialli disegnata tutt'intorno al bordo superiore e. già che c'era, anche sul piattino.
Quella del Brontosauro era più umile e portava bene l'abitudine al soffio leggero per raffreddare il the, che le scompigliava le margherite sul bordo. Alta, semplice e con un tono dimesso, sembrava quasi volersi scusare del fatto che superava di due centimetri buoni quella giovinetta impettita della tazza con gli ananas.
No, niente zucchero.
Tovaglioli di stoffa, spaiati ma divertiti, entusiasti di farsi un giro mattutino sul tavolo, tanto allegri da dover essere imbrigliati con due semicerchi di paglia per restare un po' fermi.
Cucchiani di rappresentanza, che se ne stanno lì un po' offesi perchè nessuno li avrebbe usati.
Non so perchè mi viene da descrivere tutto questo: non è altro che un tavolo apparecchiato.
La colazione non è stata particolarmente ricca, nè pregna di rivleazioni scottanti, senza nessuna confessione  drammatica o incontro folgorante.
O forse lo so.
Scrivo tutto questo per ricordarmi che la cortesia può essere anche gratis, come la colazione  tra le mura di ogni giorno. Non c'è per forza qualcuno che ti presenta lo scontrino, dopo un gesto d'affetto o di cura particolare. Sembra banale, ma dopo solo un giorno  at homesweethome mi pare d'averlo quasi dimenticato. Qui non passa mai nessuno per il caffè, vietato far salire gli amci, parlare troppo forte al telefono, lasciare la porta aperta a lungo. 
Non ricordo l'ultima volta che qualcuno ha varcato la soglia di questa casa solo per una tazza di the, o per assaggiare una torta fatta in casa. Non so esattamente dove sia la zuccheriera per gli ospiti. Il nostro servizio buono ha abdicato secoli fa. 
Ecco, descrivo per ricordarmi che questa non è la normalità, che senza scadere nella gentilezza innata tipica dei nasetti sardi, si può essere ospitali, aperti, lasciare che qualcuno entri in casa tua senza sentirla come un'invasione, o una fuga della tranquillità.
Scrivo per ricordarmi di comprare delle tazze con su l'ananas, in modo da poter restituire questa cortesia, e poi un'altra volta, e poi un'altra volta ancora.
postato da: potaci alle ore 22:45 | Permalink | commenti
categoria:vacanze, veneto, tagliare la pelle del cuore