venerdì, 26 settembre 2008
La mia erborista dice che i reni sono i filtri delle emozioni.
Va be', dai, anche di qualcos' altro.
Ma soprattutto delle emozioni.

Insomma, mi vede per la seconda volta e mi inquadra già di brutto, con la mia faccina da "Dai, dammi qualcosa di magico, ho bisogno di crederci".
Ho avuto un'infezione renale. Questo per chi si chiedesse come mai improvvisamente mi interesso alla salute e manutenzione di queste belle salsicciottine che ci filtrano il cuore.
Va be', dai, anche qualcos'altro.
Insomma, l'erborista  mi guarda, fa appassire due fiori di Bach, fa diventare liquidi due cristalli e sentenzia: "Ti ci vuole un decotto".
E si mette a confezionato con le sue sante manine, solo per me, una tisana, pardon, un decotto. Che la tisana ce l'hanno tutti, il decotto bisogna proprio andarselo a cercare.
Appunto.
L'enigmatica erborista tira giù dallo scaffale più alto tre lattine verdi che sembran quelle del panettone Balocco.
Poi sogghigna.
Apre la prima.
Il negozio si riempie di una nebbia che neanche in Frankestein Junior.
Mi aspetto di veder spuntare da un momento all'altro Igor che mi indica il lupo e il castello (ululì e ululà).
Quando la nebbia si dirada, la malefica erborista prende una paletta di acciaio inossidabile e la tuffa nel barattolo verde.
Polvere, polvere, poi una manciata di fieno secco, annata '98. Ma buono eh, si mette a spiegarmi. Manca solo che me lo faccia assaggiare.
Secondo barattolo.
La sadica erborista apre la seconda lattina con un rumore "stack", secco, secco. Secco deve essere anche il contenuto, e neanche poco, visto che si tratta di un ammasso che a occhio e croce sembra appena raccolto dal pavimento del salone del mio parrucchiere. Ma secco e aggrovigliato che pure con la paletta inossidabile fa fatica a prenderne la quantità desiderata.
Desiderata da lei, ovviamente.
Terza ed ultima lattina.
La tremenda erborista si fionda sull'ultimo contenitore e comincia a girare il coperchio. Poi cambia verso. Poi prova a sollevarlo. Poi balza in piedi sul bancone e incastra il la terza latta tra l'espositore di baobab liofilizzato e i suoi piedi. Facendo leva, ed aiutandosi anche con una radice di guaranà recuperata all'ultimo momento, la mefistofelica erborista riesce ad aprire il barattolo, ad estrarre un mucchietto di fieno esattamente uguale al primo, a completare il salvifico decotto per i miei reni e a commentare:

"...però mi sa che, in quanto a sapore, farà un po' schifo".


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categoria:veneto
martedì, 23 settembre 2008
Sono andata PordenoneLegge.
Pordenone è una città parecchio a nord est, P.Legge invece è una fetsa del libro con gli autori.
C'erano le nuvole e i palazzi tirati a lucdo. Le cartacce, se gettate fuori dai cestini, ci ri-saltavano dentro da sole zompettando. I bambini non facevano i capricci, infagottati nelle loro sbriluccicanti giacche di Prada. Le nonne erano anziane ma non avevano bisogno d'assistenza, si spostavano leggiadre sul pavè del centro cittadino. Un salotto buono, Pordenone.
Solo che, ogni volta che ci vado (cioè una volta l'anno per P.Legge), e ogni volta che qualcuno la nomina, collego questa città alla canzone dei Trea Allegri Ragazzi Morti che fa "Prova a star con me un altro inverno a Pordenone". Insomma,  è un po' una deformazione musicale, ormai. Mi scatta automatico il canticchiare questo pezzetto. Un po' come quando qualcuno dice "Dante" e tu pensi "Divina Commedia", o dice "La Russa" e tu pensi "Fascista". Insomma, una cosa così.
Non mi dilungherò su P.Legge, anche se ho trascorso momenti piacevoli facendo una piccola maratona per mettermi in coda e partecipare agli incontri con gli scrittori.
Aggiungo solo che non ho comprato neanche un libro, neanche uno, e oggi che sono a casa, confinata malata tra le mura domestiche, questa mi appare un'imperdonabile leggerezza.
Perchè racconto un po' di Pordenone e un po' che sono a casa?
Perchè questa simpaticissima infezione che c'ho mi lascia il tempo di smanettare col computer e ascoltare per bene i TARM e rendermi conto che mai testo fu più adatto, in questo momento.
Inizialmente (per le prime tre ore, diciamo), essere nel profondo Veneto in malattia mi andava anche bene, dai. Piuttosto che Bologna fredda, chiusa, tutti che passano senza salutare, dai.
Invece adesso mi accorgo che anche qui sono un po' spaesata, perchè alla fine lavoro e vivo da un'altra parte. Certo, i miei amici sono ora a meno di dieci chilometri, ma non tutti. Ci sono quelli che ho lasciato in Emilia. Poi le matterelle, poi le mie colleghe.
Quindi vivo un po' questo senso dell'altrove, pur essendo nel paese in cui sono nata.
Perchè non è detto che la casa sia po quella in cui impari a camminare.
Forse, è poi quella in cui impari a cavartela, e guardare l'orizzonte e a scegliere, consapevole che qualcosa lascerai indietro, e non ci sarà da ridere.
Adesso sono qui, con tutte queste cose che ho lasciato indietro che mi guardano, e mi pare, tutto sommato, di aver fatto anche un buon lavoro

Tre Allegri Ragazzi Morti, per voi.
Prova a star con me un altro inverno a Pordenone

Prova a star con me un altro inverno a Pordenone
Sarà un letargo dolce senza inverno e freddo
Sarà che è sempre troppo
Dice che qui non resta
Che quel che vuole qui non c’è
Ci fosse almeno una ragazza uguale identica a me
Dice che qui non resta
Che non lo fermerà
Il bene che gli vuoi ancora, il bene che ti vorrà

Sto bene solo con le mie scarpe nuve
Il resto non mi muove
Io, io, io solo contro il mondo
È meglio se mi calmo

Dice che qui non resta
Che non lo fermerà
Il bene che gli vuoi ancora, il bene che ti vorrà

Sto bene solo con le mie scarpe nuve
Il resto non mi muove
Lontano dalla mia casa più della luna
La sola cosa che posso desiderare
Io, io, io solo contro il mondo
È meglio se mi calmo

Lontano dalla mia casa più della luna
La sola cosa che posso desiderare

Dice che qui non resta
Che quel che vuole qui non c’è
Ci fosse almeno una ragazza uguale identica a me
Dice che qui non resta
Che non lo fermerà
Il bene che gli vuoi ancora, il bene che ti vorrà

Prova a star con me un altro inverno a Pordenone
Sarà un letargo dolce senza inverno e freddo
Sarà che è sempre tutto
Uguale
Uguale
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categoria:bologna, veneto, tagliare la pelle del cuore
mercoledì, 20 agosto 2008
Tricarico c'ha la faccia da studente fuorisede, fuoricorso, fuoritempo, a cui inoltre hanno appena rubato la bicicletta (fuori dal cinema). Un bel viso aperto alla meraviglia, che ho visto oggi per la prima volta (o quasi) cercando il testo di una sua canzone.
Spettacolare, ad essere sinceri.
Poetica e incalzante.
Diretta, profonda, senza però sembrare un libro che ti cade in testa dal settimo piano.

L'ho ascoltata per la prima volta andando verso casa in macchina. Stavo rientrando in Veneto per le ferie, ed ecco che salta fuori questo folletto a grattare sulla chitarra e appiccicare le parole sulle note, stringendo qua e là per farle stare meglio. Ho letto da qualche parte che questo è il suo nuovo singolo, vabbè, mi resta comunque l'orgoglio di averla "scoperta" prima, anche se il merito va alla funzione "random" del mio lettore mp3.
E la canzone è "Ghiaccio".
Continuo a pensare che non sia un caso se l'ho sentita per la prima volta tornando a casa mia. Non può essere un caso che mentre facevo castelli su come non deludere attese, obblighi e altri fardelli esistenziali che a volte mi sento caricati sulle spalle, mentre ero lì a riflettere su come essere ancora una volta "all'altezza", 'sto tizio suggerisce:

e allora sarò nudo e a volare imparerò

Quando tutte le cose vanno fuori posto, quando la strada ha troppe buche, Tricarico suggerisce di spiegare le ali, invece di scivolare nella prima pozza di fango.
Quando la solitudine abita il tuo tavolo più delle briciole, allora sarò nudo e a volare imparerò.
Poi suggerisce di fare piano.
Mi sembra voglia dire a tutti di essere leggeri, con il vicino di casa, con il fidanzato. Fare piano, con tutte queste mani che si incontrano. Dar loro attenzione e onestà, con il respiro che segue il gesto, come l'orecchio che si avvicina al petto per sentire il cuore.
Piano con la tua cattiveria.
Ogni volta che la sento, anche adesso che ormai la so quasi a memoria, mi fa aprire le braccia e cercare qualcuno con cui condividerla. Ma piano.

Ghiaccio

Se l'acqua che io bevo
non mi disseta più
se il cibo che io mangio
non mi sazia più
allora berrò il pane
e l'acqua mangerò.

Piano.
Piano con la mano.
Piano con la lingua.
Piano con la tua
cattiveria;

Piano
con la sicurezza
con tutta questa fretta
con un'incertezza
quando troverà
la ragazza.

Se l'abito che indosso
non mi copre più
la strada che percorro
non mi sostiene più
allora sarò nudo
e a cadere imparerò
allora sarò nudo
e a volare imparerò.

Piano.
Piano con la mano.
Piano con la lingua.
Piano con la tua
cattiveria;

Piano
con la sicurezza
con tutta questa fretta
con un'incertezza
quando troverà
la ragazza.

Piano.
Piano con la mano.
Piano con la lingua.
Piano con la tua
cattiveria;

Piano
con la sicurezza
con tutta questa fretta
con un'incertezza
tutta la tua fretta
quando troverà
la ragazza.
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categoria:bologna, veneto, uno che la sapeva lunga
lunedì, 18 agosto 2008
Sono tornata a Bologna dopo le vacanze estive.

La Sardegna mi ha lasciato un colore ambrato sulla pelle e paesaggi splendidi nel cuore.
Ho visto spiagge bianche e nuraghe, ma anche sorrisi nuovi e sentito nasi rossi sardi vicini, seppur solo telefonicamente. Vacanza promossa a pieni voti, insomma, se non altro quella fuori dalle mura domestiche.
Ho trascorso la seconda settimana di ferie nel mio caro vecchio Veneto, che non si muove di un passo, e questa è la sua forza, ma anche la mia disperazione. No, magari non proprio disperazione, ma insomma, fatica del crescere, soprattutto in famiglia.
Fortunatamente, non si muovono (pur maturando), anche i miei vecchi amici, con i quali sono cresciuta e ho condiviso un vagone di esperienze in adolescenza, prima di prendere il treno per Bologna e spostare i miei rami, se non proprio le mie radici.
Con loro ho passato delle serate tremendamente alcoliche e piovose, tra concerti e feste in montagna.
Poi pizza. Mai mangiato così tanta pizza in una settimana.
La più importate con il Carrozziere, amico quasi nuovo. Un ragazzo che è nato a cinquecento metri da casa mia, ma che ho conosciuto davvero solo negli ultimi due anni. Persona speciale, occhi azzurri e voglia di cambiare la sua vita. Credo ce la farà, e spero di essergli vicino nel nuovo cammino che ha deciso di intraprendere.
Lo aspetta una decisione che potrebbe portarlo ad un nuovo lavoro, paese e famiglia.
Ancora una volta, la sua storia mi fa capire che ognuno di noi deve scegliere per sè, con competenza e maturità e poi spendersi per non perdere i pezzi per strada, impegnarsi per mantenere la propria unicità pur cambiando nel tempo.
Adesso, tornata a Bologna, guardo i libri che ingombrano la scrivania e le lenzuola stese al sole.
Mi viene chiesto di scegliere continuamente e sto cercando di farlo al meglio, senza dimenticare dove sono arrivata fino ad oggi.
Si sta per concludere un progetto lavorativo importante, quello con i rom, e un altro si aprirà fra poco.
Riuscirò davvero a mantenere gli impegni presi, soprattutto con me stessa?
O questa mole di roba da fare mi spaventerà troppo, e ripiomberò nel circolo vizioso che mi ha tenuta incatenata a terra lo scorso inverno?
Nel frattempo ho imparato a riconoscere i problemi reali da quelli che la mia testolina fa fiorire da sola come la muffa sul formaggio. Questo dovrebbe bastare per tenere sott'occhio la realtà, invece di perdermi nei boschi delle paranoie.
Vorrei che il nuovo lavoro fosse davvero occasione di crescita, e non impegnare il tempo per evitare di farmi del male.
Ho le braccia per farlo.
La testa è al suo posto, anche se qualche volta va sgridata
perchè lancia gli aereoplani di carta invece di concentrarsi sulla realtà.
Il cuore riempito e svuotato,
vuole appassionarsi a sguardi nuovi e far tornare i conti con quelli vecchi.
Le gambe aspettano ritmi nuovi.
La pancia vorrebbe essere invitata a cena fuori.
E mi sembra abbastanza, per ora.
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categoria:bologna, veneto, campo nomadi, buco nella tasca
martedì, 12 agosto 2008
Cortesia, colazione, casa

Lunedì ho inaugurato la mia seconda settimana di ferie facendo colazione  appoaggiata ad un tavolo di legno chiaro, ben diverso dal noce affidabile della mia cucina, in una casa lontanissima, tra gatti sconosciuti che mi guardavano curiosi. Fuori dalla finestra c'era il Mar Tirreno, e non le vecchie care Prealpi o i vecchi cari e basta del parco con cui confino a Bologna. Un mare in grande stile, apparecchiato anche lui per dirmi che potevo spassarmela ancora un po', giusto il tempo di addentare una brioche di sfoglia.
Sarebbe una meraviglia avere una casa così, sul mare, anche soio per bere il primo caffè del mattino davanti alle onde che macinano grani e pensieri.
Poi c'era una tovaglia di cotone, un po' consunta negli angoli, con dei disegni floreali, qualche accenno di rosso e marrone, due righe gialle a far capolino, frammenti di bianco per ridare spazio al disegno. Era un pezzo di stoffa comune, con la faccia di chi sa fare il proprio lavoro. Sembrava un barista di mezza età, di quelli con la pancetta e il codino brizzolato: tu entri, lui ti sorride e vuole farti senite a tuo agio, magari ti mette pure un po' di zucchero in più, giusto per farti capire che sei in buone mani.
Una tovaglia così.
Un vassoio sbagliato. Capita, a volte, di comprare delle cose solo perchè ci sembrano simpatiche, magari anche utili, quando le vediamo sullo scaffale del reparto casalinghi. Capita anche di arrivare a casa e di scoprire che sono pesanti, poco funzionali e in definitiva fuori da ogni graziadiddio. E questa è la storia made in ikea del vassoio che ho usato lunedì mattina: una lastra in pura plastica decorata con delle fragole presuntuose e scritte da overdose di allucinogeni.
Due tazze, sul vassoio. La mia era gentile, un po' sgargiante, contenta di mettersi in mostra con la sua fila di ananas gialli disegnata tutt'intorno al bordo superiore e. già che c'era, anche sul piattino.
Quella del Brontosauro era più umile e portava bene l'abitudine al soffio leggero per raffreddare il the, che le scompigliava le margherite sul bordo. Alta, semplice e con un tono dimesso, sembrava quasi volersi scusare del fatto che superava di due centimetri buoni quella giovinetta impettita della tazza con gli ananas.
No, niente zucchero.
Tovaglioli di stoffa, spaiati ma divertiti, entusiasti di farsi un giro mattutino sul tavolo, tanto allegri da dover essere imbrigliati con due semicerchi di paglia per restare un po' fermi.
Cucchiani di rappresentanza, che se ne stanno lì un po' offesi perchè nessuno li avrebbe usati.
Non so perchè mi viene da descrivere tutto questo: non è altro che un tavolo apparecchiato.
La colazione non è stata particolarmente ricca, nè pregna di rivleazioni scottanti, senza nessuna confessione  drammatica o incontro folgorante.
O forse lo so.
Scrivo tutto questo per ricordarmi che la cortesia può essere anche gratis, come la colazione  tra le mura di ogni giorno. Non c'è per forza qualcuno che ti presenta lo scontrino, dopo un gesto d'affetto o di cura particolare. Sembra banale, ma dopo solo un giorno  at homesweethome mi pare d'averlo quasi dimenticato. Qui non passa mai nessuno per il caffè, vietato far salire gli amci, parlare troppo forte al telefono, lasciare la porta aperta a lungo. 
Non ricordo l'ultima volta che qualcuno ha varcato la soglia di questa casa solo per una tazza di the, o per assaggiare una torta fatta in casa. Non so esattamente dove sia la zuccheriera per gli ospiti. Il nostro servizio buono ha abdicato secoli fa. 
Ecco, descrivo per ricordarmi che questa non è la normalità, che senza scadere nella gentilezza innata tipica dei nasetti sardi, si può essere ospitali, aperti, lasciare che qualcuno entri in casa tua senza sentirla come un'invasione, o una fuga della tranquillità.
Scrivo per ricordarmi di comprare delle tazze con su l'ananas, in modo da poter restituire questa cortesia, e poi un'altra volta, e poi un'altra volta ancora.
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categoria:vacanze, veneto, tagliare la pelle del cuore
lunedì, 28 luglio 2008
Festa di mezza estate a casa della dottoressa Aia.
Aia è una doc clown della vecchia guardia, tra le prime ad aver creduto alla scommessa di portare i nasi rossi tra i letti dell'Ospedale di Belluno. Ha messo in mezzo sogni e buona volontà e si è impegnata per fondare l'associazione che ora raccoglie quasi quaranta pagliacci. La sua forza è quella di agire, brigare, tirarsi su le maniche, sempre col sorriso in faccia e una luce preziosa negli occhi. Per dire, l'ho vista lavare e pettinare cinquanta bimbe una dopo l'altra senza mai perdere l'entusiasmo e la voglia di chiaccherare.
La dottoressa Aia torna in India quest'estate, in mezzo ai bimbi dell'orfanatrofio con cui il nostro gruppo ha ormai instaurato un legame stabile. Per finanziare questo viaggio e i progetti in corso, sabato sera ha organizzato una cena all'aperto, con poche regole, ma chiare: vieni, ti interessi, mangi e se ti va lasci un'offerta. Il "ti interessi" è importante in tutto questo, perchè i soldini raccolti non devono essere solo un modo per aiutare mettendo da parte qualche senso di colpa, ma vorrebbero diventare anche un primo ponte, un primo passaggio d'attenzione da noi qui verso i bimbi color cioccolato laggiù.

Sabato sera è stato per me emozionante riabbracciare i clown che tanto mi legano al Veneto: quelli col cuore sottosopra, quelli con le mani in tasca, quelli che passavano di là e poi son dovuti andar via subito. Come al solito, credo che prima di tutto portare il naso rosso sia non accontentarsi del "come stai?", ma voler capire anche quanto olio serve agli ingranaggi del tuo cuore, e lasciarsi prendere dallo stupore delle cose che capitano.
Ne sono capitate diverse, in questa serata passata a servire birrette e a ballare sul prato.
Ho rivisto un gruppo di persone diversamente abili con cui si confrontano spesso i clown bellunesi e ho versato bicchieri a nonni, zii, cugini. Ho sentito le performance canore della dottoressa Cannuccia e di Cirillo. Ho visto l'ambulaclown in splendida forma, e il suo guidatore. Ho parlato con clown adulti, senza sentirmi inutilmente ragazzina ai loro occhi. Mi sono resa conto che le scelte che sto facendo, finalmente sono consapevoli e dense. Questo è stato possibile grazie al confronto con dei compagni di viaggio a cui il naso rosso ha insegnato come parlare non solo con la testa. E' una fatica, certo, ma vale la pena.
Grazie a tutti.
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categoria:veneto, nasi rossi, i love my india
sabato, 14 giugno 2008
Improvvisamente, ho un fratello.
E s'è dato anche da fare parecchio, in tutto  questo tempo, visto che c'ha 19 anni.
Improvvisamente, quella figura capellona fissata coi Nirvana che mi viveva in casa, diventa un ragazzo alto, rasato quasi a zero con delle domande abbastanza intelligenti, e le vuole fare a me.
Mi chiama in causa, mi tira la manica della giacca e mi chiede pareri, consigli, piani di studi, due euro per il treno.
"Dai, caccia 'sti due euro, sorella!"
Tutta 'sta confidenza da questo tizio trasandato, è una roba, signoramia, che non si sa più come fare a gestirli. 'sti zoveni.
Un intero inverno passato a contarmi i denti mi ha portato anche a perdere il contatto con alcune persone, di questo sono consapevole. Ma che tra le figure che si allontavano ci fosse anche quella di mio fratello, questo non me l'aspettavo. Così adesso si recupera il tempo perso finanziando la villa al mare del signor Vodafone, che ringrazia e chiama gli operai clandestini per farsi su una bella terrazza a strapiombo sul Mediterraneo.
Io e il Frigo. Buffo che mio fratello lo chiamino proprio così, frigo. Così adesso ho da recuperare un rapporto con un elettrodomestico e con un parente, due cose assieme, due cose che mi costano impegno e concentrazione. Ovviamente, di tanto in tanto mi sta più simpatico il frigo, quello con la minuscola, perchè l'uomo in maiuscola sgrana rosari di idiozie. Quando dovevan scegliere a chi dare l'intelligenza in famiglia, lui era uscito a comprarsi un basso.
Segno zodiacale: scorpione
Segno lavorativo: scottatura del cameriere
E allora portami una birra bianca, con una fetta di limone, che ho voglia di ascoltare ancora i tuoi discorsi con le parolacce al posto della punteggiatura.
E ovviamente, più faccine per tutti!
Frigo
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categoria:veneto, tagliare la pelle del cuore
martedì, 06 maggio 2008
Più corrida per tutti, parte seconda.
Alla fine ha vinto la coppia del blues, poi le ragazze danzerine, poi i clown con Aretha Franklin.
E allora, un po' di listaimmagini per custodire ricordi ben riusciti. Se di tutto questo si capisce ben poco, alzo le spalle e metto su il sorriso di una che ha capito come è bello tornare, dopotutto.

A Saponetta, ci capiamo con gli sguardi, ci prendiamo per i capelli e ci abbracciamo sempre, alla fine.
Al boa di bicchieri dopo tre giorni di bevute.
A Cirillo che ha infilato dischi e sorrisi anche sotto una pioggia battente.
Ad un fratellotestimone, che si impegna perchè vuol cambiare il mondo.
Alla volontariabandanarancione, per gli ordini e la presenza.
Alla mia mamma, che pesca fiori e saggezza. 
Al Tanghero, che non riavrà mai più la sua mucca di plastica, il suo soprannome e le sue penne.
Al valletto spagnolo, perchè crescere non vuol poi dire perdersi.
Alle donne clown, perchè mi hanno dato entusiasmo e modestia.
Al capocontrada, sereno come un buddha, dietro la cassa per tutti e tre i giorni.
A Farina, perchè da buon fungo è sbucato con la pioggia.
Alle amichespagnole, che sono un po' le mie eredi, e ne sono fiera.
A mio fratello, per avermi spiegato cos'è il post hard core (sì, stavo meglio prima).
Al presidente microfonomunito, perchè quando ci vuole ci vuole.
Al semaforo fuori tempo.
Agli amici di sempre, tra noci e matrimoni.
Al presidente mestolomunito, perchè "i nostri lupi bevono latte", ora.
Grazie.
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categoria:veneto, tagliare la pelle del cuore
lunedì, 05 maggio 2008

Ascolto quel corvo di Vinicio Capossela leggere "Il canto di Natale" di Dickens. Sono decisamente fuori stagione, ma mi lascio trasportare dalle parole e l'attenzione si ferma nel momento in cui appare il primo fantasma, vecchio ammuffito che trascina catene. La sagoma spiega così la sua sorte e il suo doversi tirare dietro pesi per l'eternità:

 “Deve ogni uomo - rispose lo Spettro - con l'anima che ha dentro girare in mezzo ai suoi simili, viaggiare il più che può; se non lo fa in vita, è condannato a farlo in morte. È dannato ad errare pel mondo, oh me infelice! A vedere il bene senza poterlo godere, quel bene che avrebbe potuto dividere con gli altri sulla terra e che avrebbe fatto la sua felicità!” 

Qui lo Spettro mise un altro strido, squassò la catena, si torse le mani diafane.

“Siete incatenato” osservò Scrooge, tremando “Perché?”

“Porto la catena che mi son fabbricato in vita - rispose lo Spettro. - L'ho fatta io stesso anello per anello, pezzo a pezzo; io stesso me la cinsi per volontà mia, e di volontà mia la portai”.

Lo Spettro dice, parafrasi by Potaci, che ognuno decide se incatenare la propria anima, se farla diventare secca come le castagne e le mele in autunno, o se farla fiorire e risplendere, liberandola in giro per il mondo.

In questi giorni, come si evince anche dal post precedente, sono stata un po' fabbro e ce l'ho messa tutta, per forgiarmi, con le fiamme della tristezza, un bel paio di catene da trascinare per l'eternità. Ma il calore di quel subdolo fuoco non veniva percepito dagli altri, che da fuori mi vedevano ferma a prendere polvere e raffreddare, come un pezzo di pane buono ormai solo per i conigli.
E così queste persone attorno a me hanno soffiato sulla cenere un bel po', finché non ho indossato i miei pantaloni rosa e le scarpe da corsa. Mollette nei capelli e voglia di fare, ecco che mi sono dedicata ad una cosa che mi fa stare sempre bene. I miei amici, e il mio paese.
Piccola città bastardo posto, dice Guccini, e delle volte non ha neanche torto. Ma alla fine, un paese è composto di persone come io, che cambiano, crescono e magari hanno voglia di tirarsi su le maniche e fabbricare comunità.

E così è stato, porca paletta, una sagra coi fiocchi!

Una festa per quelli del posto e per chi era di passaggio, un momento di ritrovo per gli amici di una vita e per le famiglie in giro per il ponte. Tre giorni di festa paesana in un centro che non conta più di ottocento abitanti non cambiano il mondo. Ma forse lo colorano un po', e quindi mi sono impegnata per dare anche io la mia mano di pittura, ovviamente rosa, a questa sagra paesana.

Ho fatto quello che mi andava di fare, e niente di più. Per questo non finirò mai di ringraziare tutti i volontari che hanno collaborato alla riuscita di questa manifestazione. Perché è bello potersi occupare esattamente di ciò che ci sta più a cuore, invece di dover pensare ai fusti di birra o ai conti che non tornano. Così mi hanno lasciato fare una festa per i bambini, con la mia socia storica, amicaquasisorella, e le compari fidate. Un pomeriggio di giochi all'aperto e pizza finale sotto il tendone, con queste persone a tenere ben a bada il mio malumore e a prendermi per le orecchie quando stava per scapparmi la pazienza. 

E poi...La Corrida! Dilettanti allo sbaraglio su un palco grande come la mia scrivania, a far vedere i loro talenti!Una domenica sera come tante resa un po' più allegra dall'intraprendenza di dieci concorrenti, che si sono messi in gioco e sfidati per il pubblico. Io ho fatto la valletta. Ciao mamma, televotami anche tu!!Sì va be’, sempre con i pantaloni rosa e le scarpe da corsa. Un abbigliamento poco consono alla serata, ma forse quanto mai adeguato al colore del mio cuore in quel momento. Una cosa da niente, una piccola gara di paese, ma bella.

E il vecchio amico elettricista che costruisce un semaforo per le votazioni.

Ho scelto i giurati, che compito di responsabilità!Ci ho messo dentro due occhi che non si dimenticano e la mia maestra delle elementari, una neomamma e una signora affascinante, quelli del laboratorio biopolitico e quelli della gara di biciclette, due ragazze coi codini e poi basta che valutare non è un compito che possono svolgere tutti.

Le prime ad esibirsi, quattro bambine della Endemol Generation, dieci anni e cappello coi lustrini. Hanno ballato una canzone glamour con i loro pantaloni fashion, sembravava che rincorressero un'età e un'immagine legata ai bagliori della tv. Ma in fondo erano emozionate come tutte le loro coetanee quando c'è il papà a guardarti tra il pubblico, e questo mette i conti in pari.

Poi due balli country, seri seri. Gli uomini con il cappello, le donne con gli stivaloni, sembravano gli spazzacamini di Mary Poppins "Senza parole, viene come vien, gambe all'aria tutti insiem!". Spettacolo davvero affascinante, come facciano dieci persone a ballare gomito a gomito senza provocare una catena di contusioni e fratture multiple rimane per me un mistero.

Poi il poeta. Cappello azzurro, dimestichezza col pubblico. Un personaggio locale che a settant'anni suonati mette in fila rime in dialetto per descrivere il suo paese, galline e case incluse. Leggero, rumoroso, vivo. Pioggia di applausi e un pensiero della mia polacca preferita: "Preferisco il ridicolo di scrivere poesie al ridicolo di non scriverle".

Poi tre clown. Camuffati, ma sempre clown. Due blues brothers e una Aretha Franklin in salsa bellunese ad insistere sulle note di "Think". Ovazione per le mossette della cantante, che saltella come un grillo sovrappeso con la faccia dipinta di nero. Tre ragazzi che si son mangiati il palco e anche buona parte del pubblico, dimostrando che basta crederci, poi si riesce anche a sculettare come la regina del blues.

Poi un altro clown. Giocoliere, 'stavolta. Un virtuoso del diablo, gravemente penalizzato dall'incapacità alcolica dell'addetto al semaforo, che fa scattare l'applauso il nostro eroe juggler aveva finito il suo numero da un pezzo e se ne stava già nel parcheggio cercando le chiavi della macchina. Invidia, perché io non sono capace neanche di far funzionare uno yo-yo, figuriamoci due diablo sullo stesso filo.

Poi uno dei musicisti storici del paese, che canta a squarciagola un pezzo sul vino. O almeno credo. Mentre si esibiva, ero troppo occupata a contare quanti miei ex abitatori di cuore fossero racchiusi in uno spazio di settanta metri quadri. Due. Su tre. No comment.

Poi un altro cantante, che alla fine si è parecchio arrabbiato perché non ha vinto. Non riesco a capire perché, è un mondo difficile questo. Vengono premiati quelli che hanno fatto le prove prima di venire sul palco, ma guarda un po'. Durante la sua esibizione si è pure messo a piovere. Secondo me si è trattato di un chiaro esempio di sabotaggio comunista.

Poi "Madonnina dai Riccioli d'oro", grande classico della sagra di paese. Cantata a squarciagola da un personaggio uscito fuori da una canzone della Bandabardò, quella che fa "senza freddo e senza fame, ubriaco canta amore alle persiane". Cantata così, con la sfrontatezza e delicatezza di uno che vuole esserci, perché è qui che è cresciuto.

Infine, un duo blues. Lei sottile e appassionata, canta con dedizione e grinta. Lui fascino e chitarra, la accompagna senza coprirla, e viene fuori una ballata che ti fa venire voglia di avere qualcuno a fianco, per potergli stringere la mano finché durano le note.

Si vota, si vince, si premia.

No, non lo dico chi ha vinto, sennò che cosa scrivo domani?
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categoria:bologna, veneto, uno che la sapeva lunga
sabato, 03 maggio 2008

Più che altro, millanto.

Mi è sempre piaciuto questo verbo, millantare. Cioè far finta di sapere. Anzi "vantare infondatamente o esageratamente, ostentare sfacciatamente". E' quello di cui mi occupo principalmente in questi giorni qua.
Ostento conoscenze che non ho su temi quali l'integrazione sociale delle minoranze. Faccio spudoratamente finta che mi interessi profondamente del mio nuovo lavoro. Metto bene in chiaro che ho delle conoscenze, non importa su quale argomento. Mi vanto di essere competente, do' importanza alle sciocchezze per far sì che non si noti il baratro alle mie spalle.
Mi appunto stelline di stagnola sul petto per far vedere come sono brava a giocare al Meccano, mentre vorrei mollar giù tutto di corsa e scappare lasciando lì i fogli delle istruzioni,.che continuano ad essere scritti in lingua incomprensibile.
Sono come quelli che barano a poker, incapaci di vincere onaestamente ma anche di smetterla una buona volta, con queste maledette carte.

Merda, una porzione abbondante.

postato da: potaci alle ore 16:39 | Permalink | commenti
categoria:veneto, tagliare la pelle del cuore